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L’odore del sangue di Goffredo Parise

L’odore del sangue è il romanzo postumo di Goffredo Parise arricchito dalla preziosa peculiarità di essere arrivato a noi lettori senza alcuna rettifica o modifica da parte dell’autore.

Parise lavorò al manoscritto nell’estate del 1979 per poi sigillarlo con la ceralacca e nasconderlo in un cassetto perché ritenuto da lui stesso materiale che “non deve essere pubblicato mai, ma distrutto”. Solo nel giugno del 1986 decise di rileggerlo ma la morte, sopraggiunta qualche mese dopo, non gli diede il tempo di apportare ulteriori rielaborazioni regalandoci un romanzo intimo e potente dove “la battitura porta i segni inequivocabili di una costante e concentrata ispirazione” come dichiara l’amico e critico letterario Cesare Garboli nella prefazione del 1997 per l’edizione Rizzoli.

Questa particolarità de L’odore del sangue ci permette di avere tra le mani un flusso di pensiero scritto di getto, senza correzioni, ritocchi, e ripensamenti, una scrittura talvolta ripetitiva, come nel caso di ripugnata e ripugnante, ma mai ridondante che ci rivela la grandezza dello scrittore vicentino e ci permette di avvicinarci ai suoi più intimi e celati tormenti dell’animo.

«Ho guardato, anzi visto Silvia per la prima volta quando ho avuto la sensazione che mi tradisse.»

Questo l’incipit de L’odore del sangue dove Parise coinvolge senza indugio il lettore utilizzando la prima persona e mettendo subito in chiaro il tormento della gelosia che devasta il protagonista, che ha il significato d’indagare sull’amore e sull’ossessione per Silvia e seguire lo spasmodico desiderio di capire cosa spinga sua moglie, sposata da oltre vent’anni, a vivere una “sbandatina”, cadendo tra le braccia di un giovane venticinquenne della Roma bene, fascista, scapestrato, prepotente, che indossa sempre una giacca di pelle nera e con il cazzo costantemente in erezione, pronto ad entrare in azione.

Due diversi verbi di percezione che permettono di vedere ora ciò che aveva sempre solo guardato e ciò che vede è proprio l’odore del sangue, cioè “l’odore dell’origine della gioventù, della passione, della vita.
Concetto che ripete e rafforza ancora di più nelle diverse pagine dedicate a descrivere, immaginare e a sognare scene di sesso tra Silvia e il suo amante, dove la figura del fallo e dello sperma tornano in modo preponderante perché è certo che rappresentino in modo inequivocabile l’odore del sangue, un odore di vita: “il cazzo cioè la forza tanto propulsiva quanto irruente del cazzo, è il significato della vita stessa […] e poiché il sesso, cioè la vita, ecco l’attrazione verso chi porta con sé la vita e non la morte

 

 

La bellezza e la profondità del romanzo è tutta nel mettere a nudo le fragilità, le debolezze, la noia, le contraddizioni ma anche le certezze di un uomo di cinquant’anni che vede avvicinarsi sempre più la fine della propria vita con la consapevolezza che il meglio sia ormai passato, perché nulla è più potente, vitale e energico della giovinezza.

E questa necessità di tornare indietro ai tempi gioiosi e focosi della giovinezza è concesso a lui come uomo, visto che si concede da anni una relazione con Paloma, una ragazza giovanissima, ma non riesce a controllare, a considerare e ad accettare che le medesime esigenze possano scaturire anche in sua moglie.

Qui emerge un lato spigoloso di Parise che, non solo pensa che “Silvia fosse impazzita, o in quella condizione di squilibrio molto nota, che può provare l’avvicinarsi della menopausa” ma in una scena finale tenta addirittura di strangolarla per poi rientrare in sé ravvedendosi della sua ira fuori controllo. Contraddizioni che possono far accapponare la pelle ad una lettrice del terzo millennio ma che Parise ci rivela con una sincerità e un’armonia tale da farsi perdonare.

Spesso tra le pagine la figura di Silvia appare come una crocerossina, tutta propensa a prendersi cura di lui, a coccolarlo, a viziarlo; una immagine che rappresenta più una figura materna che una reale compagnia di vita. L’amore stesso tra i due viene definito platonico, giustificando così quella mancanza di intesa sessualità in grado di giustificare la sua noia e le sue continue fughe.

La relazione tra Filippo e Silvia è tenuta e trattenuta dal telefono, strumento attraverso il quale riescono a mantenersi in contatto e che rappresenta quel cordone ombelicale che il protagonista maschile non riesce a tagliare. Molto probabile che il telefono sia un simbolo di legame materno e il suo uso quotidiano più vicino ad un dovere filiare che ad una reale necessità della coppia, tanto è vero che è proprio Silvia a interrompere le telefonate, quasi non potesse essere diversamente, come se fosse un gesto la cui decisione spettasse alla figura femminile/materna tanto che a seguito della dipartita di Silvia, Filippo prosegue candidamente la sua vita con Paloma, sposandola e mettendo al mondo dei figli.

L’intensità del flusso di coscienza che Parise offre a Filippo mette in luce un uomo in continuo movimento, incuriosito e impaurito dalla vita e non del tutto consapevole del suo più intimo bisogno di amore sebbene dichiari «io avevo bisogno di essere amato più che di amare, e Silvia di amare più che di essere amata.»

L’amore per Parise è un sentimento primario ma raro, ricercato con bramosia ma allo stesso un legame pericoloso dal quale fuggire. Incisiva la descrizione del primo incontro con Silvia a Piazza del Popolo dove la bocca è “gonfia, dura, etrusca pareva quasi contorta al tempo stesso di sfida, quasi di disprezzo […]. Era bellissima, una cavalla, impennata, pareva di sentire l’afrore delle sue ascelle, dei suoi capelli, del sesso, muscoloso, nervoso e contorto come l’espressione, appunto, ripugnata e ripugnante delle sue labbra protese e imbronciate.”

L’odore del sangue è un inteso gioiello della letteratura italiana e Parise ha regalato ai posteri tutta la contraddizione e la purezza di un uomo del Novecento.

È consigliabile abbandonarsi alle parole di Parisi con la straordinaria definizione di Cesare Garboli che dichiara “E così interroga, e ritorna in eterno sulle stesse domande, con un’ossessione e una ripetitività concentriche e maniacali che danno al romanzo un ritmo da bolero” perché davvero L’odore del sangue è un bolero impetuoso.




La lettrice di Čechov di Giulia Corsalini

Pubblicato da Nottetempo scandaglia il dramma di chi lascia la propria terra per emigrare all’estero come badante

 

La lettrice di Čechov è il primo romanzo di Giulia Corsalini pubblicato da Nottetempo nel 2018 che ci porta a scandagliare il dramma individuale delle donne dell’est europeo costrette ad abbandonare la propria terra e gli affetti per emigrare all’estero per lavorare come badante.

Nina è una quarantenne ucraina, laureata in letteratura che lascia Kiev, sua figlia Kàtja e il marito malato per permettere alla figlia di studiare all’università e al marito di essere curato.

Nina raggiunge Macerata per prendersi cura dell’anziana Mariangela portando con sé solo alcuni libri: La Bibbia, Tolstoj, Dostoevskij e Čechov.
Ed è proprio attraverso la lettura e la frequentazione della biblioteca nel suo unico giorno libero, che Nina inizia a valutare la possibilità di tornare a studiare, di darsi una nuova possibilità e ricominciare a vivere.

Ma il dolore per gli affetti che ha lasciato si rivelano sempre più forti e il distacco con la figlia una ferita che aumenta giorno dopo giorno fino a farle perdere ogni volontà di guardare avanti con ottimismo creando un parallelismo con il racconto Storia noiosa di Čechov dove il vecchio professore si ritrova alla fine della sua vita a analizzare dolorosamente il freddo distacco delle persone a lui care.

 

 

La lettrice di Čechov è narrato in prima persona permettendo al lettore di entrare nell’intimo di Nina e portandoci ad ascoltare la povertà di Kiev, il freddo intenso degli inverni nevosi, la semplicità di una vita povera ma sincera.

Un uso magistrale della punteggiatura e la bellezza della tripletta di aggettivi qualificati rende fluido e piacevole il ritmo del testo al punto che diventa impossibile non sentirsi Nina mentre passeggia la mattina presto con il marito, o non riuscire a percepire la luce che entra di traverso nella sala della biblioteca di Macerata, così come si sente tutto il dolore di Nina nel prendere atto di come il suo allontanarsi abbia lacerato i suoi affetti e di resi vani i successi lavorativi raggiunti.

 

«A quel tempo vivevamo, a Kiev, in via Anna Achmatova, nel distretto di Darnycja; abitavamo al sesto piano di un alto condominio dignitoso […] Dalle finestre, prive di tende e di serrande, coglievo ogni giorno tutte le variazioni del cielo.»

La scrittura di Corsalini è sussurrata e mai urlata e, il dolore di una donna che sacrifica tutto per amore, si trasforma in un leitmotiv sottile che pervade tutte le pagine senza mai graffiare, senza mai sgomitare come se quella scelta non fosse stata in effetti una scelta bensì l’unica strada possibile, un disegno più alto dettato dal fato e come tale debba essere seguito senza alcuna esitazione.

Se la cruda realtà di ciò che perdono lasciando affetti e patria è perentorio in tutto il romanzo, l’amore profondo per la letteratura di Nina appare come quella zattera capace di salvare se non il fisico almeno la mente degli esseri umani.




Lei che non tocca mai terra di Andrea Donaera

Il secondo romanzo del giovane scrittore salentino pubblicato da NNEditore

 

Lei che non tocca mai terra è il secondo libro del giovane scrittore salentino pubblicato da NNEditore a settembre 2021, candidato per la LXXVI edizione del Premio Strega grazie alla presentazione di Daniele Mencarelli che in finale alle sue motivazioni dichiara «Il sud di Donaera è il sud di ogni mondo su questa terra, gotico e bestemmiante, dove tutti, a partire da Dio, si negano all’uomo che brama di essere salvato, da sé stesso e da tutti i falsi profeti. Donaera è un narratore lirico come pochi altri in circolazione e questo suo viaggio risplende di luce propria

Andrea Donaera ha scritto un romanzo corale dove le voci dei diversi personaggi si intersecano come in una ragnatela e sbattono, rimbalzano, si rialzano e ricadono senza soluzione di continuità.

All’apparenza sembra che la protagonista centrale del romanzo sia Miriam, l’adolescente dormiente in stato comatoso su di un letto dalle lenzuola candide attorno alla quale si alternano il padre, la madre, il fidanzato e l’amica del cuore che sono le coscienze di Lucio, Mara, Andrea e Gabry. Ma, in effetti, il vero attore di Lei che non tocca mai terra non sono loro, bensì il coma stesso, quello stato di impotenza, quel muro di incomunicabilità, quel deserto di non-futuro che attanaglia ogni personaggio, che incombe sulla città di Gallipoli, che struscia tra le fronde degli uliveti salentini, che oscura l’orizzonte del mare.

 

 

Generazioni che si alternano, si rinnovano, si incastrano a forza bloccati in pregiudizi atavici, in silenzi ventennali, in depressioni abissali, dove una donna/moglie/mamma resta seduta immobile sul lato del divano in cui per l’ultima volta si è seduto il marito, dove il senso di colpa per non aver notato le pene corporali auto inflitte dalla sorella conducono un’intera famiglia a non guardarsi più negli occhi, dove si preferisce credere al potere di esorcizzare il Male attraverso le preghiere di un santone dalla lunga barba bianca.

“Mia madre è malata di vuoto. Quando mio padre ha sparato è successo che il proiettile ha fatto molti buchi: uno è nell’anima di mia madre – un altro nella mia testa.”

Alcune scene sono descritte con una ritmica tribale, simile ad una taranta, dove il ripetersi degli aggettivi, l’alternarsi dei verbi, sembrano girare in tondo sempre più velocemente fino ad esplodere. Scene dove non è difficile percepire in sottofondo anche lo strusciare dei piedi sul pavimento del palcoscenico di uno spettacolo teatrale. Ebbene sì, questo ultimo lavoro di Andrea Donaera potrebbe benissimo essere trasportato su di un palcoscenico così da far vibrare ogni spettatore, non solo dalle parole, ma anche dei gesti teatrali degli attori. L’intero romanzo mi è intriso di un ritmico tarantismo, coinvolgente e primordiale.

Lei che non tocca mai terra è un grido di dolore abbarbicato a diversi livelli nella società in cui viviamo; un urlo desideroso di rompere quel muro, di scoperchiare quel silenzio, di dare finalmente un indirizzo ad un futuro che scorre, caspita se scorre, se solo si avesse la forza di estirpare la paura dagli esseri umani affinché tornino a guardarsi negli occhi per parlarsi tra loro.

Andrea o Andrea, bravo davvero!




TETRA- una nuova casa editrice dedicata ai racconti

TETRA-
Quattro racconti – il Quattro del mese – a Quattro euro – per Quattro autori

 

 

TETRA- è una nuova casa editrice nata da un’idea di Danilo Bultrini e Luca Verduchi, gli editori di Alter Ego Edizioni, una casa editrice indipendente di Viterbo specializzata nella pubblicazione di narrativa italiana e straniera.

La direzione editoriale è affidata a Roberto Venturini, editor e scrittore candidato al Premio Strega 2021 con il romanzo “L’anno che a Roma fu due volte Natale“. (ne abbiamo parlato qui)

TETRA- ha scelto di aprirsi nel panorama editoriale indirizzandosi verso una forma particolare di letteratura, quella del racconto o short story, che meglio di altre sembra soddisfare le esigenze dell’epoca in cui viviamo e di avvicinarsi con maggiore attenzione alle nuove generazioni che prediligono una comunicazione veloce, immediata, a volte scarna ma non certo di parole.

E cosa di dire ne hanno di sicuro i quattro scrittori scelti per la prima uscita del 4 maggio: Andrea Donaera, Paolo Zardi, Emanuela Canepa e Valerio Aiolli.

Così come il nutrito elenco dei prossimi autori: Daniele Petruccioli, Romana Petri, Eduardo Savarese, Valeria Viganò, Ilaria Gaspari, Giorgia Tribuiani, Alfredo Palomba, Antonio Moresco, Demetrio Paolin, Alessandro De Roma, Irene Chias e tanti altri scrittori e scrittrici

La scelta del nome, TETRA-, racchiude in sé gli elementi distintivi dell’idea stessa visto che tetra significa quattro e Quattro saranno le uscite come per le stagioni, da Quattro scrittori diversi, al prezzo di Quattro euro, il Quattro del mese, e nella forma cartacea di un quadrato.

Anche per le illustrazioni di copertina si nota una grande cura e attenzione scegliendo la tecnica del collage “per rimarcare ciò che Tetra- si pone come obiettivo:unire le differenti voci del panorama letterario italiano e internazionale, per raccontare la complessità e il fascino del mondo contemporaneo.

Considerando che Quattro sono anche gli elementi fondamentali della vita attraverso i quali il microcosmo umano si unisce con quello naturale, c’è da aspettarsi grandi cose da questa esuberante iniziativa editoriale.

Mentre a noi lettori non resta altro che attendere il 4 maggio per leggere i racconti e augurare che il Fuoco, la Terra, l’Aria e l’Acqua siano sempre energia pura per l’intero team.

 




Resto qui di Marco Balzano

Resto qui di Marco Balzano, pubblicato da Einaudi nel 2018, vincitore di numerosi premi e piazzatosi al secondo posto del Premio Strega.

Resto qui di Marco Balzano è un libro sulla resistenza nella sua accezione più ampia; resistenza alla guerra; resistenza alla persecuzione linguistica, etnica, culturale e morale avviata con l’italianizzazione nelle vallate del Sudtirolo; resistenza alla creazione della diga che sommergerà anche il paese di Curon; resistenza alla scomparsa della figlia.

La figura centrale del romanzo è Trina e si racconta della sua infanzia con le amiche di sempre Maja e Barbara, del periodo della scuola per diventare insegnante perché credeva «che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole», dell’insegnamento clandestino, del suo amore per il marito Erich, della loro fuga sulle montagne in attesa della fine della guerra per rientrare al loro maso, alla loro vallata, alla loro terra.

Trina è una donna forte, determinata, coraggiosa “affamata di solitudine” che non recide mai i legami della sua vita, nonostante il tempo e le distanze, ma che deve fare i conti con la guerra, con la perdita e con la costruzione della diga che sommergerà tutto.

Non ti racconterò la tua assenza. Non ti dirò una sola parola sugli anni passati a cercarti, dei giorni sulla soglia a fissare la strada. […] Non ti dirò dei mesi in cui ciascuno di noi all’improvviso scappava, senza avvisare gli altri, e trovando la casa vuota pensava che prima o poi i boschi ci avrebbero inghiottito. Persi per sempre nell’insensato tentativo di riportarti qui, Dove non volevi stare.

Resto qui si basa su avvenimenti realmente accaduti romanzando una trama che riesce a mettere in primo piano le storie di chi ha vissuto la guerra nel quotidiano, facendo vivere al lettore quali devastazioni interiori e quali ferite creino un conflitto.

 

 

Spesso è necessario assumere un altra prospettiva per riuscire a comprendere scelte e non scelte e la scrittura di Marco Balzano riesce a mettere in luce la disperazione e i sentimenti di una piccola area territoriale incastrando benissimo le vicende personali con la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

Un romanzo da leggere e che, con l’attuale Guerra in Ucraina, diventa ancora più importate per ricordare e non dimenticare mai quali devastazioni comportano una guerra per gli uomini e le donne che la vivono sulla propria pelle, ovunque si trovino nel mondo.




L’altra figlia di Annie Ernaux

Romanzo breve della grande scrittrice francese contemporanea

 

L’altra figlia è un romanzo breve scritto da Annie Ernaux nel 2011 e pubblicato in Italia da L’Orma editore nel 2016 con la traduzione di Lorenzo Flabbi.

Come in tutta la produzione della Ernaux anche l’evento centrale de L’altra figlia ha origini da un episodio di vita vissuta e il testo è imperniato in una lettera scritta ad una sorella mai conosciuta se non casualmente all’età di dieci anni quando ascolta una conversazione di sua madre.

Così, per puro caso, la figura della sorella morta due anni prima della sua nascita, diventa l’interlocutrice di un dialogo serrato, sofferente e con profondi sensi di colpa. Ernaux dialoga con Ginette con la quale condivide gli stessi genitori sebbene in piani temporali diversi visto che la sorella li ha conosciuti ancora giovani e appena sposati e, soprattutto, liberi dal dolore della morte, mentre lei li ha vissuti dopo, con tutta la pesantezza della vita vissuta con un dolore nel cuore.

La grandezza della scrittura di Ernaux si conferma nella sua capacità di sintetizzare momenti di vita personale trasformandoli in una narrazione universale dove la nota autobiografica si innalza e diviene il mezzo attraverso il quale comunicare emozioni intime e senza tempo.

L’altra figlia è una lettera cruda, a volte spietata dove la scrittrice riesce a dichiarare che «sono venuta al mondo perché tu sei morta e ti ho sostituita» nel momento in cui realizza che i suoi genitori non avrebbero mai potuto permettersi di mantenere due figli. Non potremmo fare per due ciò che facciamo per una, implicando inevitabilmente che la sua nascita è avvenuta solo ed esclusivamente grazie alla morte della sorella e che la sua vita come quella della sorella Ginette vivranno sempre lontane e separate, senza incontrarsi mai.

«Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, […], tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria

 

L’altra figlia è un romanzo breve che si legge in poche ore ma che scalfisce e impone riflessioni nel lettore per lungo tempo.




Passaggi di proprietà di Salvatore Enrico Anselmi

Passaggi di proprietà ovvero Storia di un quadro

 

Tra le novità librarie si segnala la pubblicazione Passaggi di proprietà dello storico dell’arte, docente e scrittore Salvatore Enrico Anselmi (LINEA edizioni, Padova 2021).

Dopo due anni dall’uscita di Exitus (GB Editoria, Roma 2019), che ha suscitato apprezzamenti di critica e pubblico, segnalato dalla Società Dante Alighieri e in concorso al Premio letterario Mastercard 2020, l’autore torna a dialogare con i lettori con questo nuovo romanzo che può essere considerato l’originale biografia di un dipinto.

Il tracciato narrativo del libro attraversa un ampio lasso cronologico, dalla genesi di un’opera pittorica, – un’Annunciazione eseguita nel primo Cinquecento da un giovane artista della Maniera, che ne costituisce il legante tenace – alle vicende che hanno come oggetto le peregrinazioni nel corso del tempo, per l’appunto i relativi passaggi di proprietà.

Gli avvenimenti pertengono a furti, recuperi, restauri, vendite. Ascese e cadute in disgrazia, affermazioni e contraddittorie negazioni delle stesse, ispirazione creativa e prosaica mercificazione, unità familiari e sociali al collasso, derive morali e gracilità dell’indole costituiscono il contesto nel quale operano tutti coloro che, a vario titolo, sono parte integrante o collaterale della narrazione: artisti, mecenati, collezionisti, eredi della famiglia aristocratica che commissiona l’opera e la conserva nella sua quadreria, restauratori, nuovi acquirenti, studiosi d’arte.

Lo sviluppo diacronico che scandisce la lunga “vita” dell’Annunciazione si conclude in un contesto futuribile nel quale le dinamiche sociali e la presenza umana rispondono a circostanze distopiche di ribaltamento. Il romanzo, pertanto, è segnato da una sorprendente e inaspettata svolta che imprime un abbrivio destabilizzante. L’originalità del romanzo consiste anche nell’aprire margini di riflessione, quanto mai attuali, sul valore di civiltà del patrimonio artistico e sulla sua trasmissione alle generazioni future.

Indicativo, in tal senso, è l’incipit del romanzo, dove il protagonista parla di sé in prima persona e ravvisa il particolarissimo valore attribuito alla sua stessa esistenza.

 

Ho vissuto come un essere umano.
Ho avuto una nascita, un’esistenza e una morte. Qualcuno mi ha creato e qualcosa ha deciso per me. Accade così anche per l’uomo.
Un evento ineludibile, a un certo tratto del suo cammino, che l’uomo stesso non può stabilire se non dandosi la morte, decide affinché il percorso si interrompa.
Ho avuto una lunga storia, una lunga vita delle quali vado fiero, perché ogni luogo che mi ha ospitato, ogni persona che ho incontrato, ha osservato la mia pelle, i miei tratti, e ne è rimasto segnato, come di fronte a una rivelazione ha intrattenuto con me un rapporto che non lo ha restituito alla sua più comune giornata nella stessa condizione antecedente all’incontro.

 

Dalla lettura sistematica e sequenziale dei capitoli è possibile ricondurre a unità l’articolata e appassionante vicenda costituita da un prologo, da uno svolgimento e da un epilogo secondo eventi caratterizzati da corrispondenze, rivolgimenti e colpi di scena inattesi.

Il titolo di fatto pertiene, in ragione dei rapporti che intercorrono tra i personaggi, anche all’affermazione del presunto diritto, considerato tale da alcuni protagonisti, di imporre un marchio di proprietà, di ribadire un possesso sugli altri, tentando di indirizzarne gli esiti di vita.

Il contesto storico di riferimento costituisce lo scorcio, il profilo sociale sul quale si staglia l’azione di ogni capitolo. Al servizio dell’impostazione diacronica è stata scelta un’opzione stilistica di adeguamento della lingua e della forma al periodo nel quale si consuma l’azione interna alle diverse sezioni narrative, comunque nella coerenza complessiva che rimanda a un’iconografia scelta e tenuta costante. È stata compiuta pertanto una consapevole operazione meta-linguistica e meta-letteraria che costituisce uno dei collanti del testo.

Per ogni capitolo l’epilogo è repentino e rapido, e in questo senso, l’intento è stato quello di contemperare la tradizione novellistica con il ricorso all’atto conclusivo e fulmineo che caratterizza certa prosa del Novecento in Europa e in America. Forse le analogie più pressanti, in tal senso, riguardano John Cheever e Charles Bukoski autori di racconti. Il clima che qualifica Passaggi di proprietà, anche in considerazione di tali argomentazioni, coniuga per altro, prospettive variate, atmosfere liriche e introspettive, il cinismo ironico, partecipato o asettico, con una presa evidente di posizione dell’io narrante.

Il raggiungimento ultimo potrebbe essere dunque quello, pur nell’originalità, di raccontare una storia che si compone di storie, un romanzo di romanzi caratterizzato da moventi, echi e memorie che il lettore solido e curioso non stenta a riconoscere pur nel loro carattere inedito.

 

 

Passaggi di proprietà.
Autore: Salvatore Enrico Anselmi.
Editore: LINEA edizioni, Padova 2021.

 

L’autore

Salvatore Enrico Anselmi, docente, storico e critico d’arte, ha collaborato con il Centro Studi sulla Cultura e l’Immagine di Roma (Atlante del Barocco in Italia, Roma 2014) e ha tenuto corsi di Storia dell’arte moderna presso alcuni atenei italiani. Ha pubblicato monografie dedicate alle vicende di committenza nobiliare di età moderna in area centro-italiana con particolare riguardo ai Giustiniani, ai Farnese, e ai Maidalchini-Pamphilj. Suoi contributi sono apparsi in riviste e atti di convegno.

Alle attività di ricerca affianca la scrittura con particolare dedizione per la narrativa d’introspezione. Il suo romanzo d’esordio, Exitus (Roma 2019), è stato segnalato dalla Società Dante Alighieri e inserito tra le opere in concorso al Premio Mastercard 2020.

Alcuni suoi racconti e testi poetici sono stati pubblicati in Rapsodia. A magazine of art and literature e in Critica Impura. Ha curato la rubrica “Marginalia” per Yawp: giornale di letterature e filosofie. Ha preso parte, tra l’altro, alle edizioni 2021 della Fiera Italiana dello Scrittore, alla rassegna Arte e Cultura nella città del Conclave e al Concorso Caffè letterario Moak attestandosi tra i vincitori.

 

SEGNALAZIONE




La forma del silenzio di Stefano Corbetta

Candidato al Premio Strega edizione 2021

 

Quali meccanismi si innescano in una famiglia quando si scopre che l’ultimo nato è affetto da sordità? È quello che ci racconta Stefano Corbetta nel romanzo La forma del Silenzio edito da Ponte alle Grazie nel 2020.

Una famiglia degli anni ’60 con Elsa e Vittorio a fare da genitori e Anna con il piccolo Leo come figli. E sarà proprio il piccolo Leo a portare scompiglio in casa perché la gioia di un neonato sarà affiancata con la difficoltà di accettare e comprendere lo stato di non udente, a fare i conti con la difficoltà di comunicare per poi arrivare, nel giro di poche pagine, all’improvvisa scomparsa di Leo in una notte di dicembre del 1964 dall’Istituto nel quale è stato mandato per imparare il linguaggio dei segni. Non dimentichiamoci che parliamo degli anni ’60, un periodo in cui la sordità era vissuta come un grave handicap e dove la LIS, il linguaggio dei segni, era vietato nelle scuole.

A raccontare la storia è la voce di Anna, la figura centrale del romanzo la quale, con il suo amore profondo, riesce a comprendere l’anima fragile e sensibile del piccolo Leo e ad instaurare un filo comunicativo con il fratello.

Tuo fratello imparerà a parlare con il corpo e la sua anima avrà una voce speciale. Avrà bisogno di tempo, ma noi saremo lì con lui e impareremo ad ascoltarla.

Questo forte legame con il fratello non si romperà neanche dopo la scomparsa di Leo tanto che Anna, durante l’università, inizia a seguire un corso per imparare la LIS per poi lavorare come affiancamento nelle scuole per sostenere e aiutare bambini affetti da sordità.

La trama del libro è ben equilibrata e con l’arrivo dello strano personaggio di Michele che, esattamente 19 anni dopo la scomparsa di Leo fa delle rivelazioni sostanziali per ipotizzare nuovi scenari sul destino del bambino, ecco che La forma del silenzio innesca ritmi da romanzo giallo legando il lettore inesorabilmente alle sue pagine.

 

 

I capitoli del romanzo sono intervallati dal cambio di voce narrante, passando da Anna a Michele, offrendo così al lettore la piacevole occasione di scoprire anche un altro intrigante punto di vista.

La forma del silenzio è una lettura che indaga sulle solitudini, sulle fragilità dell’animo umano e sui legami indissolubili che legano i fratelli tra loro anche quando si resta lontani decenni, anche quando non ci sono parole da ascoltare e pensieri da pronunciare. Una lettura delicata con un finale a sorpresa.

 

 

Sinossi

Leo ha sei anni. È nato sordo, ma la sua infanzia scorre serenamente. Con la sua famiglia, Leo parla la Lingua dei Segni, e quella degli affetti, che assumono forme inesplorate nei movimenti delle mani dei genitori e della sorella Anna. Ma è giunto il tempo della scuola e Leo viene mandato lontano da casa, a Milano, in un istituto che accoglie bambini come lui. Siamo ai tempi in cui nelle scuole è vietato usare la Lingua dei Segni. All’improvviso per Leo la vita diventa incomprensibile, dentro un silenzio ancora più grande di quello che ha vissuto fino a quel momento. Poi, in una notte d’inverno del 1964, Leo scompare. A nulla servono le ricerche della polizia: di Leo non si ha più notizia. Diciannove anni dopo, nello studio della sorella Anna, si presenta Michele, un compagno di Leo ai tempi della scuola. E inizia a raccontare la sua storia, partendo da quella notte d’inverno.




Inaugurazione della kermesse TorrEdintorni

Curata dall’associazione Fag con il patrocinio del Comune di Pomezia

 

Sabato 5 marzo presso la Torre Civica di Pomezia si inaugura la mostra TorrEdintorni una kermesse curata da Monica Bisin, presidente dell’associazione di promozione social Foto Art Group – Fag, con il patrocinio del Comune di Pomezia.

Sul pagina del sito dell’associazione si legge che Fag è « è un’associazione di promozione sociale, che utilizza l’arte…in particolar modo la fotografia, come strumento di sensibilizzazione verso tematiche di interesse sociale allo scopo di aiutare la crescita dell’individuo e della collettività.»

 

 

La kermesse raccoglie:

· La collettiva fotografica Dentro, un percorso di scoperta, uno sguardo insolito e originale per capire l’essenza dell’atto creativo: la genesi dell’opera, analizzando la sua componente psicologica con i seguenti autori: Agata Mancini, Elisabetta Nottola, Lolita Mariani, Grazia Randone, Annamaria Giordo, Stefano Montinaro, Max Callari, Giorgio Busignani, Liliana Tomarchio, Ornella Latrofa, Ida Di Pasquale, Stefania Pascucci, Salvatore Montemagno, Monica Zorzi, Maria Grazia Margiotta, Cristina Suruciuc, Massimo Marcotulli, Diego Salvador, Flavia Carbonetti.

Lettura psicologica: Dott.Dario Sanfratello

Note poetiche: Daniela Bisin

 

 

· La mostra fotografica personale di Maria Serra con Carne di pietra. Carne di pietra sono corpi che seducono lo sguardo con uno straordinario equilibrio di forme e proporzioni. Carne di pietra è fisicità prepotente che arriva a sciogliere ogni rigore dello sguardo. Corpi come modello di naturalezza e libertà che non conosce stigmi di morbosità o oscenità.

· La mini esposizione della pittrice Erika Capobianco “Stati d’animo

· Infine ulteriori attività come laboratori per le scuole e progetti per gli anziani.

 

 

La kermesse TorreEdintorni sarà aperta dal 5 marzo fino al 13 marzo.
Ingresso libero con super green pass

https://www.artivisivefag.it




Vincoli. Alle origini di Holt di Kent Haruf

Vincoli è il primo romanzo dello scrittore americano Kent Haruf pubblicato nel 1984 e arrivato in Italia nel 2018 grazie alla casa editrice NNEditore che ha curato e pubblicato tutte le opere di Karuf con la traduzione attenta di Fabio Cremonesi.

È molto probabile che la conoscenza di Kent Haruf al pubblico sia legata al primo volume della Trilogia della Pianura, Canto della pianura. Un grande successo americano che lo portò, per fortuna, ad abbandonare finalmente il lavoro di insegnante per dedicarsi solo alla scrittura regalandoci opere di intenso valore sulla vita della provincia americana.

Personalmente ho scelto di lasciare intonso Vincoli nella mia libreria consapevole di come, se lo avessi letto, non avrei avuto nient’altro da leggere di Haruf. Rinunciare e rinviare per un po’ al piacere di immergermi nella lettura di Vincoli mi ha regalato il piacere immenso di scoprire per la prima volta la piccola cittadina fittizia di Holt, nelle pianure del Colorado, e riconoscere luoghi e paesaggi protagonisti di tutti degli altri lavori.

Perché una caratteristica dei libri di Haruf è proprio l’ambientazione: si svolgono tutti a Holt, la piccola e semplice cittadina entrata nel cuore e nell’immaginario degli amanti di Haruf.

 

 

Vincoli narra la storia di un legame forte, di quelli che segnano la vita di un uomo sebbene non ci sia alcuna parentela tra l’anziana Edith Goodnough, che giace inerme in un letto di ospedale, e la voce narrante del vicino di casa, Sanders Roscoe.

Vincoli potrebbe rientrare nel genere noir anche se, andando avanti nella storia, si delineano di più i contorni di una saga familiare che parte dai genitori di Edith e di suo fratello Lyman agli inizi del XX secolo.

Vincoli ha il ritmo di una vicenda che raccoglie stralci del passato per comprendere il presente dove la vita abitudinaria contadina si alterna solo alle cadenze delle stagioni e alla brutale, violenta e cupa figura del padre Roy e per i due fratelli quella casa diventa il luogo dal quale è impossibile fuggire.

“Così, quando dico che erano intrappolati, non intendo un pochino intrappolati. Non come se avessero messo un piede nel fango o per uscirne bastasse fare uno sforzo, e una volta fuori, l’unica perdita cose quella di un bel paio di scarpe nuove nel fango. No, intendo totalmente intrappolati.”

Il personaggio di Edith è di una bellezza struggente. Costretta a provare sulla propria pelle le devastanti ripercussioni di legami familiari malati e disfunzionali. Edith incarna la rassegnazione di una donna sola. “Non era sola per un pomeriggio o per un mese, lo era un anno dopo l’altro, costantemente, e non aveva alcun motivo di credere che le cose sarebbero mai cambiate di una virgola.”

La sua vita è rinuncia, rassegnazione e dedizione ed è impossibile per il lettore non amare con slancio la figura integra, buona e generosa di Edith e in certi momenti si vorrebbe allungare la mano per strapparla via e portarla in altri lidi, verso un futuro diverso per poterle regalare momenti sereni e felici.

Ti faceva venire voglia di averla accanto a te in macchina su una strada di campagna, di stringerla, abbracciarla, baciarla, sentire l’odore dei suoi capelli, parlarle, dirle tutte quelle cose che non avevi mai detto a nessuno, tutte quelle cose che stanno oltre le battute e gli aspetti superficiali che gli altri vedono di te, cose che tu stesso non sapevi con certezza di provare o pensare finché non ti sei ritrovato a dirgliele mentre la abbracciavi al buio, nella macchina ferma, perché chissà come era giusto che lei le sapesse e in quel modo sarebbero diventate vere.”

Vincoli è una storia d’amore e di amicizia, di dolore e di profondo senso del dovere. È una storia di legami che uniscono e allontanano, che costruiscono e distruggono.

Vincoli è un piccolo capolavoro che lascia presagire la potenza della scrittura semplice e diretta di Kent Haruf che si ritroverà ancora più raffinata e matura nelle opere successive.

 

 

SINOSSI

È la primavera del 1977 a Holt, Colorado. Edith Goodnough giace in un letto d’ospedale, e un poliziotto sorveglia la sua stanza. Pochi mesi prima, un incendio ha distrutto la casa dove Edith abitava con il fratello Lyman. Un giorno, un cronista arriva in città a indagare sull’incidente e si rivolge a Sanders Roscoe, il vicino di casa, che non accetta di parlare per proteggere Edith. Ma è proprio la voce di Sanders a raccontarci di lei e del fratello, di una storia che inizia nel 1906, quando Roy e Ada Goodnough sono arrivati a Holt in cerca di terra e di fortuna.
La storia di Edith si lega a quella del padre di Sanders, John Roscoe, che ha condiviso con loro la dura vita nei campi, in quella infinita distesa di polvere che era la campagna del Colorado.
La Holt delle origini è l’America rurale, dove vige un codice di comportamento indiscutibile, legato alla terra e alla famiglia, e dove la felicità si sacrifica in nome del dovere e del rispetto. Nel suo romanzo d’esordio Kent Haruf racconta i suoi personaggi senza giudicarli, con la profonda fiducia nella dignità dello spirito umano che ha reso inconfondibile la sua voce letteraria.




L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile di Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux di Sara Durantini

Edito da 13Lab Editore nel 2021

 

Il breve saggio di Sara Durantini, L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile di Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux, edito da 13Lab Editore nel 2021, è un inno d’amore a tre grandi donne e scrittrici del novecento francese.

Una finestra sulla grande letteratura che fa luce sulla forza dirompente e universale di tre figure femminili che, ciascuna con il proprio stile, hanno segnato con determinazione il cammino della rappresentazione narrativa femminile.

“La lingua inaugurata segna uno spartiacque tra ciò che è stato prima del loro ingresso in società e ciò che è avvenuto (e avverrà) dopo: è una lingua che parla alle donne e delle donne, spiega e converte in parole il sentire femminile, si nutre di spazi e tempi propri. Una lingua libera.”

Sara Durantini divide il suo lavoro in tre macro sezioni approfondendo l’analisi per ciascuna scrittrice, lasciando sempre aperta la mente alle contaminazioni che ciascuna di esse ha avuto da un’energia cosmica che le ha spinte ad aprirsi all’autobiografia come voce intima e ancestrale dell’animo femminile.

Ho impiegato un bel po’ di tempo a leggere questo saggio perché è un continuo stimolo e non ho resistito al desiderio di tornare a sfogliare e rileggere alcuni libri di ciascuna scrittrice. Subito dopo aver terminato la prima sezione dedicata a Colette ho trovato nella mia libreria Hotel Bella Vista e altri racconti; con Marguerite Duras ho rispolverato L’amante e per Annie Ernaux mi aspettava L’altra figlia.

 

 

Che splendida avventura leggere l’analisi di Sara Durantini e subito dopo immergersi nella lettura di un lavoro della scrittrice in esame! È stato come se le pagine si fossero arricchite di sfumature nuove, come se l’animo di ciascuna scrittrice fosse stato messo in risalto e delicatamente sottolineato dai richiami di Durantini.

Ritengo sia fondamentale in ogni lettura che ci si accinge a fare, comprendere e immergersi nel periodo storico, culturale e sociale durante il quale lo scrittore ha messo mano al suo lavoro. E il lavoro certosino di Sara Durantini permette di sviscerare l’elaborazione personale di ciascuna di loro, i percorsi attraverso i quali sono riuscite a esternare con la scrittura, tormenti personali e interiori con tale eccellente bravura al punto da renderli trasposizione universale del sentire femminile.

Argomenti come il difficile rapporto con la figura materna, la sessualità e l’incesto, l’aborto e l’emancipazione femminile erano temi tabù per il periodo storico durante il quale sono vissute eppure tutte e tre, quasi passandosi il testimone, sono riuscite a innescare una escalation liberatoria della scrittura. Partendo da Colette, nata nel 1873 per arrivare a Duras nata nel 1914 e infine a Ernaux nata nel 1940.

La grande capacità di Colette, Duras e di Ernaux di interpretare l’energia femminile attraverso il coraggio di una scrittura autobiografica ci regala opere di una grandezza sopraffina a testimonianza di quanta inarrestabile forza interiore si sia celata dietro il millenario silenzio di ciascuna donna che ci abbia preceduto. Autrici che sono riuscite a seguire quella forza motrice interiore che le ha spinte a trasmigrare le proprie intime emozioni nella scrittura riuscendo a liberare loro stesse e ad interpretare la voce di tutte le donne.

Come specifica Duras in un’intervista rilasciata a Bernard Pivot, è una scrittura corrente che «corre, che ha fretta di afferrare le cose più che dirle […] è una scrittura che è come se corresse sulla crosta, per andare veloce, per non perdere

Scrittura individuale che si trasforma in universale perché i lavori di Colette, Duras e Enaux toccano le corde più intime di ogni donna riuscendo a tradurre i tormenti, le pene, le introspezioni interiori di intere generazioni passate e, oserei dire, future.

“Che il mio corpo, le mie sensazioni, e i miei pensieri diventino scrittura” dichiara Ernaux mentre la scrittura di Colette, secondo Durantini,  assurge “a depositaria della memoria, talismano per superare gli anni”

L’evento della scrittura è un saggio meticoloso e delicato e, soprattutto, un grande omaggio d’amore verso la potenza della scrittura femminile di tre donne che, con la propria vita e il proprio stile, hanno dato voce a chi voce non ne ha.




Tomato Red di Daniel Woodrell

La vita gioca duro quando sei nato dall’altra parte della ferrovia e vivi sull’altopiano degli Ozarks, nel Missouri, nella cittadina di West Table. Un’ambientazione che non regala nulla e, fin dalle prime pagine, segna con fermezza i limiti entro i quali si muovono i protagonisti di Tomato Red di Daniel Woodrell edito da NNEditore

Nascere in una baracca nella zona più degradata della città; vivere a ridosso delle rotaie con il passaggio del treno che ne scandisce il tempo; condividere il quotidiano con chi non ha altra compagnia se non quella dell’alcool e delle droghe; elementi che non permetteno di immaginare nessun altro futuro se non quello che un destino beffardo ha già disegnato per loro.

“Il nostro futuro a West Table è stato deciso e stabilito lo stesso giorno in cui siamo nati […] Perciò un qualsiasi altro posto andrà benissimo”

L’io narrante di Tomato Red è il giovane Sammy Barlach che, dopo una giornata a drogarsi con altri ragazzi, si introduce in un’abitazione ricca per rubare ma i compagni lo abbandonano e finisce per addormentarsi su una poltrona. Sarà svegliato da Jamalee, la ragazza dai capelli rossi, la Tomato Red del titolo, e il fratello Jason. I fratelli Merridew si sono intrufolati nella stessa casa ma non con l’intento di rubare bensì con l’idea di fingersi ricchi e abituarsi a vivere nel lusso e nel benessere. Usciranno insieme da quella casa per dare l’avvio ad una convivenza sconclusionata, claudicante e assurda ma che rappresenta, ciascuno per una caratteristica diversa, quanto di più vicino ad una famiglia i tre possano mai ambire.

Tomato Red potrebbe essere un noir, un giallo o un punto di partenza per un hard boiled come suggerisce la nota del traduttore Guido Calza. In qualsiasi genere lo si voglia inserire nella sua trama è inserita la morte di un personaggio solo che l’evento non è di per sé il fulcro del romanzo  stesso quanto un ulteriore elemento scontato di una vita di inevitabili e ineluttabili sconfitte.
Non è più rilevante risolvere quella morte e scoprire se sia un omicidio, un suicidio, un regolamento di conti o un semplice incidente. Quella morte rappresenta un altro elemento nefasto da aggiungere ad una vita che null’altro può offrire se non quell’appiccicoso degrado e quell’accanita povertà che pervade ogni cosa.

 

 

Daniel Woodrell è abile con il suo stile asettico, immediato e privo di inutili fronzoli a scaraventa il lettore in una realtà così brutale e spietata da non far filtrare alcuna possibilità di riscatto riuscendo ad offuscarne anche il semplice pensiero di un eventuale futuro alternativo. Tutto risulta fermo, immobile, ovvio, scontato e ogni avvenimento non sorprende ma appare come una naturale conseguenza.

Magistrale la sua capacità di trasformare gli oggetti inanimati in elementi integrali e funzionali alla drammaticità della realtà che vivono i protagonisti. Woodrell anima gli oggetti come per addensare ancora di più quelle grate entro le quali i personaggi sono relegati, imprigionati

“La parte peggiore di luglio era piombata sulla città in anticipo, nell’ultima settimana di maggio, e rovinava piani ovunque andasse”

“Avevo parcheggiato di fronte alla chiesa. Era una struttura acuminata, di un bianco lucente, e sembrava pronta a strapazzarmi con prediche, rimproveri e spaventosi passi della Bibbia se solo avessi camminato su quel marciapiede”

“Il caldo aveva reso gli alberi lungo le strade tronfi e avari della propria ombra. Per giunta avevano fatto un accordo con il vento perché non soffiasse, così il valore di quell’ombra era salito alle stelle”

Il mese di luglio, un marciapiede, l’ombra degli alberi. Elementi di contorno ai protagonisti che sembrano delimitarne ancora di più il futuro, posizionati come paletti dei confini entro i quali muoversi, per immobilizzarli al loro posto senza soluzione di continuità.

“Sammy, a te non piacerebbe combinare qualcosa? In futuro? Contare qualcosa?” […] Nah. Io penso solo che tirerò avanti, accumulerò giorni, capisci, fino a quando farò una cazzata così grossa che il futuro verrà disdetto. O magari deciso da qualcun altro al mio posto. Ci sono buone probabilità anche per quello.”

Tomato Red rappresenta un’eccellente presentazione di come la casualità della nascita di un individuo possa determinarne inequivocabilmente il destino. Sintetizza in poco meno di 200 pagine, con scene indelebili quasi fossero fermi immagini, i turbamenti, i timori, i sogni e i turbamenti di qualsiasi generazione che guardi al futuro quando ogni cosa attorno non faccia altro che additarli come falliti, inconcludenti e perdenti.

Tomato Red appare come un manifesto di sconfitta per la cecità della società stessa, malata per il suo sistema automatico di infliggere e condannare senza indugio, incanalando il destino degli esseri umani.
Il romanzo è un grido di dolore che mette in luce l’intima desolazione e disarmante impotenza di chi, semplicemente, vive dall’altra parte della ferrovia.