Sunday, October 24, 2021

IL CONO D’OMBRA di Ninni Caraglia

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Racconto tratto dalla raccolta Voci Nuove 7

a cura di Daniele Falcioni

 

Un gabbiano non vola mai per caso sopra le nostre teste. Vola per vedere se proteggiamo la nostra vita. Invidiamo la libertà di volo dei gabbiani mentre ci seguono a distanza, pronti a raccogliere le nostre zavorre di dolori e delusioni. Volano per noi, che fatichiamo a capire cosa o chi ci stanno indicando di seguire. Un gabbiano è fedele allo scopo del suo volo, si fida del cielo e del mare, ma anche dell’uomo che sugli scogli sa restare in silenzio ad ascoltare i gabbiani.

 

L’uomo le fece cenno di tacere. Lei non si mosse ma si aggrappò saldamente alle maniglie sui bordi del canotto, pronta a muoversi. Smise di pagaiare. Il rumore delle onde mosse dal canotto diveniva sempre più lento. Rimasti in silenzio aspettavano di sentire di nuovo quel rumore, o meglio lui aspettava di sentire di nuovo quel rumore, quella voce bassa, quel lamento, quello stridio, quel fruscìo, quella sensazione di rumore animato in quel mare o in quell’isola deserta. Non più deserta, anzi, visto che adesso c’erano loro che ci giravano intorno. I gabbiani volavano sopra il loro canotto alternandosi in una staffetta silenziosa, quasi pronti a dare un grido di allarme se qualcosa fosse venuto fuori. Qualcosa, qualcuno. L’uomo non aveva ancora capito cosa aveva sentito – ma lo aveva davvero sentito? – non poteva dire se quel rumore fosse di umano o di animale o di vegetazione.

Continuarono ad aspettare in silenzio, lui voltandosi spesso per vedere se dalla vicina costa della terraferma ci fosse qualcuno, lei guardando interrogativamente lui e i gabbiani che volavano sopra la sua testa finché, stanca di mantenere la posizione sdraiata, si mosse per mettersi seduta. Proprio nel momento in cui lei si mosse, entrambi udirono un rumore come di mobili spostati, tipo spostare un pesante divano, così come lo sentiresti fatto dagli inquilini del piano di sopra. Anche il canotto si spostò bruscamente in diagonale, non era il solito dondolio dovuto ai movimenti di lei.

“Andiamo via!” urlò lei. Ma intorno tutto era già ritornato calmo e silenzioso. Facendosi cenno con gli occhi, istintivamente guardarono il fondale cercando un animale degli abissi oppure bolle d’aria per una inattesa attività termale o vulcanica del fondo marino. Lui a gesti indicò ancora di fare silenzio. Tutto sembrava al suo posto, come se nulla fosse accaduto. Lei, impaurita, lo convinse a muoversi, pagaiando molto lentamente per rifare il giro dell’isola ma spostandosi un pochino più al largo. Un lento navigare che li stava riportando a quella piacevolezza che il sordo rumore aveva interrotto. Fecero ancora un altro giro, ma muovendosi a zig-zag per capire se quel rumore si sentisse solo sotto costa. Nulla. Acque cristalline, guizzi di pesci argento e blu, e gabbiani felici. Il sole li guardava muto ma compiacente: una natura perfetta e circoscritta insieme a loro due, piccoli e silenti spettatori. Non sempre è così. Tutta quella bellezza non poteva andare sprecata, i due decisero di avvicinarsi di nuovo all’isola fermandosi però nella parte opposta, dove un punto della parete rocciosa presentava uno sbalzo che faceva ombra. Si fermarono lì perché quel cono d’ombra aveva colpito la loro attenzione sin dal primo giro dell’isola. In quel punto si sentirono al riparo e finalmente tornarono a parlare di quanto avvenuto.

“Sarà stata una leggera scossa di terremoto, ho letto che può essere preceduta da un boato o un sordo lamento” disse lei.

“Però non c’è stato un grosso movimento del mare, il vento non è diminuito o aumentato, e non sono neanche caduti piccoli sassi dalla roccia più alta, che sembra di gesso fragile” disse lui.

Stefano e Lucia avevano scelto quella meta per la scarsa presenza di attività umana e staccarsi così dalle ultime difficili vicende vissute in città. Lui, del segno dei pesci, era in sintonia con l’acqua: non era un vero e proprio richiamo, si trattava piuttosto di piacere e rispetto reciproco. Lei, ariete, aveva paura delle profondità e preferiva tenere i piedi in terra, ma adorava i profumi salati dell’isola, e ogni volta i suoi muscoli, con sempre nuova meraviglia, si arrendevano al dolce massaggio dell’acqua.

Si addormentarono all’ombra di quel picco di roccia che li sovrastava dall’alto. Così in alto che dal canotto non riuscivano a dare un numero a quell’altezza.

Stefano si tuffò in acqua e svegliò Lucia, che però non lo seguì.

Avevano immaginato quel tempo da tanto: niente orari, niente convenzioni, niente riti; non una vita da zingari ma neanche da naufraghi. Una vita per loro stessi.

La lunga giornata e le emozioni richiedevano una sosta, anche se ai due dispiaceva lasciare l’isola dopo quell’evento strano, quindi fecero ancora un giro guardando bene le rocce della riva, cercandone punti particolari o con segni di vegetazione, e riflettendo. Più che riflettere, capire come arrivare in cima alla piccola isola. Un posto così particolare doveva avere senz’altro un panorama altrettanto particolare visto dalla sua sommità. Forse dall’alto avrebbero potuto vedere meglio i fondali e capire se parte della roccia connettesse l’isola alla costa grande. Forse avrebbero visto relitti, rocce scavate con dentro murene enormi… forse.

 

La grande stanza di legno, l’insalata di pomodori, il pane e l’acqua con lo sciroppo di mandorle erano dolci come il sonno che era venuto loro incontro. Enzo arrivò alle sette del mattino, la grande stanza di legno dal basso soffitto l’aveva costruita lui. Un riparo con due finestre dove rimaneva quando aveva voglia di dormire con il mare. Un letto, un tavolino con due sedie, alcune mensole, senza servizi igienici: poteva approfittare della macchia di ginestre proprio sotto la radura di roccia dove aveva costruito. Non pensava che Stefano e Lucia gli avrebbero chiesto di restare a dormire lì: sarebbe resistita veramente, gente di città, a dormire accampata così?

Sorpreso ma anche contento, Enzo aveva dato loro la chiave del capanno ad una condizione: li avrebbe svegliati alle sette del mattino dopo con un thermos di caffè e pane con miele. Voleva essere sicuro che nulla gli fosse accaduto durante la notte e, dopo aver bussato più volte, capì che il sonno era stato tranquillo. Fecero colazione insieme seduti sulla roccia, guardando il mare e l’isola, che dalla riva sembrava più lontana e più grande.

La foschia mattutina rendeva l’isola silenziosa e triste, anche i tre spettatori lo erano. Enzo, togliendosi le briciole di pane dalla barba bianca, disse ai suoi due ospiti che spesso in quella stagione l’isola aveva quell’aspetto, mattino e sera le maree la facevano sembrare più bassa o più alta, per lui nulla di cui stupirsi. La coppia allora si fece un cenno e Stefano disse ad Enzo che aveva bisogno di parlargli. Enzo annuì, raccolsero tutte le cose e chiusero il capanno per tornare sulla terraferma, dove c’era l’appartamento che Enzo aveva affittato loro per il mese di giugno. Camminarono per circa un’ora tra saliscendi intermittenti di roccia e piccoli fiori di cappero, lungo la costa di ciottoli con poca sabbia granulare sepolta dalle alghe, ormai secche, portate dalla marea. Percorsero poi una salita di sterrato che, con pendenza dolce, portava in cima al paese. Un piccolo paese dove c’era tutto e niente, dipende dai punti di vista. Stefano disse ad Enzo che dopo la doccia si sarebbero visti per parlare di una cosa successagli in mare il giorno precedente.

Mentre si rivestivano, Stefano e Lucia si interrogavano sull’opportunità di dire subito ad Enzo quanto accadutogli, non avendo ulteriori prove da aggiungere alle loro sensazioni e ai loro imprecisi ricordi.

La casa di Enzo aveva, come molte altre in quel posto, un solo piano ed una piccola terrazza dalla quale si poteva vedere l’isola. Era come se la costa marina, seppur spezzettata, disegnasse una grossa lettera “C” grazie al punto più alto dell’isola di fronte a loro. Per Stefano e Lucia era ormai familiare, anche se non ne conoscevano il nome, qualora lo avesse.

“Se anche vedessi solo il mare, il suo vento ti porterebbe comunque tutti i profumi del mondo” disse Enzo mettendo sul tavolo un vassoio con pane, alici salate e vino bianco. Aggiunse anche un piatto con piccoli cetrioli rotondi e poi, sedendosi, disse: “Ditemi tutto”. Seguì un lungo silenzio, Enzo capì che senza un bicchiere di vino quel ghiaccio non si sarebbe sciolto. Lucia prese un pezzo di cetriolo e, senza guardare Enzo, disse: “Ieri abbiamo sentito uno strano rumore mentre eravamo sul canotto vicino all’isola”.

Tutti e tre si servirono di pane e alici, preparandosi così chi a parlare e chi ad ascoltare.

Stefano esordì dicendo: “Confesso che sono ancora confuso e non molto sicuro di quanto sto per dirti, ma ho avuto la sensazione di sentire un rumore sordo seguito da un movimento strano, perché il canotto si è spostato mentre io non stavo pagaiando”.

Enzo non fece commenti, Stefano allora continuò: “Sembrava il rumore di un divano spostato, è durato pochissimo. Il canotto si è spostato come se qualcuno da sotto lo spingesse… ma non c’era nessuno! Non c’era vento, non c’erano onde strane, nulla! Siamo stati in silenzio per un po’, ma non abbiamo notato nulla che potesse essere collegato a quello strano rumore. Alla fine ci siamo spostati al largo e abbiamo rifatto lentamente il giro dell’isola, senza trovare nessun sospetto; abbiamo ripetuto il giro per tre volte e all’ultimo ci siamo fermati nel cono d’ombra di quella parte di roccia che sbalza dal corpo dell’isola. Abbiamo dormito un po’ ma, ripeto, nulla ci ha fatto più insospettire. Il resto della serata e della nottata l’abbiamo passato al tuo capanno. Enzo, tu sai se ci sono stati episodi simili?”

“Assolutamente no!” rispose Enzo continuando a mangiare.

“Prima di cena prendiamo una birra insieme al bar del paese e parliamo con qualche paesano, magari viene fuori qualcosa, che ne dite?” rilanciò Lucia.

“Andate pure e io vi raggiungerò più tardi, aspetto il rientro di Giovanni al capanno per le reti” disse Enzo.

“Va bene, oggi pomeriggio alle 6 ci troverai al bar” concluse Stefano.

Il paesaggio era mozzafiato e nulla poteva fare più piacere a tutti se non smettere di parlare e perdersi nel guardare l’orizzonte. Stefano e Lucia erano rimasti un po’ perplessi dalla scarsa partecipazione di Enzo, pensarono di essere stati giudicati sciocchi cittadini ignari dei misteri della natura marina. In parte era vero. Si gustarono l’ultimo bicchiere di vino insieme a Enzo che, poggiatosi alla balaustra del terrazzo, aveva lo sguardo fisso e perso verso un punto dell’isola.

“Cosa stai guardando così assorto?” chiese Stefano.

Enzo si scosse e prontamente invitò Lucia a farsi avanti, continuando ad indicare con il dito l’isola.

“Mi incanto sempre a guardare quel pino laggiù, lo vedete? Guardate esattamente al centro dell’isola, da qui sembra un ciuffo ribelle di capelli, è più alto di tutta la vegetazione” rispose Enzo, tornando a un breve ma forzato sorriso.

Stefano e Lucia cercavano con lo sguardo quel pino, che non trovarono subito. Qualche attimo dopo, anche loro ormai avevano uno sguardo fisso e muto sulla chioma verde scuro dell’isola.

“Prendo il binocolo” disse Enzo.

Ritornò subito e, mentre metteva a fuoco la visione, disse: “Io ormai lo conosco bene, quel pino so come è fatto: parte del tronco, dei  rami e della  chioma è piegata verso di noi. È stato il vento, e il ricordo di chi non c’è più pesa sui rami di quel pino, così dicono”.

Enzo invitò Lucia a guardare per prima. Stefano e Lucia erano tanto  meravigliati e incuriositi da esprimere a Enzo il loro desiderio di salire sull’isola per guardare la vegetazione da vicino.

“Tu sei mai salito sull’isola? C’è un punto ancora più alto del paese per vederla meglio?” incalzò Stefano rivolgendosi a Enzo.

“Magari con l’elicottero!” disse fiduciosa Lucia.

“Sai se hanno provato a salirci facendo arrampicate?” chiese ancora Stefano.

Enzo li ascoltava in silenzio mentre sparecchiava, i suoi ospiti percepirono disinteresse e ne furono molto sorpresi.

Si salutarono senza troppo entusiasmo, dandosi appuntamento per il giorno dopo al bar.

Quando furono fuori dalla casa di Enzo, Stefano e Lucia decisero di camminare fino alla punta della scogliera grande. Non era molta strada ed era quasi in piano, c’erano erbacce miste tra i ciottoli e piccoli arbusti nani di mirto, che il vento non faceva crescere. Arrivati alla fine del sentiero, la scogliera si allargava generosamente in uno spiazzo tondeggiante dove furono felici di fermarsi. A quell’altitudine il brivido ti divide a metà tra paura e pura felicità: sopra tutto e tutti, ti fa sentire impotente e isolato dal mondo, ma al tempo stesso al centro della vitalità del mondo stesso. La coppia si abbracciò e, dopo aver fatto alcune fotografie, si diresse verso il bar del paese.

Salutarono il gestore e i presenti, e sedettero all’aperto in attesa della birra che avevano ordinato. Sentivano su di loro gli sguardi dei tre anziani seduti un po’ più indietro; loro erano i turisti di Enzo, come aveva detto quello con il cappello in testa, pensando di non essere sentito.

Stefano e Lucia fecero un brindisi con la birra augurando ad alta voce “Salute!” per coinvolgere gli anziani presenti, che prontamente alzarono i loro bicchieri.

Finirono velocemente la loro birra e ne ordinarono un’altra. Quando ebbe il secondo bicchiere in mano, Stefano colse l’occasione per dire: “Dopo l’avventura di oggi ci vuole proprio una bella bevuta! Abbiamo sentito un rumore strano giù all’isola, che ha fatto sobbalzare il nostro canotto. Lo avete sentito anche voi, per caso?”.

I tre anziani si guardarono e poi quello con il cappello rispose velocemente di no. Lucia continuò chiedendo se mai questo fenomeno si fosse ripetuto altre volte, chiese anche se c’era un modo per provare a salire sull’isola. Giustificò questa richiesta dicendo che era appassionata di fotografie del mondo vegetale; da ogni viaggio ritornavano sempre con le foto dei monumenti, dei fiori e delle piante più interessanti che avevano visto. I tre anziani paesani ascoltarono con interesse le parole di Lucia, ma aggiunsero solo qualche smorfia di dubbio come commento. Quello che sembrava il più anziano, dietro un paio di occhiali con spesse lenti scure, disse che ricordava di alcuni che avevano provato a scalare la roccia ripida dell’isola, ma il bastone del suo amico con il cappello schioccò vicino al suo piede e lo interruppe. Stefano e Lucia non ebbero risposte ai loro quesiti, pur pensando che qualche segreto sotto sotto c’era. Salutarono cordialmente la compagnia e si avviarono alla loro casetta.

 

Trascorsero giorni di azzurro e dolce vento, i gabbiani incrociavano traiettorie di volo che erano piacevoli viaggi per i pensieri di Stefano e Lucia, finché un pomeriggio, ritornando indietro con il loro canotto, videro tanti gabbiani alzarsi, posarsi e volare intorno a una piccola boa galleggiante bianca e arancione.

La mattina seguente fecero lo stesso tragitto ma la boa non c’era. E non c’erano neanche tutti quei gabbiani. Rimasero per un po’ distanti a guardare, poi Stefano si tuffò cercando di rimanere sott’acqua per vedere se qualcosa era collegato a quella boa. Risalì per riprendere fiato e nuotare un po’ per avvicinarsi, ingoiando aria e le grida dei gabbiani. La seconda breve immersione rivelò la presenza di una scatola di ferro scura, mal posta tra aguzze rocce di scoglio e tentacoli di poseidonia che quasi la ricoprivano. Stefano risalì sul gommone per riprendere fiato, con l’idea di raccontare tutto a Lucia e poi a Enzo. Lucia propose invece di parlarne prima al bar. Così decisero di fare. Nessuna risposta particolarmente utile arrivò dagli anziani; uno disse che forse qualcuno stava facendo esperimenti, oppure era Enzo che con Giovanni usciva in mare e lasciava attrezzi in quella scatola. La coppia lasciò il bar per una cena veloce: avevano deciso di andare da Enzo l’indomani mattina molto presto per parlargli della scatola scura.

Enzo non era in casa e fu introvabile per alcuni giorni. Al bar dissero che era partito all’improvviso senza dare spiegazioni, nulla si sapeva sul suo rientro. Al terzo giorno dalla partenza di Enzo, Lucia e Stefano cominciarono a preoccuparsi. Anche i soliti frequentatori del bar si facevano delle domande, Stefano e Lucia ormai si univano a loro tutti i pomeriggi e tutti insieme si interrogavano sulla partenza improvvisa di Enzo. Solo Lucia azzardò a chiedere se Enzo fosse partito per gravi motivi familiari. “Ma Enzo ha figli?” chiese in ultimo Lucia.

Il chiacchiericcio si fermò di colpo: la parola “figli” arrivò come un secchio di acqua ghiacciata sulla testa dei frequentatori del bar. Stefano e Lucia si guardavano e guardavano i presenti in cerca di spiegazioni; qualcuno si alzò come per andarsene, altri guardavano altrove o guardavano nervosamente i loro telefoni cellulari. Stefano si alzò bruscamente e disse ad alta voce: “Fermi tutti! Ora basta con i silenzi e le bugie!”

Anche Lucia si alzò e prontamente si mise oltre gli ultimi tavolini per bloccare l’uscita. Mario, il gestore del bar, e Paolo, l’uomo con il cappello sempre in testa, fecero un cenno agli altri e tutti ubbidirono.

Mario ritornò poco dopo con bicchieri di birra per tutti e Paolo rimase in piedi come per prendere la parola.

“Enzo è partito ma non ha lasciato detto nulla a nessuno di noi. È la verità. Il figlio di Enzo si chiamava Pino”. Detto questo, Paolo si sedette e tutti rimasero in silenzio. Stefano e Lucia erano attoniti. Tante domande si affacciavano alla mente della giovane coppia, ma i volti tristi degli anziani presenti imponevano ancora silenzio e rispetto.

Dopo qualche secondo, Stefano chiese a Paolo se il loro comportamento potesse in qualche modo aver influito sulla partenza improvvisa di Enzo. Paolo, ormai più tranquillo, rivelò: “Pino si era messo in testa di scalare l’isola per andare a vedere come era fatta. Per questo si esercitava con corde e ganci. Né il padre né il crepacuore di sua madre riuscirono a fargli cambiare idea. Un’estate, dopo la morte di sua madre, si trasferì a nord, in montagna, per fare pratica con un vero istruttore”.

Le cicale avevano smesso di frinire, sul volto di Paolo apparve un’espressione veramente triste, di quel dolore che ti porta via lo sguardo e il pensiero. Stefano e Lucia gli si avvicinarono. Lucia avrebbe voluto prendergli la mano, ma Paolo tirò un lungo sospiro e continuò: “Era arrivato fin sotto alla roccia che sbalza dalla parete dell’isola, era salito in fretta e senza fatica. Tutti lo seguivamo con il binocolo. Enzo era lì sotto, sul gommone. Poi ci fu il rumore delle corde e dei ganci che sbattevano sulla roccia e la stavano sbriciolando. Tutto venne giù quando un chiodo spaccò il bordo della roccia a sbalzo. Anche Pino, poco distante da Enzo. Nessun rumore di uomo in mare. Pino rimase incastrato tra gli scogli appuntiti e fitti nella parte più alta dell’ultimo scoglio, quello sotto la roccia a sbalzo: lo scoglio dello squalo. È proprio il suo nome: sembra una grande bocca aperta di squalo con mille denti aguzzi. Lo scoglio aveva trattenuto Pino come lo squalo tiene la sua preda tra i denti. Neanche i gabbiani si avvicinarono al corpo straziato e pieno di sangue, i suoi occhi furono risparmiati da quei duri becchi gialli”. Paolo aveva parlato tranquillamente, anche se le lacrime gli scendevano ancora sul volto. Si coprì la fronte con la mano sinistra e con la destra riprese in mano il bicchiere di birra, dicendo: “Ora sapete. Ma non parlatene con lui, è difficile seppellire un figlio. È difficile seppellire l’unico figlio.” Bevve tutto d’un fiato per ingoiare anche i singhiozzi. Tutti si alzarono in silenzio e in silenzio riportarono i bicchieri vuoti e i posacenere a Mario, in silenzio ognuno se ne ritornò a casa. Stefano e Lucia si addormentarono abbracciati, la sveglia era impostata alle sei del mattino. Per fare cosa? Ormai sembrava una vacanza alla sua fine, senza quell’entusiasmo che rimane invece per sempre depositato nei ricordi e nelle fotografie. Sicuramente avrebbero passato la mattinata seguente in mare, sotto quella roccia a sbalzo dove giorni prima si erano addormentati approfittando dell’ombra che proiettava sul loro gommone.

Il giorno dopo l’ombra sembrava diversa, si mantenevano distanti al largo e il sole dopotutto non bruciava sulle spalle. Pensavano alla morte del figlio di Enzo, ancora non rientrato in paese. Il pomeriggio era ormai tappa obbligata al bar, dove finalmente conobbero Giovanni, compagno di pesca di Enzo. Non ci fu bisogno di spiegazioni, i ragazzi chiesero a Giovanni di andare alla boa l’indomani mattina presto approfittando della bassa marea. Così fecero. Giovanni rimaneva in silenzio e badava al gommone senza lasciar fare nulla ai ragazzi. Solo quando il gommone si avvicinò pericolosamente agli scogli, i due gabbiani volarono via. Assurdo pensare che fossero lì ad aspettarlo e dargli il cambio. Cambio per cosa?

Giovanni fermò il gommone lanciando una cima allo scoglio più vicino. Stefano e Lucia, invece, continuavano a guardare i gabbiani che volavano in cerchio sopra la boa. “Se le ascolti, tra un andare e un tornare, le onde parlano” disse a bassa voce Giovanni inserendosi, inconsapevolmente, in quel ritmo lento ma amaro. Nel dondolio di poche onde, Giovanni aveva già detto il resto della brutta storia del figlio di Enzo. Il corpo di Pino si era schiantato nel punto più impervio dello scoglio dello squalo. Era caduto di fianco: il braccio sinistro incastrato nelle fauci aguzze dello scoglio e, coperta di sangue, la parte destra del volto. Piccoli brandelli di carne delle cosce disgiunte galleggiavano sull’acqua. Giovanni ed Enzo erano accorsi subito per riprendere il corpo di Pino, ma le onde generate dalla velocità del gommone erano diventate pericolose come pinne di squali affamati che schiaffeggiano con la loro potenza i marinai. L’alta marea rischiava di sollevare e far andare alla deriva il povero corpo spingendolo dentro la bocca dello scoglio. Enzo non avrebbe più riavuto indietro suo figlio, sarebbe rimasto al mare, ai pesci e ai gabbiani. Giovanni si ricordava ancora le urla disperate di Enzo nel vedere il corpo dondolato dolcemente dalle onde di quel giorno. Non poteva prenderlo, non poteva accarezzare suo figlio morto, non poteva vederlo straziato così. Giovanni raccontò ancora che urlò forte anche lui quando vide i gabbiani arrivare uno dopo l’altro sulle punte degli scogli vicini. “Anche se in natura nulla si crea e nulla si distrugge ma si trasforma, Pino non si trasformerà in carne per i gabbiani” disse tra le lacrime. Solo le urla di entrambi fermarono la legge della natura. I gabbiani restarono per un po’ immobili a guardarli. Divennero come muti e forti soldati della regina, uno scudo di pietà per il corpo del povero Pino. Enzo, vinto dal dolore, scivolò all’interno del gommone, sembrava dormisse per quanto era stordito. Da terra ancora non arrivava nessuno, così Giovanni agì velocemente. Ogni tanto quando andava a pesca, ma nessuno doveva saperlo, usava dell’esplosivo per spaventare i pesci, farli salire a galla e prenderli più facilmente nella rete, grazie anche al moto ondoso causato dal boato. Pensò che lo stesso poteva essere fatto per sollevare e recuperare il corpo di Pino, approfittando della marea e delle onde aumentate dall’esplosivo. Enzo sobbalzò all’esplosione, mantenne fermo il gommone mentre Giovanni si sporgeva per raccogliere il morto. Un’ultima onda per lavare il volto di Pino dal sangue: a volte nel mare c’è una pietà silenziosa che onora e rispetta i suoi morti. Succede quando le lacrime sono più salate del mare, così si sente spesso dire nei posti di mare.

Lucia non riuscì a trattenere le lacrime al racconto di Giovanni. Sganciarono il gommone dallo scoglio e si allontanarono da quella boa carica di ricordi. Giunti a riva, salutarono Giovanni e rimasero seduti sulla battigia a guardare il paesaggio. Fu così che decisero che sarebbero rimasti a dormire nel capanno, visto che avevano ancora le chiavi. Intanto, però, volevano ritornare a fare un giro dell’isola prima di avvisare Paolo più tardi, su al bar, che sarebbero ripartiti in anticipo.

Dopo la nottata al capanno, la mattina seguente il mare sembrava un lenzuolo di seta, onde piccole come delicate carezze. Stefano e Lucia lasciarono il gommone abbastanza lontano dallo scoglio dello squalo: si sarebbe visto facilmente da quel lato, e lasciarlo nella parte opposta non era fattibile. Poi se ne tornarono a nuoto al capanno tenendo le finestre di legno chiuse. Avevano il presentimento che Giovanni sarebbe tornato sul posto dove la boa segnalava la scatola di ferro. Accadde veramente così, Giovanni però era in compagnia di Enzo, che portava un cesto con dei fiori e del pane. Attraverso il binocolo si vedeva che Giovanni portava una cassetta di legno apparentemente pesante. Misero tutto sul loro gommone coprendo le cose con un telo: la vista del gommoncino di Stefano e Lucia li aveva stupiti e preoccupati.

Appena presero il largo, Stefano e Lucia lasciarono il capanno camminando dietro i cespugli di ginestre. Per fortuna l’ultima parte di costa aveva uno scalino naturale che consentiva una facile immersione in acqua; da lì poi si mossero lentamente a nuoto. Arrivarono velocemente al primo scoglio grande e aguzzo, lì nascosti potevano guardare cosa avrebbero fatto Enzo e Giovanni, e anche osservare il comportamento tutti quei gabbiani che attorniavano lo scoglio. Dai gesti e dai movimenti di Enzo pensarono che avesse gettato loro del pane, invece si trattava di fiori che lanciava sullo scoglio dello squalo rimanendo in piedi sul gommone. Lucia, preoccupata e agitata, urlò il nome di Enzo.

Tutti si mossero, anche i gabbiani, che ora urlavano volando verso Stefano e Lucia. Giovanni gridava: “Via! Andate via!”, ma ormai i ragazzi si stavano avvicinando a nuoto. Enzo alzò la mano in segno di resa e quando Stefano, affannato, gli chiese cosa stesse succedendo, Enzo aiutò sia Stefano che Lucia a salire a bordo. “Devo aiutare mio figlio. Devo aiutarlo a completare la sua salita” disse Enzo con un filo di voce mentre un silenzioso gabbiano si posava accanto a lui.

Giovanni provò a spiegare le parole di Enzo dicendo: “La scatola di ferro contiene le ceneri di Pino. Se togliamo la boa e mettiamo dell’esplosivo, faremo esplodere la scatola, così le ceneri si spargeranno in mare. Saranno poi le nuvole e la pioggia a portare Pino su quell’isola”.

Lucia abbracciò Enzo e si sedettero entrambi a poppa, mentre a prua Giovanni e Stefano procedevano secondo il piano concordato; poi inginocchiandosi nel gommone, si fecero il segno della croce prima di accendere l’esplosivo. Un sordo boato come un ultimo singhiozzo soffocato. Nuvole di gabbiani si alzarono in volo: aspettavano già la compagnia di Pino.

 

 

 

Ninni Caraglia, Il cono d’ombra, in Voci Nuove 7, a cura di Daniele Falcioni, Rapsodia, Roma 2020, pp. 123-135.

 

 

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