Saturday, December 4, 2021
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UNA FORTUITA SERIE DI CIRCOSTANZE di Valentina Pucillo

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Una fortuita serie di circostanze

di Valentina Pucillo

tratto da Voci Nuove 7

a cura di Daniele Falcioni

ed. Rapsodia

 

Il garrito dei gabbiani che sorvolavano il porto non accennava a diminuire di intensità, nonostante fosse ormai tarda notte. Dall’angolo in fondo alla biglietteria dove si trovava, schiacciato tra la macchinetta automatica per le foto e il muro da cui si apriva la grande vetrata che affacciava sul porto, Karl sentiva fin troppo bene gli urli acuti dei maledetti uccelli. E li vedeva fin troppo bene, anche. Uno di quelli, enorme, era sceso in picchiata a tutta velocità verso di lui, tanto che Karl aveva temuto che si spiaccicasse contro la finestra e che il vetro andasse in frantumi cadendogli addosso; poi, invece, il gabbiano aveva elegantemente virato verso destra ed era volato via.

Karl aveva il sedere freddo e indolenzito per le ore trascorse rannicchiato sul marmo; la gazzarra orchestrata dagli uccelli rappresentava un ulteriore impedimento a un qualsiasi tentativo di dormire.
“Ci mancavano solo questi uccellacci del malaugurio, per la miseria!” imprecò insofferente Karl: tuttavia, non poteva nascondere a se stesso una certa invidia per la libertà di quelle creature. Comunque, se voleva almeno tentare di riposare qualche istante, doveva trovare una diversa sistemazione.

Decise di alzarsi dall’angolo in cui stava accovacciato, visto che era rimasto completamente solo nella sala spoglia. Sentì con un certo sollievo le ossa indolenzite della schiena e delle anche scricchiolare. Pensò che avrebbe potuto sdraiarsi su una delle panche posizionate lungo il muro dalla parte opposta della stanza; il legno rivestito di stoffa sudicia era probabilmente più comodo della pietra. Sicuramente più caldo. Vagamente inquieto, camminò verso il centro della sala per sgranchirsi le gambe, illuminato dai neon accecanti come un primo tenore sul palco dell’opera. Si chiese perché diavolo non avevano spento le luci, una volta chiusa la biglietteria; la visibilità era comunque assicurata grazie alla forte luce dei fari sulle banchine, e lui si sarebbe sentito più protetto. Tuttavia, si rendeva conto che il suo timore era piuttosto infondato. La sala era vuota, e lo sarebbe stata ancora per svariate ore. Su un cartello c’era scritto che la biglietteria apriva alle sette, e Karl non si aspettava che gli impiegati svogliati arrivassero con eccessivo anticipo. Aveva tutto il tempo per riposare, almeno per qualche ora. Era stanco. Era tanto stanco e aveva bisogno di assopirsi e di non pensare.

Quel pomeriggio, mentre camminava su e giù per il porto tirando calci ai mucchi di corde ammonticchiate agli angoli, Karl si era quasi rassegnato all’idea di dover passare la notte fuori sulla banchina. Non sapeva quanto gli rimaneva in tasca, non aveva neanche voglia di controllare, ma di certo non poteva permettersi di sprecare neanche un centesimo per pagarsi una stanza. Aveva intravisto, sul molo più lontano dal cancello di ingresso, quello che da lontano sembrava una specie di cimitero di container scrostati e abbandonati. Ce n’erano alcuni belli grossi, avrebbe potuto rannicchiarsi in uno di quelli, e magari chiuderlo per ripararsi dalle raffiche di vento marino che, sicuramente, durante la notte era ancora più umido e gelido. Ma aveva cambiato idea quando, all’imbrunire, quello che per tutto il giorno gli era sembrato un posto energico e fremente di attività, aveva assunto una connotazione ambigua. Gli pareva di aver iniziato a notare strani movimenti; personaggi poco rassicuranti dalle facce torve gli lanciavano occhiate malevole.

Alcuni, sembravano clochard che probabilmente stazionavano lì ogni notte; molti, troppi, gli sembravano malviventi che aspettavano il buio per occuparsi dei loro traffici. I grandi porti, di notte, sono luoghi ideali per incontri loschi e scambi illegali, lo sanno tutti. E lui non era certamente un uomo della strada, e sapeva benissimo di non essere neanche così scaltro da potersi trarre d’impaccio in caso di guai. Oltre alla tensione per la situazione, che ancora doveva capire come gestire, aveva iniziato a sentire anche qualcosa di molto simile alla paura. Era perciò tornato a passo svelto alla biglietteria poco prima dell’orario di chiusura e si era nascosto dietro uno di quei cubicoli che scattano fotografie istantanee, che quasi nessuno usa mai perché le foto vengono sempre orribili.

Si sdraiò sulla panca su un fianco, adagiando la schiena dolente lungo lo schienale, e chiuse gli occhi, coprendoli con il berretto. Si assopì, ma non riusciva ad addormentarsi del tutto, infastidito dal rimestio agitato che gli rivoltava lo stomaco. Capì di avere fame. L’ultimo pasto decente che aveva fatto era stato parecchie ore prima, in quella trattoria sulla statale insieme a Ioan, il camionista che lo aveva raccattato lungo la strada, con il quale aveva condiviso un piatto di merluzzo fritto unto e un quarto di vino.

Quel giorno si era messo in cammino, con un pesante zaino sulle spalle, già da prima dell’alba; non sapeva neanche che ora fosse quando, dopo quelle che sembravano ore interminabili, si era fermato in una piazzola dove aveva visto un bagno chimico. Lo aveva trovato chiuso a chiave e aveva imprecato ad alta voce. Il camion si era accostato e l’autista era sceso proprio mentre Karl tirava un calcio alla parete di plastica.

L’uomo che gli stava davanti era tozzo e grosso, con gli angoli della bocca rivolti verso il basso. Gli si era avvicinato con un’andatura strascicata, guardandolo fisso da sotto le sopracciglia folte e gli aveva chiesto, con un marcato accento moldavo: “Tu problema?” “Bagno. Fame” aveva risposto Karl, adeguandosi stupidamente al parlare sgrammaticato del suo interlocutore.

L’uomo aveva indicato il camion. “Sali. C’è bagno e cibo più avanti”.
Una volta saliti sul camion, l’uomo gli aveva detto di chiamarsi Ioan e di essere diretto al porto per la consegna del carico. Poi, per tutto il tempo che avevano trascorso insieme, Ioan era rimasto in un silenzio accigliato. Sempre senza dire una parola, gli aveva fatto cenno di scendere quando erano arrivati davanti al grande cancello di ferro che si apriva sulle banchine, ed era ripartito lasciandolo lì.

Karl si riscosse. Con lo stomaco che reclamava si alzò, sacrificò qualche spicciolo per acquistare un paio di tramezzini al distributore automatico e li inghiottì con foga. Poi si sdraiò di nuovo sulla panca e, rigirandosi continuamente sul legno duro, cadde in un sonno agitato e popolato da sogni inquieti che avevano tutti per oggetto la perdita del suo passaporto. Sognò che un branco di cani rabbiosi lo riduceva a brandelli; sognò che uno sbirro, con un sorriso ambiguo, glielo sequestrava sostenendo che fosse falso; sognò di salire finalmente sulla nave ma, tirando fuori il passaporto per mostrarlo al controllo all’ingresso, questo gli veniva strappato via da una raffica di vento e veniva scaraventato tra le acque luride del porto. Spalancò gli occhi e con il batticuore si tastò la tasca posteriore dei pantaloni, tranquillizzandosi quando sentì lo spessore rigido del prezioso documento.
Rabbrividì per una folata gelida che si era insinuata nella stanza. Saltò in piedi, stropicciandosi gli occhi abbagliati dal neon.

Entrambe le pesanti porte a vetri, sia quella sul lato della strada sia l’altra che affacciava direttamente sul porto, erano state chiuse ermeticamente; fino a qualche istante prima non era entrato all’interno neanche uno sbuffo d’aria, eppure aveva sentito più volte il vento ululare intorno alla stanza. Si guardò intorno, vigile e in tensione, non riuscendo a capire da dove provenisse l’aria. Poi ebbe un tuffo al cuore: la piccola finestra che si trovava dietro alle postazioni degli impiegati era socchiusa. Con immenso sgomento si accorse che c’era una figura nera dietro i vetri. Le dita della figura spuntavano nella fessura tra le due ante. Cazzo, era una guardia? Lo aveva visto? Afferrò convulsamente lo zaino dalla panca e si girò per lanciarsi dietro alla macchinetta delle foto, sperando di riuscire a nascondersi, ma una voce lo bloccò.

“Ehi… ehi tu! Ti ho visto, sai? Sono dieci minuti che ti osservo”.
La voce non era imperiosa né sferzante, come sarebbe invece stata se fosse appartenuta a una guardia della vigilanza privata o, peggio, a un poliziotto; era, piuttosto, un sussurro incalzante. Lentamente Karl si voltò. Rimase quasi a bocca aperta nel trovarsi davanti un ragazzino seduto sulla soglia, con le gambe penzoloni verso l’interno della stanza. Il ragazzino era intabarrato in un vecchio cappotto militare di almeno due taglie più grandi, e sulla sua testa spiccava un cespuglio di capelli arruffati. Non poteva avere più di quindici o sedici anni, e lo osservava con un’espressione guardinga ma non spaventata.

“Chi sei? Lo sai che è vietato stare in questo posto?” chiese Karl, cercando di nascondere la propria agitazione e di apparire più duro di quanto non si sentisse.

“Posso chiedere a te la stessa cosa” replicò il ragazzo con un sorrisetto, per nulla intimorito. “Io sto fuori, sei tu quello dentro a una sala chiusa. E poi io qua ci sto sempre. Non ti ho mai visto. Sei un ladro?” chiese, quasi speranzoso.
“Ma che dici, ragazzino!” rispose Karl allarmato, temendo scioccamente che ci fosse la vigilanza nelle vicinanze. “Cercavo solo un posto dove passare la notte. Prendo la nave domani mattina”.

“Beh, ma da qua partono solo le navi con dentro i container, non quelle con le persone! Hai sbagliato, devi andare dall’altra parte del porto. Là c’è pure una sala d’attesa dove puoi entrare mostrando il biglietto! Vieni, ti ci accompagno…”
“Ragazzino, sto bene qui” rispose Karl freddamente.

“No, no. Non puoi restare qui, ti troveranno!”
Il ragazzino si guardò attorno e iniziò a parlare a raffica: “Una volta c’era un senzatetto che si era addormentato lì per terra, e la mattina dopo, quando sono entrati e lo hanno trovato sdraiato, prima hanno pensato che fosse morto e hanno iniziato a gridare, poi quello si è svegliato e allora si sono messi ancora più paura e hanno chiamato i poliziotti che erano qui fuori, dicendo che c’era un ladro, e allora due poliziotti sono entrati e lo hanno preso ognuno per un braccio e lo hanno portato via trascinandolo e…”
“Smettila di gridare, ragazzino! Se continui a strillare così, certo che mi troveranno! E comunque, credi che non ci abbia già pensato? Vedi quell’angolo laggiù in fondo alla sala, dietro alla macchinetta delle foto? Tra poco mi nasconderò lì, dove sicuramente gli impiegati della biglietteria non andranno mai a guardare, e quando inizierà il viavai di gente sguscerò rapido verso la porta. Non se ne accorgerà nessuno” rispose Karl, con una certa aria di superiorità mista ad orgoglio per la sua trovata.
“Ma no! Non gli impiegati! Quelli non si accorgono mai di niente. Gli impiegati no, ma loro ti vedranno sicuramente” disse il ragazzino con la voce ridotta a un sussurro, fissando Karl dritto negli occhi.
Karl iniziò a sentirsi nervoso. Si guardò intorno di sottecchi, come a cercare qualcuno o qualcosa nella sala. Ma non vide nessuno oltre al ragazzino e al riflesso di se stesso nella vetrata.
Poi si riscosse. Come diavolo pensava di poter affrontare il viaggio che aveva in mente se si lasciava suggestionare dalle sciocchezze di un ragazzino?

“Ehi tu” lo apostrofò seccamente, “adesso mi hai scocciato. Chi è che dovrebbe trovarmi, eh? Ti diverti a prendermi in giro?”
Il ragazzino alzò gli occhi al cielo, come se avesse appena ascoltato la più stupida delle domande. Poi rispose con tono arzillo: “Gli addetti delle pulizie ti vedranno. Chi sennò? Arriveranno tra…” si sporse in avanti per guardare l’orologio al centro della sala, che segnava le quattro meno dieci: “Tra poco più di un’ora. E loro ci guardano, dietro alla macchinetta delle foto”.
Karl rimase impietrito. Come aveva fatto a non pensarci? Era stato davvero un idiota. Certo, aveva con sé i documenti, non era ricercato, sicuramente non ci sarebbero stati problemi a chiarire l’equivoco. Tuttavia sarebbe stato, nella migliore delle ipotesi, estremamente imbarazzante. Nella peggiore… non voleva pensarci, ma potevano essere grosse rogne se ci si metteva di mezzo la polizia. Rifletté brevemente massaggiandosi le tempie. Sì, senza dubbio doveva andare via da lì, e anche alla svelta.
Una ventata di aria gelida fece tremolare la grande vetrata accanto alla porta, e subito dopo grosse gocce di pioggia iniziarono a cadere.

“Ci mancava anche il temporale, dannazione!” imprecò Karl a bassa voce. Si voltò verso la biglietteria. Il ragazzino era ancora lì e lo osservava con curiosità. Era sceso all’interno della stanza e aveva poggiato la schiena alla finestra per tenerla chiusa.
“Senti…” gli disse Karl, titubante, “hai ragione, non posso stare qui. Devi farmi uscire, devo trovare un altro posto dove ripararmi”.
Al ragazzino si illuminarono gli occhi. Gli fece velocemente cenno di avvicinarsi. “Vieni di qua! Dobbiamo per forza uscire dalla finestra. Poi, se siamo fortunati e troviamo aperto il cancello del cantiere navale, tagliamo di là e arriveremo in due minuti dove stanno le navi per le persone, e lì puoi stare nella sala, come ti dicevo!” spiegò il ragazzo, compiaciuto che alla fine la sua idea fosse stata apprezzata.
“Ancora! Ragazzino, diamine, non possiamo andare lì. Non capisci? Non ce l’ho questo fottuto biglietto” ringhiò Karl. Poi aggiunse, più dolcemente: “Puoi aiutarmi a trovare un altro posto?”
Il ragazzo si bloccò e lo guardò a bocca aperta, vagamente inquieto. Sul suo viso confuso si leggeva chiaramente la domanda inespressa: come si può pensare di prendere la nave senza biglietto? Poi si riscosse. Quell’uomo non gli metteva paura come altri uomini che aveva intravisto a volte intorno ai container abbandonati. Fece cenno a Karl di scavalcare la finestra e uscì dopo di lui, facendo attenzione a richiudere le vecchie ante di legno che si incastravano sempre strusciando sul davanzale.

“Vieni con me” disse a Karl, incamminandosi svelto.
Karl lo seguì e gli chiese, stupito, come facesse a conoscere così bene il porto. Quel ragazzino non gli sembrava un delinquentello, ma d’altra parte i porti non sono proprio posti tranquilli e sicuri, soprattutto di notte. Il ragazzino, senza voltarsi, indicò il grosso faro che svettava davanti a loro in lontananza. “Io sto sempre con mio padre. Lui lavora lì”.
Il figlio del guardiano del faro! E chi ci avrebbe mai pensato!? Certo, magari era solo una balla, inventata da quel ragazzino dallo sguardo sagace per fregarlo: il ragazzino era di sicuro più furbo di lui, e troppo a suo agio in un postaccio come quello, di notte per giunta. Poteva tuttavia essere davvero il figlio del guardiano; quella strana situazione avrebbe acquisito senso. Effettivamente, era al faro che si stavano dirigendo. E se il faro fosse stato un covo di farabutti che non aspettavano altro che un pollo da spennare? Karl ghignò desolato tra sé e sé. Bel pollo secco che avrebbero trovato!

Pioveva sempre più forte, e la pioggia si riversava nell’acqua salmastra ruscellando sui ponti delle navi. Karl era zuppo, intriso d’acqua come una spugna; seguiva il passo veloce del ragazzino attraverso le strade che collegavano tra loro i vari magazzini del porto. Gli sembrava di essere in un labirinto, e il fragore del muro di pioggia rendeva scarsissima la visibilità, contribuendo a fargli perdere l’orientamento; non aveva idea di dove fossero e in mezzo a quelle strutture non vedeva più neanche il faro.
D’un tratto, i due sbucarono sulla banchina; Karl fu schiaffeggiato da una raffica di vento bagnato e gelido e si bloccò, imbambolato alla vista delle navi portacontainer scure ed enormi.
“Ehi, muoviti! Fa freddo, sono fradicio, andiamo!” gli gridò il ragazzino, e cominciò a correre in direzione del molo al termine del quale si ergeva il faro. Karl si riscosse e si precipitò dietro al ragazzo, arrancando lungo il molo scivoloso. Cercava di non guardare la massa di acqua nera che incombeva su di lui sia a destra che a sinistra, e di non pensare a cosa sarebbe potuto succedere se fosse caduto sugli scogli ricoperti di alghe viscide che costeggiavano il molo.
Quasi senza che Karl se ne rendesse conto, arrivarono finalmente davanti al faro. Karl, ansimando, poggiò la schiena alla porta di ferro e restò così, immobile, a riprendere fiato; poi guardò interrogativo il ragazzo, in piedi accanto a lui, per nulla provato da quella impetuosa corsa notturna. Cosa sarebbe successo, ora?
“Di’ un po’, ragazzino, e adesso? Non mi farai passare mica tutta la notte qui al gelo?” lo apostrofò Karl piuttosto seccamente.

“Mi chiamo Josef. Puoi chiamarmi con il mio nome, siamo quasi amici, adesso” rispose lui e, presa una vecchia chiave da sotto un masso, aprì la porta e sgattaiolò dentro, lasciando che il battente si chiudesse rumorosamente alle sue spalle.
Karl restò impietrito per qualche istante. Poi, furioso, cominciò a gridare.

“Ragazzino… Josef! Apri la porta! Dove diavolo sei andato?”
La pioggia continuava a infradiciarlo; prese a battere sulla porta e a strepitare improperi, tossendo e starnutendo. Finalmente, la porta si aprì.
“Ragazzino sciagurato! Mi prendi per il culo? Stai cercando di fregarmi? Adesso ti faccio vedere io!” ringhiò Karl alla figura all’entrata. Ma, a guardare bene, Josef non era solo. Accanto a lui c’era un uomo alto e massiccio, con barba folta e rossiccia come la criniera che aveva in testa. L’uomo gli parlò con una voce profonda e autoritaria, ma non minacciosa. “Modera i termini, amico. Questa tua aggressività non ci è gradita. Comunque, a mio figlio hai fatto simpatia. Mi ha detto che avevi bisogno di aiuto e non aveva tutti i torti, sembri piuttosto provato. Sali”. Senza dire altro, l’uomo si voltò e iniziò a salire la ripida scala di ferro. Karl sgusciò dentro mentre Josef gli teneva la porta aperta. Continuando a starnutire, si avviò per le scale stringendosi al petto lo zaino bagnato che conteneva i suoi pochi averi.

La scala portava ad un’unica stanza circolare, arredata con un divano di cuoio e due grosse poltrone; in fondo, c’erano un cucinino con un tavolo, e un bagno. La stanza era illuminata da una luce fioca ed era asciutta e priva di spifferi.
L’uomo accese il bollitore. Riempì tre tazze quando l’acqua fu calda e vi sciolse del caffè solubile. Aggiunse un cucchiaino di miele e un po’ di latte nella tazza che diede a Josef, e nelle altre due versò una generosa dose di brandy, tenendone una per sé e poggiando l’altra sul tavolo, davanti a Karl.
“Togliti quei vestiti zuppi e poi bevi qualcosa di caldo, ne hai bisogno. Lì c’è una tuta, è vecchia ma pulita. Puoi metterti quella” disse, indicando con il mento la porta scrostata del piccolo bagno.
Come un automa, Karl appoggiò lo zaino sulla poltrona e andò in bagno, dove iniziò a cambiarsi lasciando la porta socchiusa. Mentre si infilava i pantaloni di flanella (enormi, ci stava dentro due volte) vide con la coda dell’occhio l’uomo versare nella sua tazza quella che sembrava una polverina bianca, e mescolare. Si precipitò fuori gridando febbrilmente: “Che cavolo stai facendo? Vuoi avvelenarmi?”
Poi abbassò lo sguardo e vide una bustina aperta poggiata sul tavolo.
“È paracetamolo. Ti aiuterà” gli rispose l’uomo senza scomporsi.
Karl prese il bicchiere con mano tremante e si accasciò su una delle poltrone. Dalle finestrelle senza tende lungo tutta la parete vedeva il fascio di luce del faro che appariva e scompariva ipnoticamente.

“Dunque… sei davvero il guardiano del faro, e Josef è tuo figlio. Vivete qui?” chiese a un tratto Karl, nonostante l’imbarazzo e l’ambiguità della situazione.

L’uomo si lasciò andare ad una risata grave, poi disse: “Credo proprio che non si possa dubitare sul fatto che Josef sia mio figlio. Sull’essere guardiano del faro, invece… ormai sono anni che questo mestiere non esiste più. Sembra una definizione da figura mitologica. Adesso per la legge noi siamo operatori nautici”.

Poiché Karl lo guardava interrogativo, l’uomo continuò: “Anni fa il termine guardiano del faro aveva una sua ragion d’essere. Vivevamo nel faro, in simbiosi con il faro. La manutenzione era giornaliera e costante. Oggi con la tecnologia è cambiato tutto. Io e Josef abitiamo in città; veniamo qui un paio di giorni ogni settimana per la pulizia e i controlli ordinari. E da quando il carico di lavoro è diminuito, mi occupo di altri piccoli… affari, ecco, affari di vario genere giù al porto. Oggi, comunque, non avremmo dovuto essere qui. Sei stato fortunato”.

“Fortunato un corno. Sono quasi le cinque del mattino e non so ancora cosa diavolo fare” pensò Karl tra sé e sé. Fissò torvo un punto indistinto nell’oscurità oltre la finestra, ascoltando il borbottio del mare e il respiro pesante di Josef, che si era addormentato sulla poltrona accanto alla sua.

“Ti conviene dormire un po’ prima che faccia giorno” gli disse l’uomo.
Karl era nervoso e, allo stesso tempo, intontito dal miscuglio di liquidi e medicinali che aveva ingurgitato; inoltre, si stava così bene su quella comoda poltrona che la stanchezza prese il sopravvento e gli fece chiudere gli occhi.

Non aveva idea di quanto avesse dormito; dalla finestra vedeva che il cielo, in precedenza nero e senza stelle, si era leggermente schiarito all’orizzonte. Istintivamente allungò una mano verso lo zaino e lo strinse a sé. Subito fu agitato da qualcosa che all’inizio non comprese. Poi capì: lo zaino era aperto, leggero, e aveva una consistenza molle. Era pieno di fogli di giornale appallottolati. Karl si guardò intorno: nella stanza non c’erano più né i suoi vestiti né Josef e suo padre. Era solo e non aveva più la sua roba.

Si era fatto fregare! Povero illuso idiota che non era altro! Ma perché quei due truffatori avevano voluto approfittare proprio di un poveraccio come lui? Maledisse tutto, e si prese la testa tra le mani.
All’improvviso sentì dei rumori provenienti da sopra la sua testa. Scattò in piedi e percorse affannosamente le scale. Nella grande stanza a vetrate al piano superiore c’era la lampada del faro. Josef e suo padre erano lì e trafficavano vicino alle lenti. I suoi vestiti, il portafoglio, il passaporto e gli altri effetti personali erano allineati in bella mostra su un tavolino.

“Cosa…” sbottò Karl.

“Guarda, Karl! Si sta asciugando tutto per bene! Sono riuscito a stendere tutte le banconote e a non far gonfiare di umidità i fogli del passaporto!” esclamò Josef compiaciuto. “Dovrebbe essersi quasi asciugato anche lo zaino: i fogli di giornale assorbiranno tutta l’umidità!” Ancora una volta, Karl chinò il capo, affranto.

“Perdonatemi… io, ecco, credevo che volevate fregarmi. Non sono mai stato molto fortunato nella mia vita. E devo prendere quella nave per l’Australia, la devo proprio prendere a tutti i costi, capite? Ma non so come fare, maledizione!”
Josef guardò suo padre, che a sua volta fissò a lungo Karl con uno sguardo indecifrabile.

“Io non so chi tu sia, Karl, e non so da cosa fuggi e cosa devi andare a fare a tutti i costi in Australia. Ma non mi sembri un disgraziato”.
Karl alzò lo sguardo, speranzoso.
“Facendo i miei… affari giù al porto ho conosciuto molte persone interessanti” disse l’uomo calcando le parole affari e interessanti. “Spesso ci si scambiano favori. Ho tirato fuori dai guai e da situazioni ambigue parecchi operatori portuali. Di recente ho risolto una questione per Abel, un tale che si occupa dei servizi tecnici di bordo e del carico e scarico merci sulle portacontainer. E il caso vuole che questo tizio si imbarcherà come responsabile merci sul mercantile che parte stasera per Brisbane. Non credo avrebbe problemi a farti salire sulla nave come aiutante e a procurarti un visto, purché tu abbia un passaporto in regola e sia incensurato”.

Il corpo di Karl, infilato in quella tuta troppo grande, ebbe un sussulto. Abbozzò un sorriso patetico, passandosi la mano tra i capelli scompigliati.
Intanto si era fatto giorno; il cielo era coperto da uno strato plumbeo e pesante di nuvole, il mare era gonfio e grigiastro; una sottile pioggerella ancora persisteva e dava tutta l’idea che sarebbe durata l’intero giorno.

Josef e suo padre accompagnarono Karl da Abel, un tizio magro e di poche parole che comprese al volo la situazione. Si accordarono velocemente: in cambio di un posto sulla nave, Abel chiese solo che Karl aiutasse nelle attività di carico merci; una volta in Australia, sarebbe sparito dalla sua vista e avrebbe badato da solo a se stesso. Era più di quello che Karl aveva sperato.

“La nave partirà stasera alle nove. La chiave del faro è sempre nello stesso posto; quando avrai finito, torna al faro a riprendere i tuoi vestiti e le tue cose, che per il momento ti conviene lasciare lì. Buona fortuna” disse il padre di Josef a Karl, facendo poi un cenno di saluto con il mento; il ragazzino gli strinse solennemente la mano. Karl li salutò con un sorriso imbarazzato senza trovare le parole adatte. Li seguì con lo sguardo mentre si allontanavano. Quando furono spariti dalla sua vista, quasi dissolti nella pioggia, gli sembrò assurdo che quei due fossero veramente esistiti e che gli avessero persino servito su un piatto d’argento la soluzione al suo problema. “Eppure sono qui, e staserà partirò!” pensò Karl euforico, e restò stralunato a fissare la gigantesca nave davanti a lui.

Si riscosse sentendo Abel che lo chiamava seccamente e gli indicava una pila di casse, e iniziò a caricarle in un container seguendo le sue indicazioni. Era un lavoraccio faticoso e Karl fu presto stanco, ma allo stesso tempo animato da un miscuglio di eccitazione e gratitudine; pertanto continuò a lavorare come un mulo e senza una parola di lamento fino al pomeriggio inoltrato, quando Abel gli comunicò concisamente che il lavoro di carico era terminato. Gli diede un pass per salire sulla nave e si voltò per andarsene, ricordandogli a mezza bocca di presentarsi puntuale alle otto e mezza. Karl era sfranto, ma si sentiva leggero e vagamente ottimista per la prima volta da giorni: nonostante tutto, si rendeva conto che una fortuita e fortunata serie di eventi lo stava portando sempre più vicino alla sua meta.

Arrivò al faro che era quasi buio. Salì faticosamente la scala di ferro fino alla stanza rotonda. Controllò che nel suo zaino ci fosse tutto e, cercando di ignorare il dolore alle braccia, indossò i suoi vecchi vestiti. Poi si sedette sulla comoda poltrona, dando ai suoi muscoli e alla sua mente la possibilità di rilassarsi.

“Potrei riposare un po’” pensò Karl, “mancano circa due ore all’appuntamento. Potrei chiudere gli occhi… magari solo per qualche istante…” e si assopì, cullato dal mormorio delle onde e dalla pioggerellina che ancora batteva sui vetri.

Si svegliò di soprassalto, con la gola secca e il cuore a mille. Si rese conto che a farlo sobbalzare era stato il suono lungo e grave di una sirena. L’orologio appeso al muro segnava le 20:27. Sentì il sangue defluirgli nelle vene. L’appuntamento era alle 20:30; aveva soltanto tre minuti per raggiungere la banchina, ma quella mattina ce ne aveva messi venti!

Si riscosse, deciso a non perdersi d’animo: non poteva mandare tutto in malora proprio adesso, cazzo! La nave non sarebbe partita che alle 21:00, del resto. Col cuore in gola afferrò lo zaino e si precipitò giù per le scale senza neanche metterlo sulle spalle, poi si lanciò lungo il molo come un forsennato. Ce l’avrebbe fatta, certo che ce l’avrebbe fatta! Poteva già vedere il profilo dell’enorme nave, era lì ferma che lo aspettava. Ci avrebbe messo meno di dieci minuti, pensò continuando a correre come un pazzo.

Forse, nella foga, Karl non vide la corda spessa ammonticchiata su un lato del molo, o forse le sue scarpe usurate avevano la suola troppo liscia per supportare un’altra corsa folle sul suolo bagnato. Quello che è certo è che all’improvviso Karl perse l’equilibrio e rotolò rovinosamente su quegli scogli scivolosi a lato del molo, battendo forte la testa su uno spuntone. L’ultima cosa che i suoi occhi annebbiati videro, prima di perdere conoscenza, fu lo zaino che galleggiava nell’acqua grigia sotto di lui.

Passò del tempo, Karl non seppe stabilire in effetti quanto, prima di rinvenire. Era buio e lui era di nuovo fradicio. Nonostante l’oscurità, poteva intuire in lontananza il nero profilo familiare di una nave mercantile, ormai irraggiungibile all’orizzonte.

foto di Ylanite Koppens da Pixabay

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