Tuesday, June 28, 2022

L’ultima opera di Raffaello: La Trasfigurazione

By Claudia Donnini on 29 Marzo 2022
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L’ultima opera di Raffaello: La Trasfigurazione

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L’Ultima opera di Raffaello: La Trasfigurazione

Raffaello fu il più grande pittore della Roma Cinquecentesca, conosciuto da tutti come il “Divino”.
Urbinate di nascita, fu adottato nella Roma papale grazie ai numerosi incarichi che si trovò a coprire nel Palazzo Vaticano, essendo diventato l’artista preferito dal papa, Giulio II, il quale gli affidò la creazione delle cosiddette Stanze di Raffaello.

Storia della Pala

 

Era il 1516 quando il cardinale Giulio de’ Medici commissionò contemporaneamente a Raffaello e a Sebastiano del Piombo due tavole per la cattedrale di Narbona con soggetto la Trasfigurazione di Cristo e la Resurrezione di Lazzaro.
La tavola di Raffaello, però, non raggiunse mai la Francia.

Fu anzi posta sull’altare di San Pietro in Montorio. Nel 1798 ha inizio il suo travaglio: fu confiscata durante le spoliazioni napoleoniche e portata a Parigi, dove restò fino al 1815 quando Antonio Canova, su ordine del Papa, la riportò in Vaticano.

 

 

 

 

La Trasfigurazione

 

Il dipinto di Raffaello si configura come un capolavoro di brillantezza, luminosità e composizione.

Nella pala vengono accostati per la prima volta due episodi trattati nei Vangeli attraverso una struttura iconografica del tutto innovativa.

La pala è divisa in due registri: nella parte superiore, gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo assistono alla trasfigurazione di Gesù, ovvero il momento in cui egli mostra loro il Suo aspetto divino, con i profeti Mosè ed Elia sul Monte Tabor.

 

 

Nella parte inferiore, più complessa e movimentata, viene trattato invece il momento subito successivo alla Trasfigurazione, quello chiamato nei vangeli “la guarigione dell’ossesso” poiché trattata della miracolosa guarigione di un ragazzo indemoniato da parte di Gesù.

Tuttavia, nel dipinto il ragazzo non è guarito, anzi: si agita e volta gli occhi all’indietro nel pieno di una crisi.

Questo perché non va letta l’opera come una successione di eventi, come spesso è stata fraintesa, ma come una concomitanza di azioni.

Per leggere correttamente l’opera, dunque, vanno messi in collegamento  i due momenti: mentre Cristo è sul Monte Tabor, i restati apostoli sono riuniti attorno ad un giovane indemoniato nel tentativo di liberarlo.

I discepoli, però, peccano di mancanza di fede e falliscono nel soccorrere il ragazzo. Solamente Gesù sarà in grado di guarirlo.

 

La morte di Raffaello

Raffaello tuttavia non riuscì a terminare l’opera, poiché morì a soli 37 anni.

Attorno alla morte del Divin maestro girarono, sin da subito, numerosissime leggende: Marcantonionio Michiel racconta nei suoi diari che al momento della morte di Raffaello il cielo si oscurò e le pareti della casa si creparono. Degli oscuri presagi di sapore molto evangelico.

Infatti, caso vuole che il Raffaello nacque il 6 aprile 1483, un Venerdì Santo, e morì il 6 aprile del 1520 sempre un Venerdì Santo.

Agli occhi dei più, questa coincidenza di date sembrava un segno esplicito della natura divina dell’artista.

Come non poter collegare la scomparsa dell’artista a quella del Cristo?

Difatti, l’immensa pala della Trasfigurazione, rimasta incompiuta, fu posta sul letto di morte di Raffaello.
In molti accorsero a visitare la camera mortuaria e ad ammirare il suo ultimo capolavoro. Tra questi, anche Giorgio Vasari, che disse “la quale opera, nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava.”

 

La morte di Raffaello, ad oggi, resta un mistero.

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