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Il clan dei Casamonica e il clan dei “sì, però…!”

By Santo Fabiano on 26 novembre 2018
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Che la nostra società soffra di eccessi lo sapevamo già. Basti pensare ciò che ci diciamo o sentiamo dire sul tema dell’integrazione, tra chi vorrebbe accogliere tutti e chi li vorrebbe mandare a una ipotetica casa loro (che se l’avessero, non verrebbero qui). Sembra strano, ma i nostri eccessi derivano proprio dalla nostra vocazione alla mediazione e al compromesso. Forse, perché abbiamo la qualità del buon senso o forse perché siamo pigri e ci piacerebbe risolvere ogni cosa senza la fatica di organizzare una soluzione, peggio se impegnativa.

È come se avessimo interpretato in modo casereccio il principio liberale del “laisser faire, laisser passer”, l’espressione attribuita a de Gournay, che riassume il postulato della libertà individuale, sulla base della convinzione che l’interesse personale, se libero di agire, conduca l’individuo a inserirsi nell’ordine naturale e a ricercarvi ciò che è vantaggioso per lui e per la collettività. Un postulato che ha attirato la passione di filosofi e studiosi, ma che si completava con un altro importante elemento:  il ruolo dello Stato al mantenimento dello stato di diritto, della sicurezza e più in generale ad ambiti di attività che non sarebbero mai intraprese dai singoli individui o da associazioni private.

Oggi possiamo affermare, senza tema di smentita, che siamo stati bravissimi nell’applicare il primo principio (quello della libertà individuale) e un po’ distratti nell’applicazione del secondo (quello del controllo da parte dello Stato). Così è accaduto che abbiamo ritenuto giusto e civile il proliferare di “libere espressioni del fare individuale e collettivo”, in tutte le forme possibili, giustificate da argomenti come la diversità, la minoranza, l’estraneità, l’ideologia, l’appartenenza, ecc. Tutte argomentazione che hanno stratificato comportamenti al confine della legalità e qualche volta in contrasto con essa. E tutti giustificati da qualcosa (nobile o meno che sia) che giustificava la deroga alla legge. Ci si è spinti fino alla nobile definizione di “disobbedienza civile”, usata come vessillo che, sicuramente è alimentata da buona fede, ma inevitabilmente, promuove un altro grave principio: quello della sottomissione della legge a “qualcos’altro”. Che può essere di natura ideologica o umanitaria, ma che nessuno può impedire che sia legato a interessi.

E così, sotto lo sguardo distratto dello Stato e all’interno di esso, proliferano situazioni che esprimono la debolezza delle istituzioni e la prepotenza degli interessi privati. Anche perchè, nel contrasto tra le istituzioni pubbliche e gli interessi privati, le prime soccombono facilmente. È difficile trovare alleati decisi e convinti nella difesa delle leggi e delle regole. È più facile trovare complici nella trasgressione e nel profitto.

E così, mentre ci si batte il petto e si manifesta contro la mafia, contro il fascismo, contro la violenza, contro la corruzione, si permette, senza farsi alcun problema, che vi siamo aree delle città sottratte al controllo dello Stato. Nelle quali vige il predominio di famiglie o di bande, sotto lo sguardo attonito di cittadini che si sentono soli nella difesa delle legalità e dei diritti civili. Abbiamo anche notizie di persone con handicap che sono state aggredite perché provavano a resistere alla prepotenza di questa gente.

Può accadere, quindi, che, nella capitale (e non solo) intere colline a ridosso di monumenti storici, diventino patrimonio di privati che vivono facendo della prepotenza un sistema di affari che riesce a penetrare nel tessuto sociale, economico e politico della città. E tutto ciò, senza che nessuno (che ne abbia titolo) trovi il coraggio di fermarli.

Anzi: perché fermarli se è possibile allearsi? Perché mettersi in contrasto con queste persone pericolose, quando si può trovare un accordo che può portare vantaggio?

Magari si finge di scandalizzarsi per il degrado della città o per i rilievi dell’Anticorruzione sulla nomina di un dirigente. Se ci fosse una vera autorità anticorruzione, dovrebbe occuparsi del circuito di affari sull’uso del territorio, dive si consumano, alleanze, denaro, interessi e buona parte del nostro patrimonio pubblico, piuttosto che degli “appalti sotto soglia”.

È in questo contesto che si inquadra l’iniziativa del sindaco di Roma di procede alla demolizione delle ville sontuose (e protette dalla distrazione di chi ha governato in passato) dei Casamonica, facendo ciò che avrebbero dovuto fare i predecessori, ma che non hanno fatto, senza mai rispondere di inerzia, magari lucrando del loro appoggio.

È chiaro a tutti che a “chiudere un occhio” e fare finta di niente ci si guadagna, mentre a mettersi contro questa gente, si rischia, proprio grazie alle collusioni e protezioni, sia tra il popolo, sia tra le imprese, sia tra i politici.

Sorprendendo ogni aspettativa e disattendendo rispetto a ogni “format” della politica del passato, la sindaca ha avuto il coraggio e la determinazione di procedere al recupero di quell’area, presentandosi in prima persona nel luogo della demolizione, facendo ciò che molti speravano, senza speranza, che potesse accadere.

È stato un gesto che ha riacceso la fiducia verso le istituzioni nelle persone di buona fede e soprattutto in quelle che abitavano nei quartieri a ridosso, continuamente vessati dalle scorribande e dalla ostentazione di quel clan. In un Paese civile ed equilibrato dovremmo tutti esultare per questo gesto.

Ma non è stato così per tutti. Già all’indomani dell’evento abbiamo assistito a schiere di “sottomessi”, tutti associati al clan dei “sì però la Raggi”, “sì però il Governo”, ecc.

Come se plaudire per questa importante iniziativa significasse aderire al Movimento cinque stelle o al Governo. Come se, invece, sminuendola, si potesse affermare un qualche principio democratico sfuggito agli altri.

C’è persino chi, in modo pettegolo, nella demolizione delle ville, ci ha visto una mossa di propaganda, chi la passerella politica, ecc.

Davvero un brutto popolo, incapace di difendere i propri diritti e altrettanto di distinguere dice è il bene e dove il male. Che preferisce essere sottomesso e lasciare che la legalità sia un tema per le manifestazioni.

Verrebbe da unirsi al clan e dire… sì però, per tutti questi anni, chi ha permesso questo degrado e il dilagare di questi clan?

Santo Fabiano

 

Santo Fabiano

formatore sui temi della "ecologia relazionale" negli ambiti di lavoro e analista di organizzazione, dopo una lunga esperienza come dirigente nelle pubbliche amministrazione, manager pubblico e city manager, si occupa adesso, in prevalenza di valutazione delle prestazioni e del monitoraggio dell'attività amministrativa e della prevenzione della corruzione nelle pubbliche amministrazioni. Collabora con riviste specialistiche sui temi del management pubblico e coordina il portale www.governolocale.net e il proprio www.santofabiano.it. Soltanto a pochi confida di gestire un proprio blog e collaborare con il portale di informazione www.terzobinario.it

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