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Mobilità sostenibile: una necessaria rivoluzione (anche) culturale

Qualche giorno fa è stato presentato dall’Amministrazione comunale pometina il nuovo servizio di sharing dei monopattini elettrici, offerto dall’azienda Link, facendo partire di fatto quella rivoluzione della mobilità sostenibile dell’ultimo miglio che un po’ in tutte le Città italiane ed europee è presente già da qualche tempo.

Al netto delle polemiche, direi quasi fisiologiche laddove ci si scontra con un fenomeno nuovo che va ad impattare sul quotidiano delle persone, è bene capire che la rivoluzione degli spostamenti sostenibili, in particolare quelli dell’ultimo miglio, è già partita all’estero e nei confini nostrani come parte di una più grande rivoluzione culturale che spinge all’intermodalità tra i vari mezzi (trasporto pubblico, trasporto privato, sharing di auto, bici e monopattini) e al contenimento dell’utilizzo delle automobili private alle reali necessità.

Non reggono più le solite (vecchie) contestazioni che ci ricordano che le nostre Città non sono come Amsterdam (che stava molto peggio di noi qualche decennio fa) o che ci vogliono convincere dell’assoluto primato dell’automobile privata (guardate le vittime provocate dalle auto o i dati sull’inquinamento, solo per fare un esempio).

Nemmeno regge la storia della pericolosità di questi nuovi mezzi, laddove è la responsabilità e il comportamento individuale e l’adesione alle normative (codice della strada) ciò che fa realmente la differenza (a prescindere dal veicolo utilizzato).

E’ stato tra le altre cose proprio il lockdown e questa terribile pandemia, contro la quale ancora oggi lottiamo, a farci comprendere (l’abbiamo davvero capito?) quanto sia importante un ambiente sano in cui vivere e una città a misura di persona e di pedone.

Basterebbe solo guardare quello che sta accadendo a Parigi, dove si sta studiando come riprogettare la città e renderla “a 15 minuti”, cioè come far sì che tutti i servizi siano a disposizione dei cittadini ad una distanza massima di 15 minuti in bicicletta o a piedi.

Ovviamente non si tratta di costringere le persone a stare nel proprio quartiere, ma di creare una organizzazione urbana più efficiente e più giusta, ridisegnando il contesto urbano e ripensando lo spazio pubblico con una visione più orientata alla mobilità dolce e sostenibile: in poche parole, mettendo finalmente al centro la persona e non più l’automobile.

Ma Parigi sta facendo molto di più, in questa che possiamo chiamare “svolta green-sostenibile”: entro la fine del prossimo mese di agosto, nelle strade della Capitale francese sarà esteso il limite dei 30 km/h, con le eccezioni della tangenziale e di alcuni boulevard, seguendo l’esempio di Bruxelles e di altre Città spagnole, dove da tempo si è abbassato il limite di velocità cittadina.

Già oggi oltre il 60% delle strade parigine hanno il limite dei 30 km orari e molte di queste si sono trasformate, diventando ad esempio a senso unico per dare maggior spazio a pedoni e biciclette.

Scelte sbagliate?

Assolutamente no, se si pensa che uno studio condotto a Madrid ha verificato una velocità media di 16,1 km/h nelle zone 30 e di 16,2 km/h nelle zone 50 e che si è notato che nelle Città con il limite a 30 km/h è diminuito il numero delle vittime e degli incidenti, c’è meno rumore, meno inquinamento, la qualità della vita è migliorata ed è diminuita la spesa pubblica e sociale dovuta agli incidenti stradali.

Scelte impopolari?

Forse, ma solo se la visione politica è quella di un miope.

Diverso il discorso se consideriamo l’attività di amministrazione di una Città come una programmazione a medio-lungo termine con una visione a 10 o più anni.




Perché Ranucci ha torto quando parla di ciclabili e commercio

Quando ho letto in questi giorni il post dell’ottimo giornalista di Report, Sigfrido Ranucci, su una pista ciclabile della nostra Città che addirittura minerebbe la stessa esistenza di un noto esercizio commerciale, devo dire che ho strabuzzato gli occhi.

L’ho riletto una seconda e una terza volta e ora ho deciso di rispondergli.

Inizio da ciò che è evidentemente e oggettivamente sbagliato, immagino perché la situazione gli è stata raccontata male o lo stesso Ranucci ha capito male: la strada dove insiste questo negozio non è stata chiusa, come si legge sul suo post, ma resa a senso unico, come voluto dagli stessi commercianti, e arricchita da una ciclabile.

Questa via non solo è stata riorganizzata e messa in sicurezza, ma oggi è transitabile dalle auto, dalle bici e dai pedoni, nella convinzione che la strada è una risorsa pubblica limitata che non può essere più pensata, alle soglie del 2021, solo per le quattro ruote.

Solo fino a qualche mese fa la stessa, proprio in corrispondenza dello stesso negozio, tra l’altro servito nelle immediate vicinanze da molti parcheggi non a pagamento, era preda della doppia e tripla fila, in spregio a qualsiasi regola del vivere civile e del codice della strada.

Il post di Ranucci parla addirittura di “mancanza di visione della classe politica”: forse era meglio la visione di prima, quella di tutti con la macchina e la parcheggio dove e come mi pare? oppure la visione della ciclabile come di un vezzo di qualcuno a danno di altri?

A Ranucci, ma anche a tutte le testate locali che stanno rimbalzando il suo post in queste ore, propongo alcuni spunti di riflessione:

    • Pomezia, come Roma, non è come i Paesi Bassi, ma nessuno ricorda che ad esempio la città di Amsterdam, fino agli anni Settanta, aveva gli stessi problemi nostri, se non peggiori, in quanto a congestione stradale e inquinamento atmosferico. Poi, sfruttando un evento negativo, le crisi petrolifere degli anni ’70, decise di diventare autonoma dal punto di vista energetico e, pian piano, divenne la Città della mobilità sostenibile che oggi è conosciuta in tutta il mondo;
    • L’emergenza Coronavirus può diventare, così come per i Paesi Bassi lo furono le crisi petrolifere, l’elemento di rottura necessario alle nostra Città e all’Italia per accelerare su una serie di riforme della mobilità, anche al fine di concepire (finalmente) la bicicletta come mezzo di trasporto complementare agli altri;
    • Laddove esiste un sistema di mobilità sostenibile ci sono anche automobilisti “più felici”, perché più persone usano la bicicletta per gli spostamenti brevi, meno traffico ci sarà e più “comoda” e sicura sarà la vita di quelli che le quattro ruote devono per forza utilizzarle;
    • Esiste un documento molto interessante, presentato qualche mese fa dalla società neerlandese Decisio e frutto di un’iniziativa congiunta dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi e dell’Osservatorio della Bikeconomy in Italia, che si chiama “CoVivere: la mobilità urbana oltre il Covid-19”. Questo studio ha l’intento di promuovere forme di mobilità alternative a quelle cui eravamo abituati prima del Covid, andando a risolvere gli annosi problemi di traffico e inquinamento. Un documento agile, molto intuitivo, utile non solo a tecnici e amministratori ma anche ai semplici cittadini per avere una panoramica completa di ciò che è accaduto negli anni nei Paesi bassi, cercando di riproporre nel nostro Paese le migliori soluzioni adottate all’estero, evitando così errori grossolani e velocizzando le tempistiche di adeguamento delle nostre città (https://www.bikeitalia.it/…/CoVivere_Finale-compressed.pdf);
    • Parlare di mobilità sostenibile e di ciclabili significa affrontare una sfida culturale e lunga che, come tale, deve essere accompagnata da adeguata informazione e comunicazione (non esattamente da post come quello di Ranucci);
    • Il compito degli amministratori locali è anche quello di seguire dei buoni maestri per affrontare temi e scelte ormai non più rinviabili;
    • Le piste ciclabili non si possono fare (ce lo dovrebbe suggerire almeno il buon senso) tutte insieme, ma attraverso una precisa programmazione e un’attenta analisi del territorio si progettano per step, rammagliando pezzo per pezzo i tratti che vengono realizzati. Quindi, non esistono ciclabili che collegano il “nulla con il nulla”;
    • La bicicletta, dati alla mano, è il mezzo più efficiente per gli spostamenti urbani, fino a 10km;
    • Un’automobile sposta in media 1 o 2 persone, pesa una tonnellata e mezza, disperde oltre il 70% della energia utilizzata in calore, occupa circa 10mq di suolo pubblico, nelle ore di punta ha una velocità media inferiore ai 10 km/h, comparabile con quella di una camminata veloce;
    • La bicicletta è un veicolo (art. 47 Codice della Strada) e al pari degli altri veicoli ha diritto ad avere una quota dello spazio pubblico sulla strada. Non è scritto da nessuna parte che le auto debbano occupare la quasi totalità del suolo pubblico;
    • Spesso, realizzando le ciclabili, si sottrae alle auto “solo” quello spazio eccessivo o illegale di cui nel tempo si sono appropriate (doppia fila, sosta irregolare e così via).

Com’è possibile, quindi, che l’esercizio commerciale d’eccellenza di cui si parla nel post di Ranucci chiuda per una pista ciclabile?

Possibile che fare 30 mt a piedi, parcheggiando l’auto finalmente in modo civile, piuttosto che dentro al negozio, costituisca un ostacolo insormontabile per chi davvero ha voglia di servirsi di questa bottega e dei suoi buonissimi prodotti?

Spostarsi in bicicletta, tra i tanti vantaggi, migliora le condizioni fisiche e psicologiche di chi lo fa, elimina lo stress, l’aggressività tipica dei veicoli a motore, e quindi riduce i costi sanitari.

E ancora: migliora la qualità dell’aria, fa risparmiare soldi, aiuta le persone a “vivere” finalmente i propri spazi e la propria città.

Caro Sigfrido Ranucci, l’aspettiamo per una salutare pedalata nella nostra bella Città: le faremo vedere che nessuna strada è stata chiusa e soprattutto avremo modo di fermarci, lungo il tragitto, senza creare il tipico “caos automobilistico”, nelle tante botteghe ed esercizi commerciali esistenti.




Squadre da record dalla Serie A alla Terza categoria: nel 2019 l’Indomita Pomezia è quarta in classifica!

Il 2020 è iniziato da qualche giorno ed è il momento , questo, delle statistiche, dei numeri e delle considerazioni su quanto accaduto nell’anno appena concluso.

Oggi ci occupiamo di sport, in particolar modo del calcio e prendiamo in considerazione le squadre che hanno totalizzato più punti nel 2019 tra i professionisti e i dilettanti di tutta Italia.

Per questa stagione con 97 punti è l’Aquila (Promozione Abruzzo) la squadra che ha totalizzato più punti nell’anno solare 2019.

Ma al quarto posto, addirittura prima della Juventus che si piazza in decima posizione, troviamo l’Indomita Pomezia di mister Aiello con 81 punti e una media di 2,38 punti a partita, frutto di 25 vittorie, 6 pareggi e solamente 3 sconfitte.

Per questo motivo Pomezianews ha incontrato proprio mister Leonardo Aiello.

Mister Aiello, la sua squadra risulta essere la quarta in Italia, in tutte le categorie, per punti conquistati nell’anno 2019. Un grande risultato, qual è il segreto di questo successo?

Innanzitutto per noi è davvero un grandissimo successo: essere arrivati quarti su migliaia di società italiane rappresenta un risultato prestigioso e un motivo d’orgoglio. Credo che il segreto sia l’unione e il mix di una serie di componenti, quali il gruppo di giocatori, lo ftaff e soprattutto la società che ci ha permesso di lavorare sempre con tranquillità, trasmettendo a tutto l’ambiente fiducia e mettendo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno

Che momento vive la sua squadra oggi?

Questa stagione è iniziata nel migliore dei modi e stiamo ottenendo ottimi risultati: siamo una neo promossa e stiamo andando oltre le aspettative iniziali. Sapevo che potevamo ben figurare e questo perché siamo un gruppo collaudato e che ha integrato dei buonissimi elementi Under a completamento della rosa

C’è qualche partita dell’anno passato che non l’ha soddisfatta e che vorrebbe rigiocare?

Non direi. La stagione scorsa è stata piena di successi e soddisfazioni, per cui, per come sono andate le cose, rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto

Quali sono i suoi propositi e quelli della sua squadra per il 2020?

Per la stagione in corso, considerato che ci troviamo nella parte alta della classifica, il nostro impegno sarà sempre massimo e ce la metteremo tutta a mantenere questa posizione. Dobbiamo continuare a essere compatti e ad avere equilibrio e costanza caratteriali: solo lavorando in questo modo, riusciremo a migliorare. Poi, come sempre dico, occorre ragionare giornata dopo giornata

Buon 2020 a mister Aiello e alla sua Indomita Pomezia!




La Pubblica Amministrazione è sempre più social

Può considerarsi ormai un dato certo: i social media sono ormai il mezzo di comunicazione più utilizzato dalle Pubbliche Amministrazioni per informare i cittadini.

E questo per uno scenario di contesto davvero chiaro.

Secondo il report annuale di We Are Social, 35 milioni di italiani hanno almeno un profilo social attivo, 31 milioni da dispositivi mobili, e l’utilizzo quotidiano di piattaforme come Facebook o Instagram sarebbe di quasi due ore a persona al giorno.

Anche sul piano globale continua ininterrotta la crescita della popolazione connessa: sono infatti 4,39 miliardi le persone registrate ad oggi, più del doppio dei 2,08 miliardi di appena 7 anni fa, un dato per certi versi incredibile per i 30 anni di età del web.

Questi numeri ovviamente hanno avuto una grande eco anche nel mondo delle PP.AA. che, specie negli ultimi anni, hanno investito tempo e denaro per diventare sempre più “social” e, quindi, andare al passo dei tempi e venire incontro alle modalità di comunicazione più utilizzate dai loro utenti, cioè i cittadini.

Molte volte, proprio sulle pagine di Pomezianews, ho scritto del fenomeno dei social e soprattutto del loro utilizzo, in modo negativo: un terreno dove ci si polarizza, ci si schiera a prescindere e quasi si tifa.

In quest’altra tipologia di utilizzo, però, i social possono rappresentare e, nella maggior parte dei casi lo fanno bene, una novità positiva e un modo anche di andare oltre l’eccessivo formalismo, il burocratese e l’autoreferenzialità che talvolta caratterizzano la comunicazione pubblica.

C’è altresì da ricordare che al momento non esiste una legge sulla Comunicazione Istituzionale, riferita all’universo social: c’è la 150/2000 (“Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni”), ma in quel tempo di Facebook, Twitter, Instagram e altre piattaforme nemmeno l’ombra.

Tuttavia se tale norma viene letta con la dovuta attenzione si possono trovare spunti utili su come gestire i social network nella Comunicazione Istituzionale, al di là di quello che poi è il contesto in cui si opera, analogico o digitale/virtuale che sia.

Negli articoli della L. 150/2000 si può infatti leggere che gli Uffici Relazione con il Pubblico (URP) hanno il compito di:

  • agevolare l’utilizzazione dei servizi offerti ai cittadini, anche attraverso l’illustrazione delle disposizioni normative e amministrative, e l’informazione sulle strutture e sui compiti delle amministrazioni medesime;
  • promuovere l’adozione di sistemi di interconnessione telematica e coordinare le reti civiche;
  • garantire la reciproca informazione fra l’ufficio per le relazioni con il pubblico e le altre strutture operanti nell’amministrazione, nonché fra gli uffici per le relazioni con il pubblico delle varie amministrazioni.

In attesa di un aggiornamento della L.150/2000, la sempre maggiore influenza dei canali social in tutti i settori della vita pubblica e la necessità di valorizzare le professionalità della comunicazione digitale hanno mobilitato nel 2015 comunicatori, uffici stampa e Social media manager del Governo per dare nuovo impulso all’intero settore.

Nasce così “PAsocial“, la prima associazione italiana dedicata allo sviluppo della nuova comunicazione, quella portata avanti appunto attraverso social network, chat e tutti gli strumenti innovativi messi a disposizione dal web.

Un’associazione nata dall’esperienza del gruppo di lavoro #PASocial, con l’obiettivo di rendere la comunicazione pubblica delle istituzioni centrali sempre più efficace e a portata di cittadino, proseguendo e rafforzando il percorso di crescita di una rete nazionale della nuova comunicazione, riconoscendo e dando forza al grande fermento ed entusiasmo che gira attorno al mondo della comunicazione, proprio grazie ai nuovi strumenti web e social.

Il tutto in un contesto che si prefigge il primario obiettivo di promozione di democrazia, trasparenza e inclusività.

C’è comunque da evitare o minimizzare un rischio presente, che è quello dell’improvvisazione sui social network.

A tale scopo lo strumento più utile è la Social Media Policy, un documento strategico attraverso il quale la P.A. individua cosa pubblicare, come pubblicare, come rispondere alle richieste dei cittadini e come gestire situazioni difficili.

Nella redazione del piano editoriale, il Social media manager pubblico deve quindi pensare a cosa pubblicare per i cittadini: presentare un servizio, illustrare la partecipazione a bandi, fornire informazioni di pubblica utilità.

Successivamente occorre capire quale formato e quale linguaggio bisogna utilizzare, tenendo presente che i contenuti proposti debbono poter essere vissuti con la massima naturalezza e, quindi, evitando i “copia e incolla” di comunicati stampa e prediligendo foto, info-grafiche e video, il tutto con un linguaggio semplice e sburocratizzato.

E poi c’è sempre da tener presente che social vuol dire interazione con i cittadini: affrontare quindi messaggi e commenti dotandosi di un flusso di lavoro interno organizzato, che non lasci il responsabile dei canali social nella solitudine ma che gli permetta di distribuire le varie richieste dei cittadini agli uffici competenti.

Infine, la questione della gestione delle cosiddette situazioni difficili, dei commenti ostili per capirci: una Social Media Policy ben strutturata dovrebbe gestire nel dettaglio le regole di relazione fra canali e persone, stabilendo gli oggetti delle conversazioni e i temi da considerare off topic.

L’ottimo sarebbe arrivare ad elencare i casi in cui i commenti debbono essere rimossi e quelli in cui il “ban” degli utenti più indisciplinati e recidivi è da considerarsi opportuno: in questo modo la Social Media Policy diventa a tutti gli effetti un codice di comportamento e uno strumento operativo di tutela verso l’esterno e verso l’interno.




Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: anche Pomezia dice NO

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il Comune di Pomezia proporrà, in collaborazione con le scuole superiori e le associazioni del territorio, una giornata in ricordo delle donne vittime di femminicidio.

Si partirà alle ore 10, presso il parco delle Rimembranze (ex giardini Pucci di via Varrone), con l’inaugurazione della targa in ricordo delle vittime di femminicidio e di una panchina rossa, simbolo del contrasto alla violenza di genere.

Alle ore 10.30, in piazza Indipendenza, avrà luogo invece un flash-mob degli studenti e a seguire due momenti più didattici: alle 11 un incontro promosso dall’Associazione Chiara e Francesco presso l’Hotel Selene e alle 17 un convegno in Aula consiliare organizzato dall’Associazione Sportello Donne di Pomezia.

Facciamo un po’ di storia di questa Giornata.

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita per la prima volta il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stata concepita come se si trattasse di una violazione dei diritti umani, come conseguenza della discriminazione contro le donne, dal punto di vista legale e pratico, e delle persistenti disuguaglianze tra uomo e donna.

In Italia e nel mondo subisce violenza, mediamente, una donna su tre dai 15 anni in su e il timore della violenza è confermato dal dato secondo il quale il 53% di donne in tutta l’Unione Europea afferma di evitare determinati luoghi o situazioni per paura di essere aggredita.

Ma perché celebrare questa giornata proprio il 25 novembre?

E’ una data scelta non a caso: il 25 novembre del 1960 furono infatti uccise le tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.

I loro corpi, con evidenti segni di tortura, furono ritrovati in fondo a un precipizio: erano state catturate in un’imboscata dagli agenti dei servizi segreti del dittatore Rafael Leònidas Trujillo, che per più di trent’anni ha governato la Repubblica Dominicana.

Un passo in avanti nel riconoscimento della violenza sulle donne come fenomeno sociale da combattere fu fatto con la Dichiarazione di Vienna del 1993: la seconda conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani, definiva i diritti delle donne come un’inalienabile, integrale e indivisibile parte dei diritti umani universali.

In Italia nel 2013 fu emanata la cosiddetta legge sul femminicidio (d.l. 14 agosto 2013, n. 93): un provvedimento che per la prima volta introduceva, ad esempio, il braccialetto elettronico per chi fosse stato allontanato dalla casa familiare; la nuova aggravante della relazione affettiva applicabile al reato di maltrattamenti in famiglia e a tutti i reati di violenza commessi in danno di donne e minor; l’arresto obbligatorio in caso di flagranza per i reati di maltrattamenti in famiglia e stalking e la misura pre-cautelare dell’allontanamento di urgenza dalla casa familiare.

A luglio 2019, con 197 sì, nessun no e 47 astenuti l’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il Codice rosso, il disegno di legge in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere.

La novità principale della misura è l’introduzione di una corsia veloce e preferenziale per le denunce e le indagini, alla stregua di quanto avviene nelle strutture di pronto soccorso per i pazienti più gravi.

Per i reati sessuali, il ddl prevede che “la comunicazione della notizia di reato venga data immediatamente anche in forma orale” e che alla “comunicazione orale deve seguire senza ritardo quella scritta con le indicazioni e la documentazione previste”.

Infine altra particolarità del provvedimento è l’allungamento dei tempi: la vittima ha 12 mesi, non più solo 6 per sporgere denuncia.




Sulla buona strada: a Pomezia, sicurezza stradale in primo piano

Una intera giornata dedicata alla #SicurezzaStradale: è quello che accadrà a Pomezia sabato 16 novembre, a partire dalle ore 10 in piazza Indipendenza.

Nella Settimana mondiale della sicurezza stradale, il comune di Pomezia organizza attività in piazza, incontri con le scuole e un convegno su “Strumenti urbanistici e tecnologie al servizio della sicurezza stradale”.

Molti saranno gli ospiti attesi per il convegno: dal comandante dei Carabinieri di Pomezia, alla Polizia di Stato, dalla Polizia Stradale, al comandante della Polizia Locale, dai referenti del 118 al Presidente di Aci Vallelunga, dal Presidente della Commissione Mobilità di Roma Capitale al Presidente di Roma Servizi per la Mobilità.

Saranno presenti anche numerosi ragazzi delle scuole superiori del territorio, nell’ottica di diffondere messaggi positivi e di crescita culturale a partire dalle nuove generazioni di guidatori.

Sarà l’occasione per fare il punto con i dati ancora preoccupanti degli incidenti stradali, ma anche per capire quali sono gli strumenti urbanistici e le tecnologie al servizio della sicurezza stradale, dando uno sguardo a quello che il vicino comune di Roma sta facendo anche in tema di mobilità sostenibile.

La campagna del Ministero dei Trasporti (Sulla buona strada, 2019), a cui si ispira questa giornata pometina, prende spunto spunto da un claim davvero di impatto: “Un incidente non è un caso, è una scelta”.

Il focus è concentrato su quattro problematiche essenziali in materia di sicurezza stradale: distrazione causata dall’uso del cellulare mentre si è alla guida; eccesso di velocità; scarsa attenzione al pedone; mancato utilizzo delle cinture di sicurezza posteriori.

Anche gli spot realizzati sono di grande impatto, perché hanno l’obiettivo di suscitare un’emozione riflessiva, con situazioni nelle quali lo spettatore può facilmente identificarsi, momenti emotivamente importanti della vita di ognuno, frutto di scelte precise e di azioni volontarie.

I protagonisti degli spot, dopo alcuni momenti di guida, scelgono di fare qualcosa di sbagliato la cui conseguenza diviene drammatica e il cui esito, sebbene non visibile direttamente, sarà chiaramente fatale.

Tutto questo a testimonianza del fatto che guidare è un’attività quotidiana molto importante e rispetto alla quale le nostre scelte possono avere delle conseguenze anche gravi, per noi e per gli altri: per tale motivo, come detto, l’incidente non si può considerare casuale, ma frutto di una nostra scelta.

Troppo spesso diamo scarsa o nulla importanza ad alcune attività che compiamo durante la guida, ad esempio dare un’occhiata al cellulare, oppure sintonizzare la radio, e non ci rendiamo conto che queste distrazioni dal compito principale – la guida – possono determinare conseguenze anche fatali

E’ quindi chiaro che la comunicazione e la pubblicità in questo senso possono svolgere un ruolo fondamentale, ricordando anche che il mancato uso delle cinture di sicurezza, la velocità oltre il limite consentito, lo scarso rispetto del pedone, che è l’utente più vulnerabile della strada, sono spesso causa di incidenti gravissimi.

Ecco perché le campagne di sicurezza stradale dovrebbero essere più frequenti, anche come strumento di prevenzione: l’iniziativa del comune di Pomezia va proprio in questa direzione, con la consapevolezza che per alzare il livello di sicurezza sulle strade ci vuole un cambiamento di tipo culturale, costruito anche attraverso un linguaggio adeguato soprattutto se i destinatari della comunicazione sono i giovani.

Fondamentale è perciò la costituzione di una rete di collaborazioni con istituzioni, enti, associazioni e privati, proprio quello che accadrà sabato 16 novembre in piazza Indipendenza: solamente una sicurezza partecipata e condivisa da tutti gli attori della sicurezza stradale, quindi anche da tutte le persone che circolano con i loro veicoli sulle strade, può consentire il raggiungimento dell’obiettivo della Commissione europea di abbattere la mortalità per incidente stradale.

Rispetto al contesto globale, in Europa la situazione è relativamente positiva: tra il 2001 e il 2010 il numero delle vittime della strada nell’UE è diminuito del 43 % e di un ulteriore 21 % tra il 2010 e il 2018, anno in cui sulle strade dell’UE hanno comunque perso la vita circa 25 mila persone e circa 135 mila sono rimaste gravemente ferite.

Dal punto di vista umano e sociale, si tratta di un prezzo inutile e inaccettabile da pagare per la mobilità, tanto che un recente studio ha stimato che, se si considera solo l’aspetto economico, gli incidenti stradali nell’UE hanno prodotto un costo annuale di circa 280 miliardi di euro, praticamente l’equivalente del 2 % del PIL.

Non ce lo possiamo assolutamente permettere.




Mobilità condivisa: la terza via dei trasporti

Auto private, mezzi pubblici e…sharing.

Ormai la condivisione dei mezzi di trasporto, siano essi macchine, motorini, bicilette e, tra poco, monopattini o mono-ruota, è diventata la terza via della mobilità, soprattutto nelle grandi Città.

Uno degli ultimi trend in tema di trasporti è proprio la diffusione del bike sharing a flusso libero che, un po’ in tutto il mondo, ha modificato le abitudini di mobilità di moltissime persone: infatti, anche chi non ha mai utilizzato la bicicletta per muoversi in città si è avvicinato al mondo delle due ruote, sia per la facilità di utilizzare le bici, sia per la comodità di lasciarle un po’ ovunque, senza l’obbligo del riposizionamento forzato.

Come sempre capita in occasioni di grandi novità, anche a livello culturale, che modificano lo status quo delle cose, i problemi non sono mancati e non mancano: la libertà di lasciare la bici in qualsiasi spazio pubblico ha creato fin da subito alcuni grattacapi legati alla gestione dei marciapiedi, delle piazze e degli attrattori di traffico che, in pochissimo tempo, si sono ritrovati invasi dalle bici.

E’ logico che le Amministrazioni comunali interessate dal fenomeno dovranno lavorare e non poco sia sul fronte della prevenzione di condotte illecite, sia su quello puramente repressivo, ma anche sul versante normativo andrà fatto qualcosa per regolamentare un fenomeno che, comunque lo si voglia ritenere, è inarrestabile.

Interessante sarebbe capire, ad esempio, di quanto cala l’uso delle auto quando hai a disposizione anche una bicicletta.

La società Uber che a Roma ha da poco inaugurato, con l’Amministrazione Raggi, il servizio di sharing denominato “Jump” di biciclette a pedalata assistita, è stata tra le prime a rendere noti alcuni importanti dati.

Dati che, ad oggi, riguardano solamente gli utenti Uber di San Francisco che hanno effettivamente usato bici JUMP tramite la app di Uber, per almeno due volte.

Per questi utenti, gli spostamenti prenotati tramite l’app (Uber + JUMP) sono aumentati del 15%, con gli spostamenti in auto che in media sono calati del 10%, o addirittura del 15% nelle ore di punta: la bici ha quindi sostituito l’auto e anche altri spostamenti che prima non venivano fatti tramite l’app.

Ed è lecito pensare che ci sia una grande domanda di mezzi ancora non soddisfatta, in quanto la disponibilità di bici JUMP è molto limitata: solamente 250 esemplari in tutta San Francisco.

Gli altri dati diffusi riguardano l’orario di uso delle bici: il 69% degli spostamenti in bici avviene durante il giorno, fra le 8 di mattina e le 6 del pomeriggio, come a dire che esiste comunque una preferenza per la bici quando c’è bisogno di arrivare velocemente a destinazione, senza rimanere imbottigliati nel traffico.

E mentre a Roma con il servizio “Jump” si è riscommesso su questo tipo di mobilità, peraltro nemmeno ad un costo tanto economico per gli utilizzatori (20 centesimi al minuto e 5 centesimi per lo sblocco), a Londra già nel 2017 il bike sharing a flusso libero fu oggetto di alcuni “aggiustamenti”, attraverso la dettagliata regolamentazione del settore, per cercare di minimizzare i problemi riscontrati

Tre sono i punti più interessanti che emergono dalla lettura del “Code of Practice” londinese: le aziende del bike sharing a flusso libero devono presentare un piano operativo preciso prima di iniziare la loro attività;
devono essere in grado di gestire i flussi, rimuovendo rapidamente eventuali bici in eccesso; devono condividere con le autorità i dati sugli spostamenti dei ciclisti, in forma anonima.

Tutto ciò partendo da un dato oggettivo: Londra ha sempre voluto che più cittadini si spostassero a piedi o in bici, e il bike sharing a flusso libero è stato ed è uno strumento utile a questo scopo.

Quindi, una volontà politica ben precisa e regole ben definite.

Da noi. alcune città del centro-nord hanno già avviato dei progetti e Roma, dopo la negativa esperienza con O-bike, sta provando nuovamente ad approcciare al servizio con paletti rigidi e ben definiti (ad esempio l’obbligo di garantire la possibilità di geolocalizzare, in tempo reale, i mezzi impiegati attraverso sistemi GPS), riconoscibili già dall’avviso per la manifestazione di interesse per l’individuazione dei soggetti interessati ad attivare il bike sharing a flusso libero, pubblicato a fine agosto scorso (che poi ha portato sulle strade le bici di Uber).

Insomma, dalle nostre parti siamo ancora all’inizio della rivoluzione nella mobilità sostenibile, ma i decisori politici hanno di fronte una sfida fondamentale: gestire il cambiamento e non subirlo.

Come?

Mettendo al centro l’essere umano e tutte le sue esigenze di socialità, movimento fisico, mobilità rapida e efficiente: in questo modo le città che saranno in grado di farlo saranno le più dinamiche, le più connesse, le più vivibili.




4 novembre: festeggiamo, ma non fu un vero successo

Non è un giorno di vacanza per chi lavora, non è uno di quei giorni scritti in rosso sul calendario, ma nel nostro Paese il 4 novembre viene festeggiato per celebrare la Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate.

Ricorrenza sicuramente molto sentita fino a qualche decina di anni fa, ma che oggi è meno nota: quello che, infatti, la maggior parte di noi percepisce della giornata è sicuramente lo spettacolare passaggio nei cieli delle Frecce Tricolori, la pattuglia acrobatica nazionale (PAN) dell’Aeronautica Militare Italiana, nate nel 1961 in seguito alla decisione dell’Aeronautica stessa di creare un gruppo permanente per l’addestramento all’acrobazia aerea collettiva dei suoi piloti.

II 4 novembre è l’anniversario del cosiddetto armistizio di Villa Giusti del 1918, che in Italia si fa coincidere generalmente con la fine della Prima guerra mondiale: un armistizio firmato a Padova il giorno prima, il 3 novembre 1918, dal nostro Paese e l’Impero austro-ungarico.

L’Italia al tempo era alleata con la Triplice Intesa (Francia, Russia e Regno Unito) e il comandante delle forze armate nostrane, il generale Armando Diaz, comunicò con un bollettino la fine della Guerra e la vittoria: «La guerra contro l’Austria-Ungheria che l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. […] I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza».

La realtà però era diversa e l’armistizio non fu un successo per l’Italia: gli accordi iniziali prevedevano per l’Italia l’annessione di Trentino, Tirolo meridionale, Venezia Giulia, la penisola istriana (esclusa Fiume), una parte della Dalmazia, alcune isole dell’Adriatico, le città albanesi di Valona e Saseno e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, oltre alla conferma della sovranità su Libia e Dodecaneso.

Tuttavia le nazioni della Triplice Intesa decisero di non concedere all’Italia tutti i territori promessi: addirittura Gabriele D’Annunzio parlò di “vittoria mutilata“ e, infatti, il nostro Paese si vide riconoscere solamente il Trentino, l’Alto Adige, l’Istria e Trieste, ma non la Dalmazia e la Libia.

Il 4 novembre si celebra comunque la giornata dell’unità nazionale per l’annessione di Trento e Trieste al Regno d’Italia, che quindi non va confusa con l’anniversario dell’unità d’Italia, e la giornata delle forze armate, poiché quei giorni del 1918 vennero dedicati alle onoranze funebri per i soldati caduti in guerra.

La celebrazione del 4 novembre è l’unica festa nazionale che abbia attraversato decenni di storia italiana: dall’età liberale, al Fascismo, all’Italia repubblicana.

Nel 1921, in occasione della celebrazione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il Milite Ignoto, un militare italiano la cui identità resta sconosciuta a causa delle gravi ferite che hanno reso irriconoscibile il corpo, venne sepolto solennemente all’Altare della Patria a Roma a simbolo di tutti i caduti e i dispersi in guerra italiani.

Nel 1922, poco dopo la marcia su Roma, la festa cambiò nome in Anniversario della Vittoria, con un forte richiamo quindi alla potenza militare dell’Italia; mentre dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1949, il significato della festa tornò quello originale, ridiventando la celebrazione delle forze armate italiane e del completamento dell’Unità d’Italia.

Fino al 1976, il 4 novembre è stato un giorno festivo: dal 1977, in pieno clima di austerity, a causa della riforma del calendario delle festività nazionali introdotta con la legge 54 dello stesso anno, la ricorrenza è stata resa “festa mobile”, con le celebrazioni che hanno luogo, ancora oggi, alla prima domenica di novembre.

Nel corso degli anni ottanta e, ancor più, novanta la sua importanza nel novero delle festività nazionali è andata scemando, riacquistando poi negli anni duemila, grazie all’impulso dato dall’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, un valore simbolico crescente con celebrazioni più ampie e diffuse.

Nei festeggiamenti di quest’anno, è stata la città di Napoli con il suo stupendo lungomare Caracciolo ad ospitare le celebrazioni conclusive dedicate al Giorno dell’Unità Nazionale e alle Forze Armate.

Altre trentacinque città italiane sono state inoltre coinvolte nelle manifestazioni dedicate alla ricorrenza, con moltissime iniziative organizzate, come ad esempio: “Caserme Aperte” e “Caserme in Piazza”, esibizioni di Bande e Fanfare di Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza.

Sono state infine organizzate conferenze nelle scuole, tenute da personale militare, durante le quali sono state trattate le circostanze storiche e le fasi salienti della Grande Guerra, le attuali missioni svolte dalle Forze Armate in Italia e all’estero.

Un’attività disciplinata – non dimentichiamolo – dall’articolo 11 della nostra Costituzione che dichiara: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Tutto questo a ricordare che, oltre ai compiti di difesa del territorio nazionale, le forze armate del nostro Paese possono essere utilizzate solo in missioni per imporre la pace (peace enforcement), o per il mantenimento della pace (peace keeping) nel quadro delle collaborazioni internazionali di cui fa parte (Nato e Unione europea), nelle quali comunque l’uso della forza deve essere limitato all’autodifesa e alla difesa del mandato.




Le Città di fondazione: la storia dell’agro pontino

Proprio domenica 27 ottobre la nostra Città ha iniziato i festeggiamenti degli 80 anni dalla sua inaugurazione (29 ottobre) con l’organizzazione della trentesima edizione della “Giornata del Colono”, in collaborazione con l’Associazione dei Coloni e il patrocinio dell’Amministrazione comunale.

Tenere viva la memoria e diffondere anche alle nuove generazioni la storia di Pomezia, dalla sua fondazione, avvenuta il 25 aprile 1938.

Ripercorriamo le tappe principali della genesi della nostra Città e delle altre Città di “fondazione”..

Il 5 Aprile 1932, in occasione della visita fatta ai lavori di bonifica dell’agro Pontino, Mussolini decise la fondazione del primo comune con il nome di Littoria e volle che sorgesse nel centro stesso della palude.

Questa città, inaugurata il 18 dicembre 1932, assunse poi la denominazione attuale, Latina, il 7 giugno 1945 a seguito della pubblicazione del decreto luogotenenziale del 9 aprile 1945, n. 270, con cui il toponimo fascista veniva sostituito da uno che consentiva di mantenere la sigla esistente della provincia.

Durante questo periodo vengono fondate cinque città nell’Agro Pontino: dopo Littoria toccò a Sabaudia, Pontinia, Aprilia e infine Pomezia.

Dal 1932 al 1938 nascono così cinque nuove città su questo territorio, situato a circa 40 chilometri a sud di Roma, di 840 chilometri quadrati, una volta paludoso e fonte di malaria: questa zona, malsana e poco abitata, diventa in questo modo il progetto più prestigioso intrapreso durante il regime fascista, teso a valorizzare la campagna contro la città industriale affollata e incontrollabile.

L’alto tasso di disoccupazione e l’ondata di migrazione interna di circa 18 milioni di persone dal sud al nord rende molto precaria la situazione all’interno dei grandi poli industriali.

D’altra parte anche l’edilizia popolare non appare sufficiente a dare alloggio alla folla di operai e braccianti disoccupati e l’affollamento delle grandi città del nord diventa dunque un rischio politico per il regime, il quale teme l’influenza del comunismo e la rivolta operaia.

La mossa pensata dal regime per arginare questa situazione è lo sfollamento della città industriale e la ruralizzazione d’Italia, con lo scopo di vincere, grazie alla trasformazione territoriale, la battaglia del grano e incentivare l’incremento demografico.

L’unica città che non poteva rientrare nel concetto della metropoli industriale malsana era naturalmente Roma, capitale ricca di monumenti e piazze antiche, vero e unico simbolo dell’impero romano.

Il denominatore comune di tutte le città di fondazione fascista è la concezione autoritaria dello spazio che si esplicita nell’organizzazione della piazza o della zona centrale, fulcro in cui si concentrano tutte le istituzioni statali, fasciste o religiose, quali il palazzo comunale, la Casa del fascio, la Casa del balilla, la chiesa, la Caserma della milizia, il Dopolavoro.

L’intento era quello di dare un’immagine ideale di città nella quale sia raffigurato il potere del regime fascista: la caratteristica principale dell’immagine delle nuove fondazioni è costituita dalla triade verticale composta dalla torre littoria e dalle due torri meno appariscenti della chiesa e del palazzo comunale, visibili nella piatta pianura anche da lontano.

La nascita di Pomezia fece quindi seguito, come detto, alla riqualificazione della palude pontina (legge di bonifica integrale del 1928), per costituire una città che fungesse da collegamento tra Roma e le nuove città dell’Agro Pontino.

Originariamente, per la nostra Città fu previsto il nome di “Ausonia”, ma già prima dell’inizio dei lavori fu mutato in Pomezia: nel 1932 Pomezia si divide, così, da Roma, formando un comune autonomo che inizialmente contava all’incirca 1300 abitanti, dopodiché iniziarono i lavori di costruzione della città e il conseguente ripopolamento.

Concessionaria della costruzione fu designata l’Opera Nazionale Combattenti, che il 1º ottobre 1937 bandì un concorso urbanistico vinto dagli architetti Petrucci, Tufaroli, Paolini e Silenzi.

Pochi mesi dopo, il 25 aprile 1938, fu posata la prima pietra simbolica e il 29 ottobre 1939 i primi nuovi insediamenti furono inaugurati.

La popolazione fu costituita in origine da famiglie coloniche: i primi arrivi giunsero dalla Romagna nel giugno 1939; in ottobre giunse un secondo contingente e, a seguire, popolarono la zona famiglie di origine trentina provenienti dalla Bosnia.

Ai coloni furono consegnati dei poderi, comprensivi di un casolare e di un appezzamento di terreno coltivabile.

Il territorio di Pomezia, che comprendeva anche Ardea, subì pesantemente i bombardamenti della seconda guerra mondiale effettuati dagli Alleati: quelli dell’aeroporto di Pratica di Mare e della Torre del Vajanico (Torvaianica), oltre alle mine che i tedeschi, ritirandosi, lasciarono lungo il litorale.

Proprio il litorale pometino rimase quasi sconosciuto fino ai primi anni cinquanta: l’11 aprile del 1953 la sua notorietà crebbe a causa di un fatto di cronaca nera, il ritrovamento sulla spiaggia di Torvaianica del corpo senza vita di una giovane donna di 21 anni, Wilma Montesi.

Tale vicenda ebbe l’effetto di richiamare l’attenzione sul litorale che, così, divenne meta preferita della Roma bene.

Inizialmente progettata come centro principale di una zona a vocazione agricola, nel dopoguerra Pomezia ha cambiato la sua storia diventando un importante centro industriale del Lazio, in virtù della sua vicinanza con Roma e dell’inclusione del suo territorio tra le zone beneficiarie delle politiche di sviluppo economico dell’ente Cassa per il Mezzogiorno

Nel maggio del 1970 la frazione di Ardea si staccò da Pomezia per formare un comune autonomo.

Lo sviluppo della città fu davvero importante: si passò, infatti, dai circa 6 mila abitanti e 47 attività locali del 1951 ai 37 mila abitanti e 537 attività locali del 1991 (gli aiuti della Cassa del Mezzogiorno terminarono proprio nel 1990).

A partire dalla fine degli anni ottanta la zona di Pomezia è stata interessata da un progressivo processo di deindustrializzazione che ha portato alla chiusura di numerose piccole e medie imprese.

Al contempo si è registrato un progressivo sviluppo dell’economia legata al terziario e al commercio, che ha permesso alla città di consolidare la sua importanza economica in ambito regionale.

A questi fenomeni economici si è aggiunto quello dell’arrivo nel territorio pometino di nuclei familiari provenienti da Roma, costituiti soprattutto da giovani coppie, anche a causa del forte incremento dei prezzi nel mercato immobiliare romano.

Arriviamo infine ai giorni nostri, dopo questo breve viaggio: stamattina è stato inaugurato uno spazio dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico, artistico e architettonico della nostra Città.

Una vera e propria struttura espositiva dedicata alla storia di Pomezia, che trasforma di fatto piazza Indipendenza in un museo a cielo aperto, nel quale passato e presente si fondono in un unico momento di identità storica e culturale.




Arte e mestieri: inaugurata l’Officina di Pomezia

Luoghi fisici in cui i giovani possono sperimentare la loro creatività nei campi delle produzioni multimediali, dell’arte e dell’artigianato tradizionale, rinnovando antichi mestieri, recuperando tradizioni locali e risorse territoriali, ponendo le basi per dar vita ad attività generatrici di reddito e per incentivare la diffusione e la condivisione della cultura.

Questa è la definizione più corretta di Officina dell’Arte e dei Mestieri, una sorta di hub, aggregatore di idee dedicato ai giovani, in cui si mettono insieme le diverse realtà associative presenti sul territorio; si incentiva la diffusione e la condivisione di prodotti culturali già esistenti ed emergenti;
si promuovono le capacità manuali, le produzioni artigianali e locali più significative, anche attraverso l’organizzazione di eventi, mostre e sagre.

A Pomezia, l’Officina dell’Arte e dei Mestieri è stata inaugurata ieri 21 ottobre nei locali del Complesso Selva dei Pini (nell’edificio alle spalle di quello che ospita gli uffici comunali) sulla via Pontina ed è un progetto realizzato dall’Amministrazione comunale con il contributo della regione Lazio e del dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale.

Un sistema di spazi polifunzionali dove si fa e si diffonde arte in tutte le sue forme e si promuovono mestieri legati all’artigianato, al digitale e alla creatività, in cui i destinatari sono associazioni, gruppi, singoli artisti o artigiani.

Il target a cui rivolgono i laboratori di canto, teatro, sartoria, ceramica, sala prove e registrazione è quello dei giovani tra i 14 e i 35 anni, i quali avranno il compito di gestire l’Officina.

E l’obiettivo finale è davvero sfidante: contrastare la condizione di precarietà dei giovani, stabilendo nuove garanzie a partire dalla costruzione di “luoghi delle opportunità” e creando delle “case della creatività” nelle quali si possa sperimentare la condivisione della
conoscenza e la produzione di saperi.

Ma c’è di più.

Oltre che a sostenere lo sviluppo della creatività giovanile, la finalità è anche quella di accompagnare i processi di crescita professionale dei giovani, con particolare riguardo ai lavori creativi, alle professionalità e ai mestieri spariti; di sperimentare nuove forme di comunicazione; di favorire lo scambio di esperienze tra giovani, associazioni e artisti; di promuovere
l’incontro e lo scambio culturale.

“Felicità ed emozione sono i miei stati d’animo nel giorno di questa importante inaugurazione – ha affermato l’Assessore Miriam Delvecchio. Dopo un anno di lavoro siamo riusciti ad inaugurare un progetto che ha un valore molto importante per i nostri ragazzi. Uno spazio, di cui si avvertiva grande bisogno, dedicato ai più giovani, dove condividere cultura, musica, teatro, sartoria, ceramica e ogni altra forma d’arte e promuovere gli antichi mestieri”.

Si esprime con grande soddisfazione anche il Capo di Gabinetto della regione Lazio, Albino Ruberti per il quale questo spazio “come tutti quelli nuoviGli fa eco ha alle spalle un percorso articolato che è arrivato a buon fine. Adesso arriva il compito più difficile, farlo vivere e metterlo a disposizione dei ragazzi. Le collaborazioni tra Enti, come quella messa in piedi per questo progetto, sono fondamentali per dare gambe e durata a tali realtà”.

Anche il Sindaco Adriano Zuccalà è molto contento: “Pomezia avrà finalmente un luogo dove i giovani possono esprimere le proprie attitudini. Vogliamo offrire un punto di riferimento artistico e culturale che valorizzi le capacità creative di ciascuno e che offra servizi e strumenti adeguati alle loro esigenze. Ringrazio per questo importante risultato la Regione Lazio, i nostri Assessori, dipendenti e dirigenti comunali”.




24 ottobre: giornata mondiale dell’informazione sullo sviluppo

Mancano pochi giorni e, nell’ampio novero di giornate mondiali a tema, ricorrerà quella dedicata all’informazione sullo sviluppo (World Development Information Day).

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito tale Giornata nel 1972, al fine di richiamare l’attenzione sui problemi legati allo sviluppo e sulla necessità di rafforzare la cooperazione internazionale per risolverli:
è la diffusione delle informazioni e, quindi, il coinvolgimento della società civile che accrescono la consapevolezza su sfide e opportunità dello sviluppo.

Secondo i propositi della Risoluzione 3038 del 19 dicembre 1972, la celebrazione di questa Giornata sarebbe dovuta coincidere con la Giornata internazionale dell’ONU, il 24 ottobre di ogni anno, proprio per dare risalto al ruolo chiave che lo sviluppo ricopre nella missione delle Nazioni Unite.

La diffusione dell’informazione è un fattore chiave dello sviluppo economico, fondamentale per promuovere il benessere sociale: in particolare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione possono incentivare una crescita economica inclusiva, equa e sostenibile, favorire l’eliminazione della povertà e l’inclusività sociale, agevolando anche la definizione di politiche innovative.

Tutti sforzi che risultano in definitiva indispensabili per promuovere l’integrazione economica globale, in particolar modo quella dei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo.

Solo due decenni fa, circa il 40% della popolazione nei Paesi in via di sviluppo viveva in condizioni di povertà estrema: da allora, si è riusciti a dimezzare questa percentuale anche grazie agli 8 obiettivi di sviluppo del Millennio, istituiti nel 2000: sradicare la povertà estrema e la fame nel mondo; rendere universale l’istruzione primaria; promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; ridurre la mortalità materna; combattere l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale, sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo.

Secondo il rapporto del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (2016) tutti i Paesi del mondo stanno ricorrendo progressivamente all’uso delle tecnologie di informazione e comunicazione nell’erogare servizi e coinvolgere la popolazione nei processi decisionali.

Anche se occorre rilevare che persistono enormi differenze tra gli Stati: inaccessibilità alle tecnologie, povertà e disuguaglianza sociale impediscono alle popolazioni di molti Paesi di beneficiare del potenziale dell’informazione digitalizzata per lo sviluppo sostenibile.

La comunità internazionale concorda sulla necessità di aumentare gli sforzi al fine di garantire l’accesso alla digitalizzazione ai paesi più svantaggiati, provando a sradicare la povertà, investendo sulla tutela della salute e del benessere, sull’accesso all’istruzione e riducendo le disuguaglianze: potenziare, quindi, l’informazione e la comunicazione e realizzare la trasformazione che l’Agenda 2030 (un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU) richiede.

Appare, così, importante ricordare quanto recita il primo articolo della Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo, adottata nel 1986 dall’Assemblea Generale dell’ONU: “Il diritto allo sviluppo è un diritto umano inalienabile in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli sono legittimati a partecipare, a contribuire e a beneficiare dello sviluppo economico, sociale, culturale e politico, in cui tutti i diritti umani e tutte le libertà fondamentali possano essere pienamente realizzati”.

La Decisione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 aprile 2014, Decisione (UE) n. 472/2014, che proclama il 2015 come Anno Europeo per lo Sviluppo, proponeva proprio il raggiungimento di alcuni obiettivi:

  • informare i cittadini dell’Unione circa la cooperazione allo sviluppo dell’Unione e degli Stati membri, sottolineando i risultati che l’Unione, di concerto con gli Stati membri, ha conseguito;
  • promuovere la partecipazione diretta, il pensiero critico e l’interesse attivo dei cittadini dell’Unione e delle parti interessate in materia di cooperazione allo sviluppo;
  • aumentare la consapevolezza dei benefici della cooperazione allo sviluppo dell’Unione, non solo per i beneficiari dell’assistenza allo sviluppo ma anche per i cittadini dell’Unione.

Non possiamo più permetterci di rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza e alle violazioni dei diritti e della dignità umana che ancora si verificano in numerose comunità.




Azzardo: ancora poche risposte politiche contro una vera e propria industria dai grandi numeri

“Al tema del gioco d’azzardo si è data, negli ultimi anni, estrema rilevanza dal punto di vista clinico e patologico; resta non inedito ma poco esplicitato il fenomeno dal punto di vista industriale”.

E’ questa la presentazione del convegno “L’industria dell’azzardo” che si terrà il prossimo 14 ottobre al Senato, moderato dal senatore Giovanni Endrizzi, al quale interverranno, tra gli altri, Maurizio Fiasco (Sociologo, consulente della Consulta Antiusura e Presidente dell’Osservatorio della Regione Lazio), Attilio Simeone (Coordinatore Nazionale del Cartello “Insieme contro l’azzardo” – Consulta Nazionale Antiusura), Ivan Raimondi (Vicedirettore dell’Ufficio Pastorale Salute – Arcidiocesi di Torino).

Un tema, quello del gioco d’azzardo, sul quale si sta facendo sempre più luce e che mette in campo numeri da capogiro anche nel nostro Paese.

Partiamo dalla spesa per il gioco d’azzardo in Italia: 17 milioni di giocatori e 101,8 miliardi di euro, una cifra incredibile, con un trend in crescita, se pensiamo solo al fatto che ci sono circa 5 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà.

Facciamo un po’ di storia.

Fino al 1992 il gioco d’azzardo in Italia era sempre stato considerato una pratica ad alto rischio sociale, quindi le concessioni rilasciate erano riservate a poche lotterie e al totocalcio.

Le cose cambiano con i governi Amato e Ciampi: erano gli anni in cui si cercavano fondi per finanziare la spesa pubblica e così si vararono una serie di provvedimenti per utilizzare l’azzardo come leva fiscale.

Poi arrivano i governi Berlusconi dei primi anni ‘2000 ed è in questo periodo che nasce una vera e propria nuova economia del gioco d’azzardo con la conseguente nascita e diffusione di grandi società concessionarie e ha inizio il boom delle slot machine e dei Gratta e Vinci.

Nel 2009 il governo di centro destra introduce la possibilità di installare nelle sale i Videolottery (Vlt), e dà il via libera all’apertura dei casinò online.

Solo negli ultimi dieci anni assistiamo ad una maggiore presa di coscienza, da parte della società civile, contro la proliferazione dei Vlt e delle slot machine, a favore di una regolamentazione più rigida e controlli più serrati verso i grandi concessionari.

Nel 2018, al fine di coordinare l’azione di alcuni Comuni, nasce il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per il contrasto al gioco d’azzardo patologico: assistiamo così ad alcune iniziative di contrasto al gioco d’azzardo in Italia, come il divieto di installare videolottery e slot machine, gli incentivi ai commercianti che le tolgono, o i progetti di sensibilizzazione.

Dal fronte politico nazionale, ad oggi, sono ancora poche le azioni concrete: il contrasto al gioco d’azzardo in Italia è stato tra i punti del contratto di governo tra Lega e 5 Stelle e ancora oggi un obiettivo della compagine pentastellata.

Tuttavia, l’unica vera misura rimane quella contenuta nel cosiddetto “Decreto Dignità” del luglio 2018 che riguarda la limitazione della pubblicità del gioco d’azzardo: nel testo è previsto tra le altre cose il divieto di “qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse, nonché al gioco d’azzardo, comunque effettuata e su qualunque mezzo”.

Qualche giorno fa, anche la regione Lazio, per bocca dell’assessore alle politiche sociali Troncarelli, si è detta pronta ad investire 14 milioni di euro per interventi di contrasto al gioco d’azzardo patologico attraverso un piano di formazione che coinvolgerà 500 professionisti operanti nelle Aziende sanitarie territoriali e ospedaliere, 80 professionisti provenienti delle strutture private accreditate e 75 operatori sociali degli Enti locali, del Terzo settore e della scuola.

Tra le attività previste c’è la realizzazione di un portale regionale, denominato “Osservatorio on line permanente Gap”, che permetterà una rilevazione sistematica e completa dei dati, anche per monitorare la distanza delle sale gioco dai luoghi sensibili. Per tali attività è previsto stanziamento di 307.982,90 euro; l’elaborazione del marchio “Slot Free-Regione Lazio”, che verrà assegnato agli esercizi commerciali che rinunceranno al gioco d’azzardo; l’ideazione della campagna informativa e di prevenzione “Game Over”, che coinvolgerà le seconde classi delle circa 400 scuole secondarie di secondo grado del Lazio.

Torniamo per un attimo al “gioco”.

Nel 2017 il “gioco” che andava per la maggiore era quello delle slot machine e delle Vlt, per un totale di 48,9 miliardi di euro buttati in queste macchinette; poi venivano i giochi di carte, seguiti dalle scommesse sportive, le lotterie, il lotto, il bingo e le scommesse online.

A livello geografico la provincia che domina la classifica della spesa pro-capite è Prato con quasi tremila euro di spesa, seguita da Ravenna, Rovigo, Como e Teramo.

Ma chi guadagna davvero dal gioco d’azzardo in Italia?

A fronte di una spesa totale di 101,8 miliardi, le vincite redistribuite sono state pari a 82 miliardi nel 2017: i giocatori italiani hanno quindi perso circa 20 miliardi di euro.

Nelle casse dello Stato sono entrati circa otto miliardi di euro e la tassazione varia a seconda delle tipologie di gioco: per le slot machine si applica un’aliquota del 19%, per le Vlt è ridotta al 6%, per il lotto viene applicata l’aliquota dell’8% per gli importi superiori ai 500 euro, mentre per le lotterie e il Superenalotto si mantiene un’aliquota del 12%, per le scommesse sportive varia dal 18% al 22%, per le vincite derivanti dai giochi di carte e da casinò siamo al 20%, per le scommesse ippiche si arriva fino al 47%.

Con la manovra di bilancio 2019 qualcosa è stato fatto per scoraggiare il gioco attraverso l’aumento della tassazione: sono infatti aumentate le aliquote già esistenti per diverse tipologie di gioco d’azzardo in Italia.

Tolte le tasse, i restanti 12 miliardi circa di raccolta residua dopo la redistribuzione delle vincite si suddividono in fatturato fra i fornitori del settore: insomma un giro d’affari imponente.

Il gioco d’azzardo può causare dipendenza, come dimostrato da tempo attraverso studi scientifici, con effetti anche distruttivi per la vita delle persone che soffrono di questa dipendenza nota come ludopatia.

Il gioco d’azzardo è ormai diventato la piaga sociale più remunerativa del nostro Paese, per la gioia di concessionari, criminali e, purtroppo, delle casse dello Stato: l’impegno profuso sia a livello locale che a livello di governo centrale è ancora non sufficiente a combatterla e occorre davvero sperare che dal nuovo esecutivo, ora in carica, arrivino al più presto interventi maggiormente incisivi, anche al costo di ridurre drasticamente le relative entrate dello Stato, limitando in questo modo la diffusione di un fenomeno sociale che mette a rischio la vita di persone, famiglie e società.