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Elasticità morale

Avatar By Santo Fabiano on 7 Gennaio 2020
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Da sempre l’uomo ha avuto un rapporto conflittuale con le regole. Già nel giardino dell’Eden, da quanto ci viene raccontato, nonostante l’abbondanza nella scelta e la totale assenza di concorrenti (essendo gli unici) l’attenzione del primo fra gli esseri umani cadde sul quell’albero che, rispetto a tutti gli altri, aveva la caratteristica di essere vietato.

Nel frattempo la società si è evoluta e le regole, man mano, non sono più dettato da un essere superiore, che sia divino o monarca o dittatore, ma dai rappresentanti dello stesso popolo che è chiamato ad applicarle. Ma ha sempre mantenuto un alone di sacralità, tanto da ritenere incivile chi nonne rispetta e di autorizzare l’uso della forza per assicurarne il rispetto.

Anche la sacralità, però, con il suo collegamento ai valori superiori, ha cominciato ad andare stretta in un mondo in cui a prevalere è la convenienza e il profitto. Così accade che un’ingiustizia o un atto violento, trovano una giustificazione “nobile” se hanno argomentazioni che si rifanno all’ordine economico o politico o più semplicemente alle “leggi di mercato”.

Il cosiddetto “mercato”, peraltro, è proprio il luogo della massima prepotenza e disuguaglianza, nel quale prevale sempre chi ha più potere economico, indipendentemente dalle modalità con cui si è ottenuto, a svantaggio di chi non lo ha, senza alcuna remora di ordine morale.

L’etica e la morale, infatti, sono categorie ingombranti per un mondo legato al profitto e al conflitto. Così, il profitto e il conflitto diventano termini indissolubilmente legati fra di loro: il primo giustifica il secondo e viceversa, fino a costruire una nuova dimensione etica che, in ragione della convenienza, si rivela elastica e giustifica ogni azione, persino la guerra, se dichiarata per il perseguimento di finalità di natura commerciale.

È per questa ragione che i “paesi delle democrazie occidentali” hanno rovesciato il “dittatore iracheno” e quello libico. E poco importa se le conseguenze di tali azioni hanno creato una crisi senza fine e la migrazione di milioni di persone. Nessuno se ne sente responsabile perché la guerra è stata ordinata da chi “difende” i valori dell’occidente.

Ed è a difesa di questi “valori dell’occidente”, che il presidente degli USA ha annunciato fiero e senza alcuna vergogna, di avere ucciso il generale iraniano che probabilmente era a capo di diverse azioni terroristiche.

Alla notizia dell’uccisione il mondo “occidentale” ha reagito senza provare lo sgomento che sarebbe stato giusto, visto che si tratta, comunque, di una esecuzione. E qualcuno ha persino esultato, come se la squadra del cuore avesse segnato un goal.

Ma di esecuzione si tratta, ordinata da un uomo che, per averlo fatto, non ritiene di avere alcuna colpa, nè si sente colpevole di avere ucciso qualcuno. E senza alcun sussulto, magari con una buona dose di vanto, continua a guidare un Paese che si presenta come “il modello di democrazia occidentale” pronto per la difesa dei diritti umani.

Non sappiamo come andrà a finire e quali reazioni genererà questo gesto. E soprattutto, non avremo mai abbastanza memoria per comprendere chi, per primo, abbia dato inizio a questa spirale dissennata.

Ma ciò che preoccupa, più di ogni cosa, è l’assenza totale di consapevolezza della gravità dei gesti o persino la condizione di avere agito nel rispetto dei propri valori, quindi di essere dalla parte del “giusto”, anche nell’avere ordinato distruzioni e omicidi a casa altrui.

Diciamola tutta: Soleimani non era uno stinco di santo e sicuramente era responsabile dei fatti a lui addebitati, ma se passa il principio che si può decidere unilateralmente di uccidere chi si ritiene colpevole di terrorismo (peraltro in un contesto geografico in cui le colpe sono difficili da attribuire unilateralmente) si apre uno spiraglio pericoloso (chi decide chi uccidere) e si introduce un metodo che risulta analogo al terrorismo che si vuole combattere.

La nostra etica, di noi “occidentali” e “democratici” dovrebbe essere diversa.

Santo Fabiano

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Santo Fabiano

formatore sui temi della "ecologia relazionale" negli ambiti di lavoro e analista di organizzazione, dopo una lunga esperienza come dirigente nelle pubbliche amministrazione, manager pubblico e city manager, si occupa adesso, in prevalenza di valutazione delle prestazioni e del monitoraggio dell'attività amministrativa e della prevenzione della corruzione nelle pubbliche amministrazioni. Collabora con riviste specialistiche sui temi del management pubblico e coordina il portale www.governolocale.net e il proprio www.santofabiano.it. Soltanto a pochi confida di gestire un proprio blog e collaborare con il portale di informazione www.terzobinario.it

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