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27 NOVEMBRE 2021 – NON UNA DI MENO! CORTEO NAZIONALE A ROMA

ORE 14 PIAZZA DELLA REPUBBLICA – PIAZZA SAN GIOVANNI

– SAREMO MAREA CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE E DI GENERE –

CI VOGLIAMO VIVE!

 

Il 27 novembre la marea femminista e transfemminista ritorna in piazza per il corteo nazionale a Roma al grido di “Non una di meno”.

Dopo un anno di stop imposto dalla pandemia, è quanto mai urgente riprendere la parola e lo spazio pubblico contro la violenza maschile sulle donne e di genere approfondita dalla crisi pandemica e da una politica istituzionale preoccupante e ostile alle donne, alle persone lgbtqia+ e alle persone più esposte alla crisi economica, sociale e sanitaria.

 

 

 

 

“Da una parte, il governo dell’uomo solo al comando riprogramma in peggio le condizioni delle nostre esistenze, con riforme non contrattate né contrattabili che ipotecano il nostro futuro.

Dall’altra, la deriva xenofoba, patriarcale e individualista che attraversa il dibattito pubblico e che attacca la solidarietà, la cura collettiva, l’accesso alla salute per tutt* come priorità dell’agenda politica post pandemica” dicono le attiviste.

 

Mentre una donna ogni 72 ore muore per femminicidio e si registra un aumento della violenza domestica, il piano triennale antiviolenza istituzionale è scaduto e non viene ancora rinnovato.

Pubblicheremo e porteremo in piazza e in rete i dati dell’osservatorio sui femminicidi, lesbicidi e transcidi avviato da Non Una DI Meno per ribadire che la violenza è strutturale e si alimenta in condizioni di dipendenza economica, ricatto, giustizia patriarcale e politiche istituzionali inadeguate e sessiste.

 

Saremo in corteo e lo faremo insieme con tutte le cautele necessarie per garantire la sicurezza e la tutela della salute di chi vorrà partecipare. La manifestazione sarà segnata da azioni performative e collettive, tra queste il grido muto, ossia un minuto di silenzio che coinvolgerà l’intero corteo per ricordare le vittime di femminicidi e transcidi; la performance sensibili-invisibili per il riconoscimento delle malattie cosiddette “femminili” ignorate dalla medicina, quali, ad esempio, vulvodinia, neuropatia del pudendo, fibromialgia, endometriosi e tutte le varie forme di dolore pelvico. Ci saranno performance per segnalare l’intreccio tra le migrazioni e le frontiere dello sfruttamento lavorativo, oltre alle numerose vertenze in piazza, tra cui quelle delle lavoratrici della Rgis e GKN.

 

Lo spazio della lotta politica pubblica è una priorità irrinunciabile, lo è a maggior ragione nel quadro di una emergenza sociale e di grandi trasformazioni come quelle innescate dal covid 19.

 

 

Ufficio stampa «Non Una di Meno»




Roma ospita le sfide della scienza

Fino al 28 novembre, presso l’Auditorium Parco della musica di Roma, è ospitata la XVI edizione del Festival delle scienze, evento internazionale di divulgazione scientifica che quest’anno propone attività in presenza e in streaming, con la partecipazione di ricercatori, scuole e pubblico di tutte le età. Il tema della manifestazione è “Sfide”, dedicato al ruolo della scienza, con riflessioni sulla relazione tra società ed economia, salute, studio dell’Universo, anche alla luce dell’ultima pandemia. Sette le aree tematiche: Pianeta. Il mondo che cambia, Società ed economia, Salute e medicina, Universo e spazio, Tecnologia e innovazione, Cervello e pensiero, Snodi della scienza. Il programma prevede oltre duecento tra iniziative, mostre e incontri, con la partecipazione di scienziati internazionali, giornalisti e intellettuali. Tra questi, il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, la storica della scienza Naomi Oreskes, Ersilia Vaudo, Chief Diversity Officer dell’Agenzia spaziale europea, e il filosofo della scienza Telmo Pievani. Previsti eventi didattico-educativi, con spettacoli e laboratori per gli studenti. Tra gli eventi online, il 26 novembre alle ore 15,00 è in programma ‘[email protected], con i ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) Stefano Predieri dell’Istituto per la BioEconomia, Roberto Volpe, medico dell’Unità prevenzione e protezione e Marta Antonelli del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici che interverranno  sul tema dell’alimentazione in tempo di Covid, analizzando i dati del progetto Cnr ‘[email protected]’. Il Festival, prodotto dalla Fondazione musica, è promosso da Roma Capitale-Assessorato alla crescita culturale, Agenzia spaziale italiana e Istituto nazionale di fisica nucleare, con la partecipazione tra gli altri di Biblioteche di Roma,  Istituto nazionale di astrofisica, Planetario di Roma capitale, Stazione zoologica Anton Dohrn. Il Cnr è partner scientifico.

https://www.auditorium.com/festivaldellescienze/




All’origine degli orologi

La misurazione del tempo nell’antica Roma

 

 

“Maledicano gli dei colui che per
primo inventò le ore
e collocò qui la prima meridiana.
Costui ha mandato in frantumi il
mio giorno di povero diavolo.

Quando ero giovane, infatti, l’unico
orologio era lo stomaco
…assai più preciso e migliore di
questo aggeggio moderno.”

(Plauto citato in Aulo Gellio, Notti attiche, III, 3, 5)

 

E sì, un bel cambiamento nello stile di vita dei Romani antichi, quello testimoniato da Plauto!
Il famoso commediografo romano muore nel 184 a.C. e ci lascia quindi il suo ricordo risalente al II sec. a.C. Non sapeva che, come ci racconta Vitruvio nel De Architectura, presto sarebbero state introdotte addirittura le meridiane portatili!

Tra il I e il VII secolo questi geniali oggetti circolavano nell’Impero e alcune meridiane erano dette “pros pan clima” cioè “per tutte le latitudini”, in quanto potevano essere regolate su latitudini differenti.

Particolarmente curiosa è la meridiana a sospensione detta “Prosciutto di Portici”.
Si tratta di un esemplare unico, ritrovato a Ercolano, negli scavi della Villa dei Papiri e si presenta a forma di prosciutto, con un quadrante inciso su di un lato.

 

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Dall’hora all’horologium

L’invenzione dell’ora è di probabile origine caldea.
Il concetto passò ben presto in Grecia: le Horae compaiono in mitologia come le tre figlie di Zeus e di Themis. Esse erano considerate le signore delle nubi e come tali, aprivano e chiudevano le porte dell’Olimpo.
Nel V sec. a.C. Metone, astronomo, matematico e geometra greco, aveva creato per gli Ateniesi un quadrante solare  che consisteva in una calotta di pietra (polos) al centro della quale era fissato uno stilo o gnomone che, non appena il sole sorgeva all’orizzonte, ne tracciava l’ombra nella pietra concava. In base a calcoli geometrici si ottenevano così le horae, segnate dalla posizione dell’ombra del sole nel suo cammino nel corso dell’anno.
Così, anche le altre città greche vollero avere i loro quadranti ma, variando il cammino apparente del sole con la latitudine, l’ora variava da città a città e ci si dovette adeguare di volta in volta alla posizione geografica.
I Romani avrebbero presto adottato il quadrante solare chiamandolo horologium, cioè “conta-ore”.

 

Quadranti solari

Il primo quadrante solare fu portato a Roma da Catania al tempo della prima guerra punica (263 a.C.), ma era regolato sulla latitudine di Catania, quindi per un secolo Roma visse con un’ora non sua. Finalmente nel 164 a.C. Marco Filippo fece adottare un nuovo quadrante costruito da un astronomo greco sulla latitudine di Roma.
Da allora i quadranti divennero numerosi: nel I sec.a.C. Gellio ci dice che Roma ne era invasa.
Il più maestoso era l’orologio solare di Augusto, concepito da Facundo Novio secondo una simbologia di tipo cosmogonico e astrologico.

 

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La clessidra

A Roma la prima clessidra fu introdotta nel 155 a.C. da Scipione Nasica per misurare il tempo accordato a ciascun oratore in tribunale. Così vennero limitati i lunghissimi tempi dei processi.
Plinio il giovane parlava di parecchie clessidre per sottolineare quanto tempo ci aveva messo a preparare una lunga difesa o arringa …
Attico misurava in clessidre il tempo che ci voleva per scrivere cento righe da parte di un copista. Il nome deriva dal greco klepsýdra, che significa “ruba-acqua”.
Fu probabilmente il primo strumento di misura del tempo indipendente dalle osservazioni astronomiche. Uno dei più antichi esemplari fu ritrovato nella tomba del faraone Amenhotep I, risalente al XV secolo a.C.
In Grecia l’uso della clessidra fu introdotto agli inizi del IV sec. a.C., sotto forma di contenitori in pietra di forma tronco-conica che facevano fuoriuscire acqua a un ritmo costante da un foro praticato sul fondo.
Altre clessidre avevano forma cilindrica o a coppa e venivano lentamente riempite da un flusso costante di acqua. Alcuni segni sulla superficie interna del contenitore indicavano il trascorrere delle ore al salire del livello del liquido.

 

 

Gnomos e polos

Pratica greca molto antica fu misurare il tempo utilizzando la variabilità delle ombre, a cominciare dalla stessa ombra del corpo umano. Poi venne introdotto lo gnomon, strumento inventato dai Caldei, che consiste in una punta o stilon eretto su un piano orizzontale.
Il polos è invece un emisfero con la parte concava rivolta verso lo zenith. Al centro vi era piantato uno stilo.

Orologio solare orizzontale. Da Wikipedia

 

 

Un concetto di ora diverso dal nostro

A Roma l’ora era considerata innanzi tutto un’unità di tempo utile per le attività, specialmente nella vita civile e politica. In verità, ancora nel V sec. a.C. il concetto di ora non compare, neanche nelle leggi delle XII Tavole. Anche in città prevaleva l’usanza rurale secondo la quale il tempo era segnato dalla posizione del sole nel cielo secondo i vari momenti della vita agricola.
Nel 338 a.C. venne ufficializzato il Meridies, il Mezzogiorno. Un messo dei consoli era incaricato di segnare il passaggio del sole al meridiano e annunziarlo al popolo. Dunque, alla fine del IV secolo a.C. a Roma si divideva semplicemente la giornata in due parti: prima e dopo mezzogiorno.

I Romani adottarono la divisione del giorno in ore nel 273 a.C., ma con una concezione diversa dalla nostra: le nostre sono le ore equinoziali, tutte uguali nel corso dell’anno, in un ciclo giorno – notte diviso in 24 parti. Certo gli astronomi antichi conoscevano le ore equinoziali.
Ma altro conto è per i Romani la vita pratica: il giorno naturale, cioè dalla levata al tramonto del sole, era sempre diviso in 12 parti. Il che comportava ore di diversa lunghezza in estate e in inverno.
Anche la notte era divisa in 12 parti raggruppate tre a tre, per formare quattro unità chiamate vigiliae (veglie). Infatti il soldato di guardia svolgeva un turno notturno di tre ore.

 

La durata dell’hora

La parola poteva designare tutta l’ora, ma anche solo il momento del suo inizio. La sua durata cominciava a crescere a partire dal solstizio d’inverno e raggiungeva la sua massima durata nel solstizio d’estate. La prima hora romana iniziava al levar del sole.
Quindi possiamo dire che, orientativamente, al solstizio d’estate iniziava alle 4 e 27 minuti, mentre al solstizio d’inverno alle 7 e 33 minuti
La durata oscillava così da un’ora e 15 minuti d’estate a 45 minuti d’inverno. Ma le variazioni non erano percepite generalmente dalla gente.

 

Nel dare un appuntamento, parecchi scrittori latini precisano

“hora aestiva” (ora estiva)
“hora brumalis” (ora invernale)

 

L’ora del bagno e del pasto, per ragioni probabilmente fisiologiche, era ritardata d’inverno. Il bagno si faceva alla nona hora in inverno (16,30) e all’ottava in estate (12,30 circa)
Ma generalmente, a una variabilità quantitativa corrispondeva una invariabilità qualitativa.
La settima ora segnava invariabilmente, per tutto l’anno, la fine delle attività di lavoro (il negotium), poiché la durata del tempo consacrato agli affari pubblici e privati era, a quanto sembra, proporzionata alla durata del giorno naturale. La visita mattutina al patronus da parte dei clientes aveva sempre luogo alla prima hora. Era impossibile pensare ad una remunerazione dei lavoratori in base all’ora, vista la sua variabilità.
Esisteva tuttavia un’unità di tempo stabile data dal passaggio dell’acqua in una clessidra. A questa si faceva probabilmente riferimento per il pagamento adeguato di un lavoratore.
Ma i Romani preferivano retribuire le attività in base al lavoro compiuto, più che al tempo impiegato.

 

Come sapere l’ora?

Anticamente l’ora era proclamata a gran voce a mezzogiorno, quando si vedeva il sole raggiungere, nel Foro Romano, lo spazio situato tra i Rostri e la Graecostasis (dove venivano ricevuti gli ambasciatori stranieri).
Per la convocazione di comizi e udienze, per feste e distribuzioni d’acqua o altro, venivano mandati dal pretore gli assistenti a gridare pubblicamente l’annuncio alla terza, alla sesta e alla nona ora, in diversi luoghi della città. Quindi la maggior parte dei Romani conosceva l’ora ascoltando questi annunci gridati. E Giovenale ci fa sorridere quando dice di compiangere il sordo, perché non sa mai l’ora…

 

di Maria Cristina Zitelli




In mostra a Roma l’arte e la scienza

Fino al 27 febbraio 2022 il Palazzo delle Esposizioni di Roma ospita il progetto “Tre stazioni per Arte-Scienza”, articolato in tre diverse dimensioni: quello storico “La scienza di Roma. Passato, presente e futuro di una città”, quello artistico “Ti con zero” e quello della ricerca scientifica contemporanea con “Incertezza. Interpretare il presente, prevedere il futuro”, promosso da ROMA Culture e organizzato dall’Azienda Speciale Palaexpo con la collaborazione tra gli altri dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Accademia Nazionale dei Lincei e dalla Sapienza Università di Roma. L’iniziativa pone l’accento sul dibattito contemporaneo sul rapporto tra scienza e società, a partire dai cambiamenti climatici, la pandemia e il ruolo della possibilità che metodi e nuove istanze hanno determinato nella formazione e nelle nuove riflessioni scientifiche.Previste conferenze, lezioni e performance per stabilire un collegamento tra i vari saperi di scienza e arte, a favore della  partecipazione di diversi pubblici, a dimostrazione che la conoscenza non può fondarsi su certezze e separazioni disciplinari, ma deve praticare la dimensione della ricerca, luogo mobile, libero e incerto dove si incontrano scienza e arte.

Il titolo della mostra “Ti con zero”, tratto da un racconto di Italo Calvino, è una notazione matematica con cui si indica il momento iniziale di osservazione di un fenomeno ed è un punto di vista in cui possono incontrarsi conoscenza e immaginazione. I temi e i paradigmi dell’esposizione sono quelli della nostra contemporaneità: automatizzazione, riscaldamento globale, riconversione ecologica, modelli previsionali proposti da scienziati e istituti di ricerca che sfruttano le possibilità offerte dalla tecnologia, superando la contingenza della ricerca applicata con la forza immaginativa delle opere d’arte, per interpretare il futuro. Ed è proprio su scambio, dialogo e interazione tra questi due ambiti che gli artisti coinvolti nella mostra hanno fondato il loro percorso di ricerca: tra questi Tacita Dean, Agnes Denes, Giuseppe Penone, Adelita Husni-Bey, Albrecht Dürer, Nancy Holt.

Il percorso espositivo “La scienza di Roma Passato, presente e futuro di una città” evidenzia come la Capitale abbia dato spazio nel corso dei tempi a molteplici discipline attraverso scienziati del calibro di Galileo Galilei, Niccolò Copernico, Enrico Fermi, Guglielmo Marconi, Vito Volterra, per citarne solo alcuni; tra le discipline, aerospazio, agronomia, antropologia, astronomia, biologia, chimica, fisica, matematica, medicina. Obiettivo dell’esposizione è quello di raccontare la storia delle idee scientifiche e il loro impatto nella società attraverso i grandi scienziati che a Roma hanno lavorato e le grandi scoperte che qui sono state fatte.

Al centro della mostra “Incertezza. Interpretare il presente, prevedere il futuro” c’è il dubbio presentato al pubblico attraverso alcuni strumenti statistici e probabilistici che la scienza applica in vari ambiti: fisica, medicina, previsioni climatiche, ed anche sull’insicurezza sulla nostra vita, soprattutto in questa attualità pandemica. La mostra è suddivisa in sezioni tematiche che, attraverso dispositivi e installazioni multimediali, raccontano come la scienza intende comprendere la realtà e fare previsioni sui fenomeni naturali e sociali. In esposizione anche gli scritti di Galileo sul gioco dei dadi e una installazione immersiva attraverso cui il visitatore può conoscere da vicino il mondo delle particelle, uno dei concetti base della meccanica quantistica.

Per informazioni:https://www.palazzoesposizioni.it/




Nel quartiere Monti a Roma si inaugura la Libreria Panisperna 220

Ora una libreria c’è

 

In un periodo in cui siamo abituati a vedere le saracinesche dei negozi chiudere, vedere chi ha l’audacia di andare controcorrente e aprire i battenti fa sicuramente notizia.

Un grande plauso a Masud Kia, direttore del nuovo spazio culturale Libreria Panisperna 220 che ha inaugurato venerdì 8 ottobre con un orario no-stop dalle 10 alle 23, per far capire, fin dalle prime battute, cose vuole dire creare un luogo di condivisione e di inclusione.

 

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«Ora una libreria c’è» recita la bandiera esterna perché l’esigenza di avere luoghi dove incontrarsi, dove poter dialogare con il libraio, dove poter essere consigliato e indirizzato verso la lettura di un libro è una vera e proprio missione che ogni lettore anela di incontrare e che le grandi catene di distribuzione, purtroppo, hanno diminuito sempre più lasciando il lettore solo soletto tra una moltitudine di libri.

L’idea di Libreria Panisperna 200 rientra in un progetto ancora più grande e ambiziosa. Parliamo del progetto delle Librerie Scatenate. Attualmente ne sono state aperte già sei in diverse zone d’Italia:

Libreria Ultima Spiaggia a Ventotene e Camogli
L’Amico Ritrovato e L’Amico Immaginario a Genova
Libreria Centofiori a Milano
Nutrimenti Bookshop a Procida

 

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L’idea di fondo del progetto delle Librerie Scatenate è molto semplice e si basa sul principio che un libro migliora la qualità della vita, genera benessere e, tra i beni di consumo di tipo culturale, rappresenta il più diffuso e economico, capace di creare crescita personale, e relazioni sia personali che sociali.

 

Dalla pagina Facebook si legge:

«Sei meravigliose librerie nate in momenti diversi, da diverse esperienze editoriali, commerciali e territoriali e con diversi assetti societari che si sono ritrovate negli anni accomunate dalla stessa visione:

– la centralità della figura del libraio altamente specializzato;
– l’assoluta autonomia di ciascun punto vendita;
– l’esigenza di garantire sempre la bibliodiversità, differenza e pluralismo, senza cedere all’omologazione commerciale»

 

Come non essere d’accordo con questo pensiero?

Ben vengano le librerie indipendenti, la loro libertà di scegliere di promuovere e far conoscere le piccole e medie case editrici, di dare spazio agli autori esordienti, di creare un tessuto sociale diverso divenendo un luogo di incontro, un punto certo del quartiere. Un luogo dove i libri non siano solo degli oggetti su delle mensole.

Anche gli orari che propongono fanno capire come si voglia andare incontro al lettore. Orario continuato dalle 10 alle 20 e, per due giorni la settimana, libreria aperta fino alle 23. Perfetto per poter passeggiare nelle viuzze di Monti per poi infilarsi con stupore tra le copertine dei libri, scoprire autori sconosciuti e fare due chiacchiere con il libraio come se fosse un amico.

Perché un libro è un amico, sempre!

 

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Libreria Panisperna 220
Via Panisperna 220 – Tel. 06 88372870

Lunedì martedì e mercoledì 10 – 10
Giovedì’ e venerdì ore 10 – 23
Sabato 10 – 20
Domenica chiuso




L’Insula dell’Ara Coeli

Un premio allo sguardo che scende: l’Insula dell’Ara Coeli

 

 

Passeggiare al centro di Roma ci conduce spesso a piazza Venezia e a piazza dell’Ara Coeli.

Qui, alzando gli occhi, lo sguardo viene rapito da due scalinate che conducono in vetta al Colle Capitolino, il Campidoglio.

 

Le due scalinate (Sito Parrocchia San Marco Evangelista)

 

La “Cordonata” di Michelangelo conduce alla piazza del Campidoglio, mentre l’altra Scalinata porta alla Basilica dell’Ara Coeli.

Questo superbo teatro racconta lo stratificarsi di tante e tante storie e proprio per questo gli occhi raramente scendono per soffermarsi su un nascosto angolo che giace ai piedi della Scalinata dell’Ara Coeli, sulla sinistra.

Peccato, perché proprio lì si trova un tesoro unico: quello che resta di un grandissimo “condominio” dell’antica Roma imperiale.

 

L’Insula dell’Ara Coeli (Archivio personale)

 

Nel 1928, durante i lavori per l’isolamento del Campidoglio, sulla piazza furono abbattute o “smontate” diverse costruzioni antiche e antichissime.

Lì c’era la Chiesa di Santa Rita da Cascia, costruita su progetto dell’architetto Carlo Fontana intorno al 1653: nel 1928 venne smontata, per l’appunto, per poi essere ricostruita più tardi in via Montanara, presso il Teatro di Marcello.

La chiesa celava un’altra piccola chiesa medievale, San Biagio de Mercato o de Mercatello (in quanto in epoca medievale si teneva in zona un famoso mercato), incastonata a sua volta tra i muri di un antico caseggiato, in parte abitato continuativamente fino ai primi del Novecento.

 

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Venute allo scoperto queste costruzioni nascoste, si scoprì che i muri più antichi erano di età imperiale, tra I e II sec. d.C.

Si trattava di una parte di un’insula (termine da cui deriva la parola isolato), un grande caseggiato condominiale di 5 o 6 piani, in cui è stato calcolato che abitassero circa 380 persone.

Per nostra fortuna, nonostante l’enorme campagna di demolizioni che si stava mettendo in atto per l’apertura della via del Mare (l’attuale via del Teatro di Marcello), si decise di mantenere questa importante testimonianza della vita popolare antica romana, proprio a fianco dell’area dei Fori imperiali.

Ebbene sì, la Roma splendida dei Fori, delle Basiliche, dei Templi conviveva con una Roma buia e angusta, in cui il popolo abitava in minuscoli e scomodi locali, pagando l’affitto a ricchi proprietari e profittatori.

Moltissime erano le insulae nei quartieri malfamati, come ad esempio la famosa Suburra, che si estendeva nella zona dell’odierno rione Monti.

Un brulichio di gente povera affollava strettissimi vicoli tra queste alte insulae, spesso fatiscenti, per poi sfociare nelle luminose piazze della Roma monumentale.

E lungo i vicoli si aprivano, a pian terreno, una serie di tabernae (botteghe) che animavano il percorso con i loro rumori, gli odori, i colori.

Sopra le tabernae c’erano quasi sempre le abitazioni dei loro gestori, artigiani, osti, commercianti,

E poi, dal secondo piano in poi, si salivano ripide scale che conducevano ad abitazioni sempre più povere e fatte di materiali sempre più leggeri e traballanti: Marziale, poeta trasferitosi a Roma dalla Hispania Tarraconensis, si lamentava di dover salire 200 gradini prima di arrivare nella sua piccola casa in affitto.

Giovenale a sua volta narra di frequenti crolli e incendi che creavano spesso il panico.

Dunque, accostandoci con una nuova attenzione all’Insula dell’Ara Coeli possiamo scorgere, 9 metri più in basso dell’attuale piano di calpestio, le tabernae e il primo piano del caseggiato, che si sviluppava anche nell’area sotto l’attuale via del Teatro di Marcello: quando camminiamo a Roma, spesso i nostri piedi passano sopra un vero tesoro sepolto.

 

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Al di là dei più famosi monumenti che sono arrivati a noi attraverso varie e fortunate vicissitudini, il volto più antico e verace della Roma popolare è davvero quasi tutto obliterato. È assai più facile immaginare la vita quotidiana degli antichi Romani andando fuori Roma, visitando ad esempio Ostia antica, Pompei, Ercolano.

Al centro di Roma rarissime sono le occasioni di poter camminare ancora tra i piani di un caseggiato popolare della città antica.

Con un permesso speciale della Soprintendenza archeologica capitolina ho condotto molti gruppi all’interno dell’Insula dell’Ara Coeli e amo condividere il più possibile emozioni così indimenticabili.

 

 

Dott.ssa Maria Cristina Zitelli




La banca nell’antica Roma

Parlare di banca e di moneta oggi evoca un mondo finanziario complesso e spesso tortuoso, nel quale potresti facilmente perderti.

Eppure si tratta di concetti che ci appartengono e hanno accompagnato l’umanità da un certo punto dell’evoluzione sociale, senza abbandonarla più.

A Roma, sul Campidoglio esisteva, fin dal IV sec. a.C. il tempio di Giunone Moneta, l’Ammonitrice (dal verbo monére).

Circa un secolo dopo, nei pressi del tempio, venne edificata la prima Zecca (nella zona della basilica di Santa Maria in Aracoeli), proprio sotto la protezione di colei che ammonisce e desta l’attenzione di fronte ai pericoli.

Così il popolo iniziò a chiamare Moneta il tempio, la stessa Zecca e poi i pezzettini di metallo che vi si producevano.

Fin da allora il termine “moneta” cominciò a rivelare la sua vocazione ed è riuscito a mantenere vivo fino a noi quel profondo antico monito che si dovrebbe sempre affiancare al concetto di ricchezza, al fine di evitarne un uso distorto…

Va detto che la moneta antica era particolarmente vulnerabile, facile oggetto di abusi e frodi. Eppure essa rappresentò il mezzo di scambio internazionale più duttile ed efficiente.

Ogni barriera politica e geografica veniva superata dal potere d’acquisto delle monete anche fuori dai loro confini di emissione

In tale contesto si forma e si sviluppa la professione del cambiavalute, che si diffonde rapidamente dal mondo greco verso i centri più attivi commercialmente.

 

 

Una prima notizia della presenza di un cambiavalute (argentarius) nel Foro Romano risale alla seconda metà del IV sec. a.C.

Fin da allora si registra un’intensa attività commerciale e un cospicuo flusso di monete doveva passare di mano in mano. E’ un’epoca di crisi della vecchia società agricola e Roma si affaccia ai commerci mediterranei. Ecco che si ristruttura il Foro e molte taberne e botteghe si trasformano in uffici di cambiavalute, come testimonia Varrone.

Lo stesso Vitruvio, architetto e scrittore, illustra l’ideazione dei maeniana, ballatoi progettati da C. Maenius (318 a.C.),  sottolineando che i sottostanti portici erano utili per ospitare le attività gli argentarii.

Ed è facile immaginare il brulichio nel Foro, dove fervevano incontri d’affari, stipulazioni di contratti, rumorosi contenziosi…

Anche Tito Livio cita le tabernae argentariae in un Foro ormai divenuto autentico fulcro di affari economici internazionali. Intorno a tale potente fulcro si animava anche l’attività dei nummularii, esperti nel saggiare l’autenticità delle monete.

Gli argentarii giunsero a collocare le proprie mensae (tavoli, banchi) in tutti i luoghi dell’Impero: genti straniere garantivano un enorme afflusso e movimento di moneta e quindi lauti guadagni.

Una preziosa testimonianza della prosperità di questa categoria è l’Arco degli Argentarii, conservato in quanto incastrato tra le strutture esterne della chiesa di San Giorgio in Velabro, nei pressi della Bocca della Verità. Eretto in onore dell’Imperatore Settimio Severo, della consorte Giulia Domna e dei figli Caracalla e Geta, conserva una importante curiosità: il volto di Geta appare abraso, a testimonianza della damnatio memoriae cui lo sottopose, dopo averlo ucciso, il fratello Caracalla, la cui ambizione era essere imperatore unico e senza rivali.

 

 

Come sappiamo, la moneta antica aveva un valore intrinseco reale: argento, oro, bronzo avevano un’evidente differenza di valore commerciale che portò ad una loro specializzazione sociale. Alle grosse operazioni finanziarie si accedeva con oro e argento, mentre il bronzo, il rame e l’oricalco erano dedicati ai “vilia ac minuta commercia”.

 

L’archeologia ci fornisce un valido aiuto per capire i meccanismi di distribuzione, circolazione, attribuzione di valore delle varie monete, grazie al ritrovamento di vari “gruzzoli” di monete greche o dell’Italia antica restituiti dal sottosuolo. Si riscontra spesso, ad esempio, la presenza, in uno stesso gruzzolo, di esemplari provenienti da differenti centri. Era probabilmente una regola costante, per i più abbienti, maneggiare denaro “straniero”.

 

 

Monete in rame, bronzo o leghe sono nettamente distinte da monete di metallo nobile, spesso custodite o occultate come le argenterie e i gioielli.

Sappiamo che la moneta d’argento romana è il denario, il quale resterà per secoli alla base della monetazione successiva.

Testimonianza ultima del ruolo fondamentale rivestito da questo nominale è il nostro termine denaro, a dimostrazione del perpetuarsi della sua fama dal Medioevo ai giorni nostri.

Il denario traeva il suo nome dall’originario valore di 10 assi e mantenne tale nome, nonostante una rivalutazione, intervenuta in seguito, che lo equiparò al valore di 16 assi.

La sua emissione è da mettersi in relazione al forte impegno economico che Roma dovette sostenere per combattere contro i Cartaginesi.

Anche quando il denario non fu più emesso con regolarità, fu ancora usato come unità di conto.

L’ultima eredità del denario sopravvive nel nome arabo di una moneta, il dinar, coniato nel secondo decennio dell’VIII secolo, e spesso ancora utilizzato per indicare la propria moneta da diverse nazioni arabe.

L’aureo d’oro valeva 25 denari e non era frequentemente usato nelle transazioni comuni, a causa del suo alto valore: si pensa, ad esempio, che fosse usato per pagare gratifiche alle legioni alla salita al potere di un nuovo imperatore.

L’aureo era approssimativamente dello stesso formato del denario, ma più pesante a causa della più alta densità dell’oro.

Generalmente, si ritiene che il vero e proprio aureo sia stato emesso nel 49 a.C. da Giulio Cesare, raffigurante la testa di Venere o della pietà al diritto.

Prima di Giulio Cesare l’aureo, quindi, è stato battuto molto raramente, solitamente per grandi versamenti provenienti dai bottini catturati.

Costantino I introdusse il solido (solidus) nel 309: ecco l’origine del nostro termine soldi.

Il solido si diffuse soprattutto nell’Impero d’Oriente.

In quel periodo nell’Impero d’Occidente si assiste a una lenta decadenza e, incredibile a dirsi, dai fasti delle monete, del denaro, dei soldi si fece spazio l’antico metodo del baratto…

 

 

Dott.ssa Maria Cristina Zitelli




Vintage Market Roma

Il più grande mercato di vintage e artigianato di Roma

 

Ricordo come fosse ieri la mia prima serata come espositrice al Circolo degli Artisti per un evento innovativo e carico di energia positiva che Angela e Martina aveva ideato e attuato con la forza motrice di chi crede fermamente nei sogni e sa che l’unico modo per portarli avanti è lottare senza tregua per realizzarli.

Credo fosse il 2008 o giù di lì… in ogni caso un bel po’ di anni fa, ma non ha importanza quanto tempo sia passato, resta il fatto che io sono davvero orgogliosa di loro due.

Anche se non ci frequentiamo di persona più da anni, le seguo con affetto sincero sui social ed è bello averle viste crescere, diventare un vero punto di riferimento nel vintage romano, vederle sorridere, a volte soffrire, poi scoprire che Martina è diventata mamma e che presto lo sarà anche Angela.

L’atmosfera del Circolo degli Artisti, probabilmente, non si respirerà più. Quello storico locale sotto le antiche mura romane, quello spazio verde in via Casilina vecchia è ormai smantellato e non esiste più. Lì si ascoltava bella musica di nuovi gruppi emergenti, ci si andava per bere dell’ottima birra, fare due chiacchiere e passeggiare tra giovani artisti, appassionati di vinili, irrinunciabili del sostenibile e ambientalisti puri. Si parlava per la prima volta di riuso, moda ecologica, remake.

In quelle serate spesso al freddo si toccava con mano la creatività, la voglia di esprimersi, di identificarsi e di innovare, di fare, di mettere le mani nei tessuti, nelle parole, nella musica.

Sono una persona positiva per natura, convinta come non mai che tutto sia vitale, che il senso della vita è proprio nel suo mutarsi e che la regola non sia guardarsi indietro con rimpianti ma portarsi dietro l’esperienza e guardare avanti alle nuove opportunità, alle nuove sinergie e ai nuovi modelli che tecnologie e innovazioni ci offrono.

Ed è quello hanno fatto Angela e Martina con il Vintage Market.

 

Angela e Martina organizzatrici di Vintage Market Roma

Neanche la terribile pandemia del Covid-19 è riuscita a fermarle perché quando tutto sembrava immobile e cristallizzato, loro si sono attivate nonostante tutto trasformando parte del sito di Vintage Market in un e-commerce permettendo così agli espositori di continuare a vendere le proprie creazioni, per andare avanti e non mollare mai.

Ed ora che, con la massiccia campagna delle vaccinazioni, la battaglia contro il Covid-19 segna positivi passi avanti per tutti noi, ecco che le battagliere Angela e Martina tornano a farsi sentire con eventi in tutti i fine settimana del mese di Maggio.

Allestendo i grandi spazi dell’ex deposito Atac in piazza Ragusa il Vintage Market torna a soddisfare la curiosità degli appassionati di vintage selezionato, di handmade e artigianato locale, design e stilisti, vinili, illustrazione, libri e stampe, furniture, piante e decorazioni floreali e home décor.

 

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E non finisce qui: oltre all’area Market hanno pensato ad un new area definita isola al cui interno si possono scoprire mostre e laboratori.

Sabato 22 e Domenica 23, infatti, sarà possibile ammirare i 32 biglietti dei concerti della “vita”, rivisitati da altrettanti artisti del panorama italiano del fumetto, dell’illustrazione e della grafica coinvolti dal progetto. Mostra presentata da This is not a love song dal nome Wish you were here.

Inoltre sarà presente una laboratorio di tecniche del restyling mobili e un laboratorio di carta artigianale e stampa serigrafia e, idea originalissima, il Farmer’s Market, un punto di incontro diretto tra piccoli produttori e consumatori per riscoprire il piacere del rapporto con il territorio.

 

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Il Vintage Market non è soltanto un luogo dove curiosare su ciò che viene dal passato e si trasforma proiettato al futuro ma è un luogo magico perché espressione della creatività, dove le idee prendono forma, dove la fantasia è aria che si respira e non vi resta altro che organizzarvi per non perdervi i prossimi due fine settimana di maggio.
Angela e Martina vi aspettano.

 

 

ORARI

 Sabato 8- 15- 22- 29 Maggio
 Domenica 9-16- 23- 30 Maggio

Ex Deposito ATAC Piazza Ragusa
 Ingresso Via Tuscolana, 179
 dalle 10:00 alle 20:00

 Sabato Ingresso Gratuito
 Domenica Ingresso Gratuito dalle h.10 alle 14.00, dopo ingresso ad offerta libera.

Per ulteriori informazioni potete visitare direttamente il loro sito qui

Per e-commerce link

 

 




Esperienze verdi nella Capitale

Fino al 29 maggio 2021 è possibile partecipare, a Roma, al  programma “Science and the City. Esperienze Green per il futuro”, a cura della Società cooperativa sociale Myosotis. I protagonisti del progetto sono il territorio, la scienza e la sostenibilità presentati attraverso  iniziative culturali gratuite (prenotazione obbligatoria al numero 06/97840700) dedicate a giovani e adulti, che vogliono mettersi in gioco. Si tratta di numerose attività online per realizzare Natural Garden, laboratori all’aperto attrezzati per gruppi in presenza con limite di partecipanti, con l’opportunità di aiutare animali selvatici a mangiare, walking naturalistici nelle riserve e nei parchi romani. La manifestazione coinvolge varie biblioteche del Sistema biblioteche di Roma, attigue o all’interno di aree verdi o ville storiche, con percorsi esperienziali a distanza rivolti agli studenti per conoscere le riserve e i parchi cittadini: Riserva naturale Laurentino acqua-acetosa, Parco regionale urbano di Aguzzano, Villa Pamphilj, Villa Leopardi, Parco regionale urbano Pineto. I percorsi, il cui programma di svolgimento è disponibile sul sito, verranno realizzati con modalità interattive a distanza, attraverso la piattaforma Google Meet, che permette l’adesione attiva di tutti i partecipanti da remoto (da scuola in caso di istituzioni aperte oppure ogni studente dalla propria abitazione). L’iniziativa è promossa da Roma Culture, vincitore dell’Avviso pubblico Eureka!Roma 2020- 2021-2022, e ideata dal Dipartimento attività culturali in collaborazione con Siae. La cooperativa  Myosotis è un ente senza scopo di lucro impegnato sul territorio per la valorizzazione dell’apporto individuale di ciascun cittadino verso l’integrazione di tutti i cittadini. Dal 1999 il Settore ambiente si avvale della collaborazione di biologi, naturalisti e specialisti in didattica delle scienze, per svolgere progetti per la promozione della cultura scientifica e l’educazione al patrimonio, a cui va inclusa la gestione del servizio educativo del Museo civico di zoologia di Roma. (Foto di Jess Foami da Pixabay)

www.myosotisambiente.it/science-and-the-city-esperienze-green-per-il-futuro/




Natale di Roma: 21 aprile

XXI aprile 753 a.C., la fondazione di Roma

 

Eccolo, Romolo, un ragazzo forte, nel fiore degli anni: sembra di vederlo, i muscoli tesi nel governare l’aratro di bronzo, cui ha aggiogato un toro e una vacca bianchi.

Il vomere penetra la terra sul colle Palatino, nell’atto di tracciare il profondo solco di fondazione della nuova città che sta nascendo,

Sudato, il fondatore si è vestito con il cintus gabinus, una veste sacra, secondo la tradizione proveniente dall’antica Gabii, centro sito al XII miglio della via Prenestina.

Seguiamo la testimonianza di Tito Livio: individuata l’area della fondazione, sulla sommità del Palatino, Romolo parte da nord-ovest, procedendo in senso antiorario verso sud-est e tracciando un solco, ai lati del quale stabilisce l’area del pomerium, lo spazio sacro nel quale vengono fatte ricadere le zolle man mano estratte dall’aratro.

Le prime mura di Roma sono una sorta di cerchio magico che protegge la città e la rende inviolabile.

Per questo, in corrispondenza delle porte, Romolo solleva l’aratro, così da interrompere il cerchio, rendendo accessibile la città soltanto attraverso quei passaggi.

Una volta terminato il rito, ecco avvicinarsi Remo, il gemello che ha dovuto cedere, perché il fondatore deve essere uno solo.

Come ci ricorda la tradizione, egli osa sfidare il fratello violando la regola sacra e scavalcando il solco. Per questo Romolo lo uccide.

Il destino fatale di Roma nasce con un delitto e procederà nella storia fondando le premesse della sua immortalità, della quale anche noi oggi possiamo dirci testimoni.

 

 

Il giorno del Natale di Roma, tramandatoci dalla tradizione, è il 21 aprile dell’anno 753 a.C..

Molti studiosi pensarono per secoli che questa fosse una data simbolica e che la fondazione fosse solo una leggenda creata a tavolino quando Roma era già grande.

Ma se fosse stata una data simbolica, perché scegliere proprio il 21 aprile? Probabilmente sarebbe stato più logico scegliere, per esempio, un giorno del mese di marzo, in cui iniziava l’anno nel più antico calendario romano.

Oggi si propende invece per la storicità di quella data, ritenendo che sia stata scelta proprio per realizzare il famoso solco, con tutto il rito di fondazione, avvenuto in un solo giorno.

Una testimonianza a supporto di questa ipotesi è fornita dagli importanti scavi archeologici svolti dal prof. Carandini presso il Palatino, dove sono state ritrovate evidenti tracce della sacralità riconosciuta nei secoli al luogo del primo tracciato realizzato in età romulea (metà dell’VIII sec. a.C.).

Carandini ricorda che, in tempi antichissimi, proprio in quei giorni di aprile si celebrava sul colle Palatino la festa della dea Pales, legata ai riti di fecondazione e riproduzione, al fiorire della primavera, alle nuove nascite. Un tempo propizio per una nuova fondazione…

Ritorniamo dunque alla storia di Romolo e Remo e, saltando indietro di fotogramma, ritroviamo i gemelli a osservare il cielo e il volo degli uccelli, perché siano gli dei con i loro segnali a indicare chi dei due sarà il fondatore della nuova città.

La scelta cade su Romolo, che riceve segnali di gran lunga più favorevoli.

Il giorno 21 aprile, sul Palatino Romolo svolge dunque il rito di fondazione, in un’unica giornata, come momento primigenio di Roma.

 

Siamo a metà dell’VIII sec. a.C.: in questo periodo vengono fondate molte città in area mediterranea, secondo un rito che dà forma di città ad agglomerati di piccoli popoli già precedentemente stanziati nel territorio di riferimento.

Allo stesso modo, prima di Roma, è attestata per secoli una rilevante presenza di abitati sui colli, nonché una forte frequentazione del guado del Tevere costituito dall’Isola Tiberina.

Quindi Romolo fonda Roma sul Palatino creando un luogo di riferimento sacro e civile per le genti stanziate nel territorio, che riconosceranno entro quella piccola area la propria identità, i propri dei, l’autorità comune da cui farsi guidare. Un primo vero Stato.

 

E ancor oggi, da circa XX secoli, nei giorni intorno al 21 aprile, a mezzogiorno, si può assistere a Roma, dentro il Pantheon, a un effetto speciale ante litteram: il sole entra nel celebre oculus alla sommità della cupola, con un’inclinazione tale da creare un fascio di luce che cade perfettamente sul portale d’ingresso.

 

 

In antico, la magniloquente scenografia permetteva, a quell’ora esatta, una straordinaria visione: l’imperatore che varcava la soglia del tempio immerso nella luce.

Si perpetua così ancor oggi uno dei sogni luminosi dell’imperatore Adriano: glorificare Roma nel giorno della sua fondazione, facendo giocare l’architettura del Pantheon con il volgere eterno della luce solare.

 

Dott. Maria Cristina Zitelli

Elaborazione grafica immagini Cesare Restaino




Il Colosseo e la ruota del pavone

Pennellate su Roma e dintorni

 

Gira gira e fai la ròta…

Un’antica, tradizionale serenata dedicata a Roma ce la fa immaginare come un meraviglioso pavone, inconsapevole della sua stupefacente bellezza mentre fa la ruota, desideroso di andare in amore con la pavoncella che lo sceglierà…

E dunque, persi tra le sfumature dei colori, noi Itineranti corriamo col pensiero a un fulcro, a un punto fermo, a un degno aggancio da cui intraprendere l’impossibile narrazione di tanta bellezza, di tanta storia.

 

Moneta Gordiano III con riproduzione dell’Anfiteatro Flavio

 

Certo, ogni aspetto, anche minuscolo, che abbia a che fare con il multiverso romano può tranquillamente rappresentare l’inizio di un viaggio: uno dei ganci più efficaci è senza dubbio il Colosseo. Sì, l’Anfiteatro Flavio, detto anticamente Amphitheatrum Caesareum o solo Amphitheatrum.  Solo dal X – XI secolo, in pieno Medio Evo, fu denominato Coliseum e la zona veniva chiamata “Rota” (pensa un po’, come la ruota del nostro pavone…) o Regio Colisei.

Il “colosso” da cui deriva questo nome era un’enorme statua di bronzo dedicata a Nerone (37 – 68 d.C.), quando il nostro anfiteatro ancora non esisteva.

Esattamente al suo posto, si trovava un grande lago artificiale che riempiva un’enorme conca: passeggiando accanto al Colosseo, avremmo camminato sott’acqua!

Questo lago costituiva una delle “delizie” della Domus Aurea, la straordinaria dimora voluta da Nerone sul colle Oppio, congiunta al Palazzo imperiale sul colle Palatino proprio per mezzo del lago. Il Colosso di Nerone troneggiava accanto al lago con i suoi 35 metri d’altezza…

Alla morte dell’imperatore, ritenuto ormai solo un folle tiranno, si decretò la sua damnatio memoriae, ovvero la cancellazione di ogni cosa che ne ricordasse l’esistenza.

La zona cambiò rapidamente faccia grazie agli imperatori Flavi, Vespasiano e i suoi figli Tito e Domiziano.

Fu Vespasiano, dal 70 d.C., a intraprendere un’opera davvero faraonica, facendo prosciugare il lago e costruire il primo anfiteatro stabile di Roma, come un dono per i romani che, usciti da un’epoca buia, avrebbero potuto ormai divertirsi con gli “spectacula” loro preferiti, come i ludi, i giochi gladiatorii e le venationes, le scene di caccia e combattimento con veri animali, spesso esotici.

E il colosso di Nerone? Venne intitolato al dio Sole e l’imperatore Adriano nel 135 volle che venisse trasportato nella valle, accanto all’anfiteatro, il quale risultava solo un po’ più alto della statua. Nei secoli successivi si cominciò ad attribuire al monumento il nome Colosseo, storpiato in Colyseus.

 

 

Il luogo più famoso dell’antica Roma meriterà molte volte l’attenzione di noi Itineranti: mille sono gli argomenti di cui parlare intorno a questo, che è uno dei siti più illustrati e raccontati del mondo.

Eppure, incredibilmente, va detto che è anche uno dei monumenti meno esplorati dalle ricerche archeologiche e scientifiche. Questo dipende da molti motivi, che lo rendono “fragile” per il decadimento dei materiali costruttivi, sottoposti nel tempo a innumerevoli incendi, terremoti, violazioni, spoliazioni. Un limite è inoltre rappresentato dalle delicate condizioni idro-geologiche della valle in cui esso sorge.

Il Colosseo rappresenta una vera metafora dell’antico e della vicenda umana, attraverso l’identificazione con la fortuna di Roma e del mondo intero.

Un’antica e famosa profezia, riportata a noi da Beda il Venerabile, monaco, storico e santo anglosassone vissuto tra il 672 e il 735, recita così:

Quamdiu stabit Colyseus

Stabit et Roma

Quando cadet Colyseus

Cadet et Roma

Quando cadet Roma

Cadet et mundus

 

(Finché resterà in piedi il Colosseo, resterà in piedi anche Roma; quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma e quando cadrà Roma cadrà il mondo.)

 

E si dice che lo stesso Dante Alighieri, di cui ricorre nel 2021 il settecentenario della morte, si ispirò al Colosseo per l’elaborazione e la rappresentazione dei gironi infernali.

La ruota del pavone si chiude ora, come un sipario, sullo spettacolo dell’anfiteatro, sul quale torneremo di sicuro, più e più volte, con le nostre pennellate.

 

Dott. Maria Cristina Zitelli




Perché Febbraio si chiama così?

Febbre, maschere e mascherine

Nel calendario romano più antico, febbraio era l’ultimo mese dell’anno, che iniziava a marzo, momento di risveglio della natura e degli uomini al suono delle armi del dio Marte.

Febbraio era dunque dedicato alla purificazione e alla preparazione di un nuovo ciclo, di un nuovo inizio.

In verità, l’origine del suo nome non è poi tanto nascosta… Ebbene sì: come in un gioco, possiamo rinvenire facilmente tra le sue lettere la parola febbre!

Occorre premettere che nell’antica Roma ogni aspetto della vita, anche il più piccolo, era sotto la protezione di una specifica divinità: ci sono quindi decine e decine di culti per noi quasi sconosciuti ma molto praticati dal popolo. Ad esempio, la dea Numeria tutelava e contava i mesi della gravidanza,  la dea Edula aveva in custodia le carni commestibili e la loro conservazione, il dio Redicolo proteggeva il ritorno dai viaggi.

E veniamo così alla dea Febbre, in latino Februa o Febris, che origina probabilmente da Februus, un dio antichissimo etrusco-italico ed è legata alla purificazione dalle febbri, in particolare da quelle malariche.

 

Febbraio – Mosaico dal Museo Archeologico di Sousse

 

In virtù della potenza purificatrice che si attribuiva al fenomeno della febbre, si è concretizzato nel nome Februarius il legame con questa fase dell’anno, segnata da una serie di riti e di feste molto caratteristiche.

Una festa in particolare merita la nostra attenzione: il 15 febbraio si festeggiavano nell’antica Roma i Lupercalia, una solennità celebrata dai Luperci, giovani e giovanissimi romani consacrati, di solito abbigliati con pelli di lupo, in onore della Lupa che aveva allattato i gemelli Romolo e Remo.

Frammento di rilievo con Luperci dal Museo Nazionale Romano

Nel corso della festa essi si raccoglievano nel Lupercale, una grotta ai piedi del colle Palatino, dove sacrificavano un gran numero di capre, tagliavano le pelli in lunghe strisce, dette februa, e poi si slanciavano seminudi in una folle corsa agitando queste fruste e colpendo tutti coloro che incontravano.

Le donne desiderose di gravidanza si esponevano ai colpi, certe del potere del rito, che propiziava la fecondazione.

Nella fase finale dell’Impero romano, quando ormai il Cristianesimo dominava, vari vescovi tentarono di sopprimere l’antica consuetudine pagana, ma nulla si poteva contro la tenacia dei Senatori, i quali attribuivano le pestilenze e ogni altro danno al fatto che si trascurasse la festa dei Lupercalia. La solennità era talmente radicata nella vita dell’antica Roma che si perpetuò anche nei secoli tardi, fino all’anno 468.

Infine pare che il rito sia stato abolito dal papa Gelasio ma tuttora lo si può riconoscere probabilmente nella processione con le candele del giorno della Candelora, il 2 febbraio.

L’evocazione di tali riti ancestrali dal fascino unico ci conducono a considerare legami insospettati tra la febbre e l’infiammazione rossa e calda lasciata dai colpi di februa, le strisce di capra usate come fruste.

E’ poi molto suggestivo pensare alla nostra modernità e al fatto che proprio a febbraio soprattutto capita di venir colti dalle influenze di stagione e da quelle purificanti sudate al caldo del letto.

A proposito: quanta nostalgia per… la solita influenza!

Oggi, immersi come siamo nell’atmosfera pandemica, viviamo mille inibizioni che ci precludono gli abbracci e ci impongono le mascherine.

Mascherine e maschere di Carnevale…

Febbraio è anche il mese delle tipiche atmosfere carnevalesche, che oggi possiamo godere a metà.

Ed emerge, forte più che mai, un desiderio di purificazione, di guarigione sociale, di annientamento del virus, per tornare a danzare scatenati, liberi e senza maschera.

Dott.ssa Maria Cristina Zitelli