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“Ich bin ein Berliner!” Berlino non merita quel sangue

By Redazione on 20 Dicembre 2016
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Berlino non merita quel sangue

Berlino è la città europea che ho visitato più volte. Da quando è caduto quel muro che ne deturpava i viali e l’anima, tante sono stati i miei passaggi. E la mia estasi.

Una città veramente poliedrica, colorata nella gioventù sfacciata d’aspetto e rigorosa nel rispetto, che vedi percorrere allegra quel viale alberato, quell’ “Unter den Linden” che li porta da quel grigio Est eppur così magico al verde che si staglia oltre la Porta di Brandeburgo, quello del “Tiergarten” con al centro la statua della vittoria di Wendersiana memoria.

“Ich bin ein Berliner” gridò da lì, da quella Porta, il 26 giugno 1963 un certo JFK, e così riecheggia il grido oggi, dentro tutti quelli che amano la libertà e questa libera Berlino.

Riecheggia da ieri sera, quando un Tir a fari spenti, nero come la morte si è abbattuto in un mercatino famosissimo, in uno dei tanti luoghi simbolo della città, dove ho vissuto per una settimana pochi anni fa, una settimana che mi appare ora lunga anni tanto mi è entrata nel cuore, tanto riesco adesso, ora, mentre commosso guardo quelle immagini a ricordarne gli angoli remoti, gli odori e i suoni allegri echeggiare.

Un quartiere che è un angolo ruvido eppure così accecante di bellezza, tra lo “Zoologischer garten” , il “Ku’damm” viale alberato pieno di energia visiva e poi, quella che, soltanto in un paese attento alla memoria potresti trovare, una nazione che ha scontato anzi il suo debito di memoria proprio con i simboli continui che lo testimoniano: la “Kaiser Kirche” meglio conosciuta come Chiesa del ricordo. Rimasta così com’era nel 1945, travolta dal bombardamento finale su Berlino. Accanto ad essa, la nuova chiesa, un ottagono luccicante e trasparente di luce blu. E sotto di esse, un pullulare di giovani e turisti che seppur con un freddo cane come quello di ieri, 19 dicembre, curiosava nelle bancarelle alla ricerca dell’oggetto giusto che accendesse l’atmosfera natalizia in casa, in famiglia.

Ha fatto una strage, sembra sia stato un pakistano, sembra un atto terroristico, sembra… sembra… la prudenza della stampa e della polizia in questi casi fa tenerezza, appare come quel medico coscienzioso e pavido che deve uscire dalla sala operatoria e dirci a noi che metaforicamente siamo aldilà del vetro che si, il paziente è morto. La nostra spensierata libertà di vivere la nostra amata Europa con scellerata serenità è morta.

Adesso sarà un rimbalzo di promesse, di verifiche, scopriremo che chi è stato li non aveva diritto a starci, lì davanti la chiesa del ricordo, scopriremo che questo modo di fare il mondo, dall’altra parte del mondo è odiato. Ripudiato. Dilaniato a colpi di pistola, di Kalashnikov e di Tir sparati contro le persone.

A me ora, rimane una sensazione più intima, la rabbia arriverà sono certo, ma ora mi rimane il sorriso di mio figlio mentre usciamo dalla birreria “Hans am Zoo” divertito e stordito dalla sua prima “Berliner Weisse”, l’odore delle salsicce addosso, le risate e le cianciate in dieci lingue diverse delle scolaresche di tutta Europa che si affacciano ridendo al quartiere a luci rosse poco distante. E quel blu della memoria, della chiesa della memoria, che adesso vedo commosso attraverso la TV circondata da ambulanze, macchie di sangue e di disperazione.

“Ich bin ein Berliner”

Mauro Valentini

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