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CUCCETTE PER SIGNORA

CUCCETTE PER SIGNORA

Di Anita Nair

Ed. Neri pozza

 

 

In Cuccette per signora abbiamo un treno e sei donne che viaggiano nello scompartimento a loro riservato, perché fino al 1998 in India le donne potevano viaggiare in treno solo così.

Tutto il romanzo si snoda attorno ad Akhila che, all’età di 45 anni, finalmente trova il coraggio di iniziare la sua vita. Salendo sul treno, la protagonista si ritroverà in compagnia di 5 donne, e tutte insieme cercheranno di dare risposta al dubbio che le assilla:

 

 

“Può una donna restare single e felice,

o ha bisogno di un uomo per essere completa?”

 

 

Una scrittura delicata che ci trasporta in un mondo e in una società sconosciuta e lontana; attraverso la lettura si scopre una realtà contemporanea, spesso incomprensibile ai nostri cuori occidentali, e si apprezza la forza d’animo dell’autrice, che irrompe pagina dopo pagina.

Anita Nair scava nella psicologia di cinque donne molto diverse tra loro, senza mai cadere nel banale da stereotipo. Trasmette poi senza fronzoli la profondità della cultura indiana dai più piccoli particolari.

Scopriamo così ricette, antichi rituali, leggende di un popolo a noi molto lontano; nonostante le numerose differenze con la nostra cultura, leggendo, troviamo un pezzetto di noi in ognuna nelle storie di queste sei donne.

Desideri soffocati, umiliazioni subite per l’indifferenza dell’uomo, solitudini e sogni lasciati maturare nel corso di anni e anni di silenzi.

Sembra un romanzo destinato ad un pubblico prevalentemente femminile, e il genere maschile non ne esce molto bene, ma è invece un libro bellissimo, che ci fa venir voglia di viaggiare con la protagonista e raccontarsi, per sentirsi non più sole.

 

“È stato così da sempre;

l’odore di un binario di notte

invade Akhila con un senso di fuga”.

 

 

SINOSSI

Akhila non ha un marito, né figli, né una casa e una famiglia. Ha preso una sari rossa e nera dai colori molto intensi e l’orlo d’oro, ha comprato un biglietto di sola andata per un paese in riva al mare. Alle otto e mezzo di serra è arrivata alla stazione di Bangalore, con il cuore in tumulto è entrata nello scompartimento per signora, ha occupato il posto a lei riservato e, una dopo l’altra, conoscerà le sue compagne di viaggio.

Cuccette per signora è un romanzo intenso che con ironia e tenerezza narra della ricerca femminile della felicità.

Alla fine del libro, una raccolta di ricette di piatti indiani è la degna conclusione di una storia di sentimenti, profumi e colori dell’India.

 

 

 




La donna gelata di Annie Ernaux

Pubblicato in Francia nel 1981 è ora disponibile in Italia per L’Orma Editore

 

La donna gelata, romanzo della pluripremiata scrittrice francese Annie Ernaux, arriva in Italia quarant’anni dopo la sua pubblicazione ma i temi trattati e la freschezza della scrittura restano di feroce attualità.

Il romanzo, strutturato in forma autobiografia, scavalca l’intimità della protagonista narrando la situazione femminile in un contesto sociale e famigliare che non ha confini e, purtroppo, neanche tempo.

Nata e cresciuta in una famiglia dove i ruoli sono interscambiabili e dove l’unica cosa che conti davvero è la realizzazione professionale e la conquista della propria indipendenza economica, la piccola Annie cresce scontrandosi con tabù e limitazioni esterne che pesano come carico mentale millenario che vuole la donna realizzata solo nel matrimonio, nella nascita dei figli e nella cura e mantenimento della famiglia.

La protagonista vive in una famiglia dove i ruoli non hanno nulla di tradizionale, dove la madre tiene i libri contabili della drogheria e il padre cucina, legge le favole la sera e l’accompagna a scuola; la piccola cresce lontana dai retaggi che vogliono le bambine a giocare con le bambole e i maschi a fare gli eroi.

“Diventare qualcuno, per i miei, non aveva sesso… Mia madre è la forza e la tempesta, che mi dice di non aver mai paura di niente e di nessuno. Come avrei potuto, vivendo accanto a lei, non essere persuasa della magnificenza della condizione femminile, o persino della superiorità delle donne sugli uomini?”.

Lo stile di scrittura di Ernaux ha la forza di trasformare un pensiero personale in un pensiero collettivo, conducendo per mano ogni lettrice obbligata a soffermarsi spesso per riflettere tra sé e sé, che sì, anche lei ha pensato, vissuto e respirato quel pesante carico mentale da tutto l’ambiente interno e esterno in cui viviamo.

Dalla protagonista poco più che adolescente che si veste e si rende presentabile non per il semplice piacere di ammirarsi, per amor proprio, ma per catturare l’attenzione del maschio, quello che potrà sceglierla e, quindi, offrirle l’unico futuro possibile, quello di moglie, madre e regina del focolaio.

Alla donna ormai sposata e madre che si ritaglia a fatica spazi per riuscire a studiare per il concorso per l’abilitazione all’insegnamento, tra un salto dal macellaio tentando di fare le domande giuste da brava massaia, all’escogitare la cena sfiziosa per il marito che rientra dopo una faticosa giornata di lavoro al quale porgere il figlio, pulito, tranquillo e sistemato, da alzare in alto tra le braccia come un trofeo, per poi riconsegnarlo alla madre e dedicarsi al suo meritato relax.

La donna gelata è un libro che rivela la realtà dell’universo femminile, senza mezzi termini e senza tanti giri di parole.
Avrei voluto, con tutta sincerità, arrivare alla fine della lettura e dichiarare come il romanzo fosse antiquato e vecchio; purtroppo, per quanti passi avanti si siano fatti, sono ancora troppi i retaggi che la società si trascina dietro e il cammino, affinché una donna sia libera di realizzarsi nei propri sogni e obiettivi,  è ancora lungo e impervio.

 

 

 

SINOSSI

Una giovane coppia si sposa, condivide una casa, fa due figli. Anche se animata da ideali egualitari e progressisti, la famiglia presto si sbilancia e tutto il peso delle incombenze di ogni giorno ricade esclusivamente sulla moglie. Un’ingiustizia quotidiana, “normale”, che vivono moltissime donne. Con sguardo implacabile “La donna gelata” traccia un percorso di liberazione capace di trasformare l’inconfessabile orrore per la propria vita in coraggiosa e spietata presa di coscienza. Alternando l’impeto di una requisitoria alla precisione di un’indagine, Ernaux ci consegna un’analisi dell’istituzione matrimoniale che non ha uguali nella letteratura contemporanea.




ACCABADORA di Michela Murgia Ed. Einaudi

ACCABADORA

Di Michela Murgia

Ed. Einaudi

Fillus de anima.

È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra.

Un incipit così causa soltanto una reazione: prendi il libro in mano, e non lo lasci finchè non lo finisci.

Michela Murgia ti trascina in un mondo che la maggior parte di noi non conosce, fai quasi fatica a leggere i nomi dei protagonisti, a comprendere quel linguaggio che sembra provenire da una terra lontana.

Eppure con una scrittura limpida l’autrice ti catapulta dentro una piccola comunità, poche le persone che la compongono, ancor meno le parole che essi scambiano tra loro. Consuetudini di gesti e sguardi che esprimono più di tante parole.

Un romanzo “sussurrato” perché fatto di gente che parla poco e piano, perché affronta un tema delicato e doloroso come la malattia terminale e la richiesta di una morte assistita.

 

Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto.

 

In un posto quasi senza tempo, dove la tradizione e gli antichi rituali la fanno da padrone, tutti conoscono l’accabadora, e tutti sanno. Ma, sotto lo scialle nero, non c’è solo una donna che assiste coloro che stanno per morire, sotto quelle frange c’è una madre che la natura ha impedito che fosse.

Il  rapporto tra Maria e Tzia Bonaria Urrai è strettissimo, più di un legame di sangue, nonostante ciò,  “…in tredici anni che vissero insieme, nemmeno una volta Maria la chiamò mamma, che le madri sono una cosa diversa”.

Ad un certo punto quel legame sembra spezzarsi, Maria non accetta l’accabadora, la condanna, la rifugge, ma tornerà e capirà, la Bonaria l’aveva avvisata.

 

-Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata –

 

 

Il libro finisce, e all’ultima pagina già so che lo rileggerò perché Maria e Bonaria non sono due personaggi che ti lasciano andare tanto facilmente.

 

 

SINOSSI

 

Maria e Tzia Bonaria vivono come mamma e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava, ha pensato di prenderla con sé, perché “le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge”. E adesso ha molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l’aspettano, ma soprattutto come imparare l’umiltà di accogliere sia la vita che la morte.

 

 




Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica

La storia di due sorelle e di un territorio: Casette d’Ete nelle Marche

Ci sono libri che oltre ad avere una trama intrigante e personaggi affascinanti, hanno la capacità di trasformare il territorio in un protagonista  elevandolo ad un ruolo importante e non solo come proscenio alle vicende narrate.

È ciò che mi è capitato leggendo il primo romanzo di Giulia Ciarapica, Una volta è abbastanza, pubblicato dalla casa editrice Rizzoli nel 2019, che fa parte di una trilogia, una vera e propria saga famigliare italiana.

Il romanzo si sviluppa entrando in punta di piedi nei ricordi del nonno, Valentino Verdini, che racconta alla nipote Oriana come abbia conosciuto la moglie Giuliana Betelli e sua sorella Annetta.

Una volte è abbastanza è la storia di due sorelle e del destino che si sono costruite nell’arco degli anni che vanno dal dopoguerra fino all’avvento della televisione. Anni di sacrificio in una paese marchigiano dove si inizia a lavorare all’alba e si finisce quando il sole tramonta dietro le colline, in scantinati bui e laboratori affollati dove tutti sono intenti a battere chiodi, incollare suole e a passare il mastice per costruire le scarpe.

Un romanzo che trasuda orgoglio e fierezza per le proprie radici, per i propri compaesani, per la loro determinazione e inesauribile forza che li spinge a costruirsi un futuro migliore nonostante le difficoltà e il periodo storico che vivono. Sono marchigiani, esattamente come lo è l’autrice, e si percepisce benissimo come quell’intorno che sovrasta la storia del libro non sia un semplice corollario per accomodare meglio i personaggi bensì rappresenti un profondo atto d’amore di Giulia Ciarapica verso la propria terra natia, Casette d’Ete nelle Marche.

Ma torniamo alle due sorelle.

Giuliana e Annetta sono una l’opposto dell’altra e, senza togliervi la sorpresa di appassionarvi a loro anticipandovi le loro gesta, eccomi che torna  la capacità di Giulia Ciarapica di mettere in chiaro come il rispetto tra due persone sia la base solida di ogni relazione. Si può vivere lontane o restare vicine; parlarsi sempre o restare in silenzio per lungo tempo, ma quando si ha realmente bisogno l’una dell’altra, è fondamentale esserci, nonostante tutto.

Ed è questo profondo rapporto di sangue tra le sorelle, il radicale attaccamento alla famiglia che si rivela autentico e fresco nelle parole che Giuliana urla a Annetta, parole che chiunque vorrebbe sentirsi dire almeno una volta nella vita:

 

«Che se ora mi sbatterai fuori di casa, perché sei testarda, menefreghista e presuntuosa, io tornerò domani, dopodomani e domani l’altro. Tornerò fino a quando non mi farai neanche più entrare. Anche quando non potrà più metterci piedi, io aspetterò là fuori. […] io sarò lì accanto a te, pronta a rinfacciarti ogni gesto, ogni parola storta, pronta a dirti che non ci si comporta come fai tu, che non puoi governare la vita degli altri, che non sei il dittatore di nessuno, tranne che di te stessa.[…] Sei una delle donne più egoiste che io abbia mai conosciuto, riesci a passare sopra ai sentimenti della gente come un carro armato; non sono mai stata in grado di arginarti, sei ingombrante e spietata. […] Ma sei mia sorella, e se la mia famiglia. Io ti voglio bene perché mi appartieni, nel bene, e anche nel male. Che ti piaccia oppure no, non mi interessa. È così, e basta.»

 

Una volte è abbastanza merita davvero di essere letto per la sua freschezza e per lo stile con cui ci presenta un mondo materialmente lontano eppure così presente nei ricordi famigliari di tantissimi italiani perché sono i nostri nonni ad aver ricostruito l’Italia distrutta dalla seconda guerra mondiale, non dimentichiamolo mai!

 

Piccole chicche.

  • Nelle prime pagine di Una volte è abbastanza troverete l’albero genealogico così da non perdere alcun intreccio familiare;
  • Ogni capitolo è arricchito da un epigrafe di grandi autori e dalla data cronologica per meglio determinare l’azione;
  • Pare che sia imminente l’uscita del secondo volume della saga.
  • Ah, dimenticavo, se siete sempre alla ricerca di nuovi libri, non mancate di seguire su Instagram il profilo di Giulia Ciarapica: è un vulcano di iniziative con diverse dirette settimanali e, secondo me, è un po’ Giuliana e un po’ Annette.Foto libro Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica. Foto di Stefania Piumarta



“IO NON MI CHIAMO MIRIAM” di Majgull Axelsson Ed. Iperborea

 

Ho letto di questo romanzo spulciando notizie sull’etnia rom per un mio personale studio, poi grazie agli algoritmi mi sono comparse diverse recensioni e mi ha incuriosito sempre più. Devo ammettere che non è stata una lettura facile anzi, a tratti faticosa come si dovesse scalare una montagna, nonostante negli anni avessi letto diverse cose sul tema Olocausto. Non avevo però idea di ciò a cui i rom sono stati sottoposti durante quel periodo nero della nostra storia.

L’autrice scrive la storia di Miriam in prima persona, con uno stile intimo che scava negli strati più profondi dell’Io; frasi dolorose, ma senza mai scadere nel patetico.

 

Sono passata per l’inferno, so cosa significa vivere all’inferno, e per questo non concedo niente a chi si crea il proprio inferno amatoriale per poi fingere di non poterne uscire.

 

Dell’inferno di cui parla Malika, alias Miriam, non ero a conoscenza; tutti noi sappiamo bene cosa hanno dovuto subire gli ebrei con le deportazioni e i campi di concentramento, conosciamo i terribili numeri del genocidio. Quasi nessuno però sa cosa è stato inflitto al popolo rom: non avevano la divisa a righe e non venivano loro tagliati i capelli, non erano messi con gli altri, ma tenuti da parte. I bambini addirittura nutriti un po’ meglio, ma per un unico abominevole motivo: gli esperimenti scientifici.

L’autrice ci parla di come questi piccoli e indifesi esseri umani venissero trattati da cavie. Leggiamo increduli, delle atrocità commesse in nome della scienza da medici come il famigerato dottor Mengele.

Nonostante la fame e la paura, una sera di maggio del 1944 il popolo  rom si è ribellato ai nazisti in quella che è passata alla storia come “La notte degli zingari”.

Malika veste gli abiti di un’ebrea, vive una vita non sua, ha sempre paura di essere smascherata, si nasconde ogni giorno. In certi tratti della storia abbiamo veramente paura con lei. Finchè il giorno del suo compleanno, scartando un pacchetto con un sospiro svela la verità.

Majgull Axelsson ci racconta una storia sul coraggio, sulla fiducia e sull’aggrappamento alla vita, numerosi sono i riferimenti a fatti accaduti e a persone veramente esistite: la famiglia è il perno su cui ruota questo romanzo, una famiglia distrutta ed un’altra faticosamente costruita.

Continuare a leggere di quel periodo tristissimo non vuol dire solo non dimenticare, vuol dire tramandare quella paura per fare in modo che non succeda mai più.

 

Ai rom non era stato offerto nessun risarcimento. Non erano stati sterminati per ragioni razziali, avevano spiegato le autorità tedesche dopo la guerra, ma perché erano criminali.

 

SINOSSI

 

“Io non mi chiamo Miriam” dice la protagonista il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno quando il figlio le regala un bracciale d’argento di un artigiano zingaro con inciso il suo nome. Una verità celata per quasi settant’anni: si chiamava in realtà Malika, non era ebrea ma rom questa ragazzina che, per non farsi fucilare, infilò i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio di deportazione. Prima per sfuggire alla morte, poi alla discriminazione, Miriam finora non ha mai rivelato a nessuno questo terribile segreto, ma i fantasmi del passato non le danno tregua e i suoi cari dovranno sapere.

 




Un’amicizia di Silvia Avallone

Quando gli opposti si attraggono

Un’amicizia di Silvia Avallone è uscito a novembre per la casa editrice Rizzoli e penso che sia uno di quei libri capace di restare e, anzi, di migliorare nel tempo.

Come detta in modo esplicito la copertina, Un’amicizia narra la storia nata tra due adolescenti, Elisa e Beatrice, così agli antipodi l’una dall’altra che a prima vista tutto si potrebbe immaginare tranne che tra di loro si possa instaurare una profonda relazione di amicizia.

Elisa è la classica adolescente tutta presa dalla lettura, che indossa il primo indumento che le capita e che tiene tutto dentro, nascosto nel profondo del suo cuore. Sognatrice, ribelle e silenziosa all’apparenza quanto determinata e testarda nella realtà. Con genitori separati, si trova a vivere con il padre, che non ha mai conosciuto davvero, e si sente abbandonata dalla madre.

Beatrice, al contrario, nasce in una famiglia borghese, è bella, anzi bellissima, e assolutamente perfetta agli occhi di tutti: capello sempre in tiro come appena uscita dal parrucchiere, abiti all’ultima moda, famiglia in vista, ricca e ben voluta da tutti. All’apparenza spavalda quando invece nasconde una carattere fragile e bisognoso di attenzioni.

Elisa e Beatrice sono due opposti e, nel loro vivere, sembrano rappresentare proprio la realtà della società in cui stiamo vivendo: dare valore all’apparire e mostrarsi sempre o negarsi all’obiettivo della macchina fotografica e del selfie ad ogni costo?

Beatrice, sicura e ossessionata della propria bellezza, cerca quasi di immobilizzare la propria immagine per l’eternità, trasformandosi in una ricchissima fashion blogger, interessata solo ed esclusivamente a mostrare tutto ciò che fa e che ha.

Elisa, al contrario, è assolutamente convinta del valore della cultura e delle parole, è intraprende un percorso universitario raggiungendo il suo scopo di diventare una scrittrice, anche superando diversi ostacoli lungo il proprio cammino che non voglio spoilerare per non rovinarvi le sorprese.

Perché si legge?
Perché non rimane altro.

Il romanzo è raccontato con la voce di Elisa che torna indietro nel passato colmando un vuoto di tredici anni, cioè dal giorno in cui la loro amicizia si interrompe.
La scrittura di Silvia Avallone è coinvolgente tenendo il lettore avvinghiato alle pagine e punta sul valore assoluto dell’amicizia, di quello vero, quello che ti fa perdonare un’affronto, quello che ti permette di comprendere, quello che ti fa avere una parte di cuore sempre in pena per chi ami, nonostante tutto.

Raccontando l’amicizia tra Elisa e Beatrice, Avallone mette l’accento su quanto siamo tutti influenzati dal giudizio degli altri, di come sia rilevante l’essere accettati e degli sforzi, a volte troppo gravosi, che si affrontano cercando di soddisfare ciò che la società e la famiglia richiede da noi.

Ma è davvero così importante raccontarsi o non è meglio vivere semplicemente la propria vita per quello che siamo?

Questa credo sia la domanda chiave di Un’amicizia sebbene siano diverse le riflessioni che scaturiscono dalla lettura del romanzo. All’apparenza può sembrare addirittura scontata come trama ma in effetti, tra i sui dialoghi e nei suoi capitoli, si nascondono svariate sfumature che, quasi quasi, richiederebbero un’ulteriore lettura per poterle apprezzare tutte.

Ho adorato i diversi richiami che Avallone fa al romanzo di Elsa Morante, Menzogna e sortilegio, così come ho apprezzato l’inserimento nel finale del romanzo dei Libri citati.
Li chiamo libri a matrioska quando un testo inserito in un romanzo diventa il prossimo da leggere.

 

Ultima chicca, ma non per importanza, è l’originale modo in cui l’autrice conduce il lettore alla scoperta della piccola città di provincia in cui si svolge la storia.
Definita semplicemente T, nel corso del libro, il lettore troverà diversi indizi e dettagli tali da iniziare a farsi un’idea di quale località balneare si tratti, ma è solo verso la fine del libro che se ne avrà certezza sebbene la Avallone non ne faccia menzione e tantomeno lo farò io.




Borgo Sud di Donatella Di Pietrantonio il sequel de L’Arminuta

Borgo Sud di Donatella Di Pietrantonio edito da Einaudi è uscito ai primi di novembre e già raccoglie attorno a sé critiche entusiastiche e giudizi positivi.
E come poteva essere diversamente? Abbiamo già parlato di Donatella Di Pietrantonio in un articolo evidenziando l’amore per la sua terra natìa, l’Abruzzo, per la maternità e la predilezione di struggenti protagoniste femminili.

Sulla sua pagina Facebook l’autrice, simpaticamente, scrive

“Leggete piano. Ci ho messo due anni a scrivere Borgo Sud e voi lo divorate in una notte”

Ebbene sì, Borgo Sud è un libro che si divora. Catturati dalla sua scrittura se ne rimani folgorati e affascinati fino alla fine. Quella sua prosa pacata, dolce, incisiva. Quel suo narrare di dolori grandi e lacerazioni con quello stile così misurato e poetico da non poter far altro che assimilarle e giungere alla conclusione che è proprio questa la vita.<

 

Borgo Sud ci riporta le protagoniste de L’Arminuta ma da adulte. L’arrivo di Adriana a casa della voce narrante e del marito porta non solo scompiglio ma evidenzia anche le crepe di un matrimonio all’apparenza perfetto e quando, anni dopo, una telefonata la costringe a correre di nuovo a Pescara, la protagonista dovrà necessariamente fare i conti con il suo passato.

A differenza degli altri libri scritti, in quest’ultimo lavoro, l’autrice si addentra per la prima volta nel delineare anche un personaggio maschile, Piero, il marito della voce narrante.

Guardavo Piero e la solitudine delle sue orme. Non riuscivo a rintracciare un inizio in quello che ci stava succedendo. Avevo cancellato tutti i segni, ignorato una serie di dolci dinieghi, garbate insofferenze. Le sere nel letto avevo creduto a ogni stanchezza, di faccia alla sua schiena.

Donatella Di Pietrantonio supera brillantemente l’esame confermandosi come una delle voci più autorevoli della letteratura contemporanea italiana.




Non buttiamoci giù di Nick Hornby

Lo spirito ironico di Nick Hornby: inno alla vita e all’amicizia

 

Metti quattro sconosciuti agli antipodi per carattere e vissuto personale sul tetto di un grattacielo nel cuore di Londra la notte di Capodanno. Metti che il grattacielo si chiami la Casa dei Suicidi e subito si profila palese l’intento di Non buttiamoci giù dello scrittore inglese Nick Hornby, ma non è così.

Il romanzo, pubblicato nel 2005, ha uno stile colloquiale e semplice con frammenti di ironia che rendono piacevole la lettura sebbene tratti di un tema forte come la depressione e la volontà di suicidarsi.

I personaggi sono Martin, un ex-conduttore televisivo che si è rovinato la carriera lasciandosi sedurre da una minorenne; Maureen una dolcissima donna che ha dedicato tutta la sua vita a curare l’ unico figlio disabile; Jess, figlia del vice Ministro dell’Educazione che usa un linguaggio sboccato ed è follemente innamorata di un ragazzo che non ricambia il suo amore; e infine JJ, americano con il rock e la musica nel sangue costretto a consegnare pizze per sbarcare il lunario e innamorato folle della sua ragazza.

Quattro anime così diverse che il destino unisce nello stesso luogo alla stessa ora trasformando ciascuno di loro nella spalla e nel sostegno dell’altro. E così, la notte che doveva trasformarsi nel giorno della loro morte, diventa la notte per cui si regalano un’altra possibilità per scoprire che cosa la vita abbia in serbo per loro.

La struttura del romanzo è articolata in svariati capitolo ciascuno dei quali affidato alla voce narrante di uno dei protagonisti. In questo modo diventa semplice entrare in sintonia con i personaggi, capire il loro punta di vista e sostenere, per quanto possibile, il loro desiderio di farla finita, di smettere di vivere.

Ma ci vuole più coraggio a vivere che a suicidarsi e allora ecco che i quattro protagonisti iniziano con il rinunciare al suicidio la notte di Capodanno e posticipare il tutto al giorno di San Valentino, esattamente il giorno in cui tutti coloro che non si sentono amati provano quella voragine di solitudine incolmabile che, dovrebbe, dar loro la forza di fare il grande gesto.

Il ritmo del romanzo è così ben strutturato che le pagine volano via con facilità e sebbene il tema centrale non sia così facile da trattare, il linguaggio semplice avvicina al significato che ho percepito; perché il cambiamento fa paura ma è necessario per andare avanti nella vita, che è importante accettarsi per ciò che siamo con i nostri limiti e che aprirsi agli altri, uscire dal proprio guscio e incontrare l’altro, è il modo più efficace per affrontare la vita che scorre via.

[…] È soltanto la vita. Una persona ne incontra un’altra, e quella persona lì vuole qualcosa; e il risultato è che le cose succedono. O a metterla in un altro modo: se uno non esce mai e non incontra nessuno, allora non succede nulla. Cosa potrebbe succedere?