Sunday, October 24, 2021

QUI CON LORO STO BENE di Silvia De Felice

image_pdfimage_print

QUI CON LORO STO BENE

di Silvia De Felice

tratto dall’Antologia Voci Nuove 6

a cura di Daniele Falcioni

ed. Rapsodia

 

Quando spalancò il portone, Elena vide subito il telegramma che spuntava dalla sua cassetta delle lettere. Curiosa e un po’ spaventata, non aspettò di entrare in casa: lo aprì subito, barcamenandosi a stento tra le buste del supermercato.

“Anna ci ha lasciato. Funerali sabato ore 14. Vieni alla funzione? Mario”.

Le immagini di un’ epoca passata le balzarono agli occhi vivide come fossero di ieri.

Elena, Luisa, Annapaola e Francesca: “le inseparabili” le chiamavano al paese. Anna, la madre di Luisa, le viziava di dolcetti e coccole, indistintamente, come se fossero tutt‘e quattro figlie sue. Ora se ne era andata, uccisa forse da anni di sofferenza e tristezza.

Mentre tritava carote, cipolle, sedano e aglio per il soffritto, Elena non riuscì a far a meno di ripercorrere quella che era stata la sua ultima estate da bambina.

I suoi genitori la accompagnavano a Collalto dai nonni appena finiva la scuola, loro lavoravano e la potevano raggiungere solo la prima settimana di settembre. Elena era felice li, tra quelle dieci case, con Luisa, Annapaola e Francesca, che invece a Collalto vivevano tutto l’anno. Avevano 12 anni, nel paese ci si conosceva tutti e loro, nonostante la giovane età, godevano di quella libertà che in città non era neanche lontanamente pensabile.

Si vedevano tutti i giorni: in tarda mattinata dopo aver aiutato un po’ in casa, scendevano in piazza a chiacchierare fino al momento di andare a pranzo. Il pomeriggio facevano lunghe passeggiate fino al torrente dove si bagnavano e prendevano un po’ di sole insieme ad altri ragazzini e ragazzine dei paesi vicini. Spesso uscivano anche dopo cena, e quello era il loro momento preferito, il momento dell’avventura. Luisa prendeva di nascosto la grande torcia di Mario, suo padre e, facendosi coraggio vicendevolmente, si avviavano verso la parte più vecchia del paese, inventando storie di fantasmi e tesori nascosti. In quella zona numerose erano le abitazioni disabitate: dopo la guerra in molti si erano trasferiti in città più grandi, il paese si stava lentamente spopolando.

Le quattro ragazze erano attratte da quelle mura silenziose, le finestre buie i vicoli poco illuminati. Parlavano sottovoce quando si trovavano in quella parte di paese, come se non volessero disturbare spiriti e fantasmi dormienti. La casa che però le attraeva maggiormente era quella più rovinata, in fondo alla discesa che portava alla fine del paese. Le imposte di legno scrostate e cadenti, il giardino infestato da erbacce incolte, il cancello di ferro che cigolava appena lo si muoveva. E poi gli animali notturni sembravano darsi tutti ritrovo lì, gufi, civette, qualche topolino e, di tanto in tanto un’incursione della spinosa. Loro non l’avevano mai vista ma lei lasciava aculei striati in ricordo del suo passaggio. Luisa, Elena, Annapaola e Francesca, impaurite ed eccitate, era lì che si dirigevano quelle notti d’estate. Luisa, soprattutto, era come infervorata da quella specie di rudere. Era lei che improvvisamente sentiva un rumore diverso dal solito. Era lei che spesso notava un’ombra silenziosa che si aggirava furtiva tra quelle mura. Era lei che percepiva presenze….

Quell’estate però non fu come le altre: le quattro amiche non sapevano che quell’anno, la notte di Ferragosto avrebbe segnato la fine della loro fanciullezza e della loro spensieratezza.

I primi del mese, nel paese e in quelli vicini, avevano visto aggirarsi una persona che nessuno conosceva, si teneva lontana dal centro con quel suo carretto e tre cani spelacchiati al seguito. Sembrava un canaro, di quelli che vivono, mangiano e dormono con i cani; non infastidiva e non parlava con nessuno; entrava ogni tanto dal fornaio a chiedere un po’ di pane avanzato. I ragazzini più spavaldi lo avevano avvicinato e deriso, ma lui niente, non aveva reagito mai. Dopo un paio di settimane nessuno quasi sembrava farci più caso.

Arrivò Ferragosto, il caldo era opprimente tra quelle colline,  le quattro amiche avevano fatto incetta dei dolcetti dell’Anna e, dopo cena, si videro come sempre sotto casa di Luisa. Erano riuscite a strappare il consenso a rientrare più tardi, alla fine dello spettacolo di fuochi d’artificio che il parroco aveva organizzato in piazza a mezzanotte.

Per guadagnare tempo le ragazze si erano allontanate dal centro prima che finissero di sparare; c’era tanta gente tra paesani e turisti, nessuno se ne sarebbe accorto. Non erano mai state alla casa in un orario così tardo, Luisa era trepidante; le altre un po’ impaurite, la seguirono.

Arrivate lì in effetti sembrava tutto uguale alle altre volte. “A mezzanotte sapremo se gli spiriti della casa si manifesteranno a noi” disse Luisa e, aggiunse “Siamo fortunate stanotte non c’è luna, li vedremo meglio”. Elena, Annapaola e Francesca rabbrividirono ma non proferirono parola.  Entrarono nel giardino incolto e si avvicinarono l’una all’altra per passare all’interno della casa. Luisa voleva andare a vedere al piano di sopra, ma le altre no, erano troppo impaurite. “Siete delle fifone” disse, “io vado, sento che c’è qualcosa.” E salì. Per tranquillizzare le amiche rimaste giù, Luisa canticchiava in modo che la sentissero. “Dai, ora scendi, andiamo” disse dopo pochi, ma interminabili minuti Elena. “Non vogliamo più stare qui” aggiunse Annapaola.  Luisa però non cantava più. Le tre aspettarono qualche istante. “Luisa!!!” chiamò forte Francesca. Da sopra nessuna risposta. Elena si fece coraggio, salì e guardò nelle due piccole stanze: di Luisa neanche l’ombra. “E’ scomparsa!” urlò atterrita scendendo le scale di corsa. “Andiamo a cercare aiuto, correte!”

Mentre girava il sugo Elena rammentava ancora perfettamente la paura e l’angoscia che le attanagliava il petto in quei terribili momenti.

Ricordava le facce di stupore di Anna e Mario quando, tra le lacrime, gli raccontarono che Luisa era sparita. Tornarono insieme ad altri compaesani e cercarono, frugarono, chiamarono a gran voce per tutta la notte, ma nulla. Era quasi l’alba quando arrivarono le forze dell’ordine con i cani. Perlustrarono la zona per giorni e giorni. Nessuna traccia.  Luisa era scomparsa, come assorbita da quelle mura antiche. Il presunto colpevole di chissà quale efferato crimine fu subito individuato: nessuno aveva più visto il canaro da quella sera infausta. Sparito nel nulla anche lui. Così trascorsero giorni, settimane, nessuna notizia, nessun ritrovamento. A settembre Elena tornò in città con i suoi. Annapaola e Francesca rimasero tra quelle case impregnate di dolore. Ci furono anche diversi comunicati in tv, ma non furono d’aiuto.

Passarono i mesi e arrivò  di nuovo l’estate. Stavolta Elena non andò a Collalto furono i nonni che vennero a stare per qualche tempo in città con lei. Le portarono i saluti delle due amiche e anche di Anna e Mario che, prostrati dal dolore, arrancavano nella loro misera vita. Poi ci furono gli anni delle superiori, i contatti tra le ragazze si erano pian piano affievoliti fino a cessare del tutto. Elena seppe che le sue amiche d’infanzia erano andate in due note università in Inghilterra, forse erano volute fuggire da quei luoghi infausti. Gli anni erano passati, la tragedia sembrava dimenticata  fino all’arrivo di quel telegramma.

Il sabato mattina Elena lasciò la colazione pronta ai suoi e si mise in viaggio. Nelle tre ore che la separavano da Collalto avrebbe cercato di rilassarsi con della musica, era un po’ tesa anche se non ne sapeva il perché. Arrivò, scese dalla macchina e rimase stupita nel constatare come fosse rimasto tutto uguale a 15 anni prima. Solo gli alberi erano più grandi e testimoniavano il passare del tempo.

Poi i primi incontri mentre si avvicinava alla chiesa del paese. Qualche timido cenno di saluto: forse dopo tanti anni non la riconoscevano. Le due donne a destra del portone, però, lei le riconobbe subito: Annapaola e Francesca, erano tornate anche loro. Mentre si abbracciavano senza aver quasi proferito parola, arrivò il carro. Stentarono a riconoscere in quel vecchio, gobbo e rugoso, Mario il forte e ridanciano padre di Luisa. Lui le guardò e le lacrime gli solcarono il viso. Entrarono in chiesa. La cerimonia fu breve e silenziosa. Anna venne sepolta nel piccolo cimitero, vicino ad una lapide bianca dove, a fianco ad una foto, si leggeva chiaramente il nome ed era indicata solo la data di nascita. I genitori di Luisa, evidentemente, avevano voluto un posto dove poterla piangere e dove portare dei fiori.

Il sole stava tramontando quando, dopo un breve saluto a Mario, le tre amiche si ritrovarono da sole nella piccola piazza.

Per qualche minuto si raccontarono di loro, delle loro vite, ma dopo poco fu Elena che disse: “Io voglio tornare lì, ne ho bisogno”. Annapaola e Francesca si guardarono e con un fil di voce risposero: ”Sì, andiamo”.

S’incamminarono, ritrovarono facilmente la strada come fosse ieri, poi la videro: la casa, era ancora lì, in fondo alla via, sembrava che gli anni non avessero intaccato quelle già fragili mura. Il giardino sempre incolto, forse il cancello più arrugginito.

Stava facendo buio ma nessuna delle tre disse nulla. Nel passaggio dal giorno alla notte c’era quel momento di silenzio strano che precede l’inizio dei rumori notturni.

“Entriamo“ disse Elena accendendo la luce del cellulare, e poi: “Luisa sentiva le presenze perché ci credeva, se la pensiamo intensamente forse ci sentirà e riusciremo a capire”.

“Ma cosa vuoi capire? Luisa è stata rapita dal canaro, lo sanno tutti!” la interruppe Annapaola.

“Forse” si intromise Francesca, “ma la verità è che sembra svanita nel nulla. Anzi, sembra che sia scomparsa qui, in questa casa, a causa di questa casa”. Le altre la guardarono sbalordite. “Non vi ricordate più ? Eravamo tutte qui, lei canticchiava, c’era silenzio, se ci fosse stato qualcun’ altro ce ne saremmo accorte. Luisa non ha gridato, non ci sono stati rumori strani, niente e nessuno oltre noi, solo noi e le mura di questa casa maledetta”.

Nessuna ribattè, le luci dei loro telefoni creavano ombre sinistre, fuori gufi e civette intonavano i loro lugubri canti. Dopo qualche istante le tre donne decisero di salire al piano di sopra, proprio lì dove Luisa era scomparsa. Le persiane marcite erano aperte e la luna piena proiettava la sua tremula luce all’interno. Si guardarono intorno senza sapere cosa e dove cercare. Nessuna parlava, forse cercavano di sentire quelle presenze loro raccontate dall’amica. Passarono nella seconda camera, un po’ meno illuminata. Come entrarono però un forte tramestio le fece sobbalzare. Con il cuore in gola si accorsero che erano solo pipistrelli, disturbati dalla loro presenza erano fuggiti dalla finestra.

“Qui non c’è proprio niente” disse Elena, “andiamocene”.  Mentre si accingeva a scendere la scala, con il braccio sbatté sul corrimano e il cellulare cadde rotolando per qualche gradino. Elena imprecò e si inchinò per raccoglierlo. Il fascio di luce del dispositivo stava illuminando lungo il battiscopa quelli che a prima vista sembravano i segni del tempo. Lei però mise a fuoco e si accorse che erano lettere. “Guardate” disse alle amiche, “qui c’è una scritta”. Annapaola e Francesca si piegarono per vedere, illuminando con i loro telefoni.

A distanza regolare l’una dall’altra, scendendo giù, c’era una fila di diciassette lettere: quiconlorostobene. Inizialmente cercarono di decifrare quello che sembrava un unico lungo vocabolo; poi, all’improvviso, Francesca esclamò “Ma questa è una frase, dice: QUI CON LORO STO BENE”, e guardò le altre perplessa.

“Chi?” domandò Annapaola. La risposta era dentro di loro.

“E’ Luisa!” Esclamarono all’unisono. Le loro menti negavano quello che il cuore invece sapeva da tempo. Aspettavano da anni un segno e quel segno finalmente era arrivato. Incredule si abbracciarono.

“Cerchiamo ancora” disse Elena, “Troveremo qualcos’altro.”

Scesero al pian terreno, tre fasci di luce illuminarono, per vari minuti, pareti e sottoscala. Non trovarono nulla. Improvvisamente una civetta, con il suo verso, ruppe il silenzio della notte, come fosse un saluto. Le tre amiche decisero che era ora di andare e uscirono dal cancello volgendo un ultimo sguardo a quelle mura. Erano d’accordo: nessun altro avrebbe saputo; sarebbe stato inutile, non avrebbero capito.

La mattina seguente, dopo una silenziosa colazione all’unico bar del paese e un veloce abbraccio a Mario, si salutarono, senza promesse di un futuro incontro.

Arrivata all’incrocio con la statale, Elena rallentò e con la coda dell’occhio notò una figura in lontananza: un uomo con un carretto e tre cani stava entrando in paese.

DF

Foto-di-David-Schwarzenberg-da-Pixabay-.jpg

 

 

 

 

Rispondi