Saturday, December 4, 2021
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RUGGINE e RICORDI di Ninni Caraglia

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Ruggine e ricordi

di Ninni Caraglia

tratto dall’antologia Voci Nuove

a cura di Daniele Falcioni

ed. Rapsodia

 

 

All’età di nove anni, Tord era già bravo a pescare salmoni. Andavano al fiume maschi e femmine, famiglie e anziani. A luglio gli “anadromi” pesci cominciavano la loro corsa all’indietro per andare incontro all’amore e nella foga era facile prenderli mentre saltavano tra le piccole onde del fiume.

A quel tempo saper pescare voleva dire vivere: salmoni, trote e gamberetti nutrivano tutta la comunità del villaggio di Grodas, una manciata di case rosse e bianche posate delicatamente lungo il fiume Horndola , la parte più a est del profondo lago Hornidal,vanto della Norvegia.

Incredibile come un pesce viscido, guizzante e scivoloso sapesse invece far passare anni e momenti di vita passando di mano in mano tra le persone del villaggio.

Marit aveva sette anni quando cominciò ad andare al fiume con gli altri.

Maschi e femmine seguivano i loro padri e ognuno aveva il suo compito: i maschi pescavano, le femmine rimanevano più vicine alla riva del fiume. Se il pesce sfuggiva alla presa potevano essere fortunate a riprenderlo ma principalmente guardavano se tra i sassi del greto si nascondevano gamberetti.

Quando le gambe cominciavano ad arrossarsi per l’acqua gelida, uscivano dal fiume e si davano il cambio; cominciavano allora a giocare tutti insieme tirando piccoli sassi in acqua e cercando il legno bianco più bello, più particolare e dalla forma unica.

Proprio i più piccoli che rimanevano fuori cercavano piccoli rami di betulla, foglie di ontano, rami e aghi di abete che portavano alle madri ed alle nonne. Il fumo di quei ramoscelli bruciati avrebbe reso squisito quel pesce furbo e sfuggente.

Ogni giorno, per un mese o poco più, cercavano di pescare il più possibile; dopo l’affumicatura le carni rosa avrebbero fatto compagnia al flatbrod di segale e alle patate.

Marit era affascinata dalle forme di quei rami: piccoli o lunghi, fini o contorti. Ognuno aveva un nome ed ognuno aveva una precisa collocazione sul bancone del grande capanno. Ricordava ancora che con i sottili ramoscelli di tiglio aveva costruito il suo kling-korg con il quale aveva distribuito pane e dolci al suo matrimonio con Tord.

Erano cresciuti insieme passando stagioni diverse in quel grande capanno.

Quando Tord fu in grado di distillare la sua prima aquavit dalle patate, decise che era pronto il brindisi per le loro nozze.

Impreviste arrivarono le doglie e proprio nel grande capanno, tra gli attrezzi, i pesci ad essiccare e le caldaie per l’aquavit, nacquero i gemelli Gerd e Silje. Era autunno inoltrato ma nel grande capanno le pareti di legno mantenevano il calore del tiepido sole. Anche la copertura in lamiera quel giorno era meno fredda del solito, il calore di quelle nuove vite era arrivato in alto fin lassù.

Il biondo Gerd e la castana Silje trascorsero l’infanzia che tutti dimentichiamo di aver vissuto: innocenti e puri tra natura innocente e pura. L’adolescenza arrivò poi velocemente come tutti i cambiamenti che il villaggio stava subendo: macchine, computer, piccole industrie e traffico.

Gerd e Silje portarono i salmoni nella loro azienda a Flåm, cuore e punto estremo del Sognefjørden, Tord e Marit li aiutavano dal villaggio ma ormai gli anni cominciavano a pesare.

Come da padri si prendono decisioni per i figli, i figli prima o poi prendono decisioni per i padri: Gerd e Silje convinsero i genitori a trasferirsi con loro a Flåm.

Il porto, le barche, i traghetti, le macchine e i containers che cominciavano ad arrivare e partire da tutte le parti del mondo. Marit aiutava i figli con le faccende domestiche, Tord si annoiava. Certo, ormai aveva capito che le patate più buone erano quelle vendute da Bjorn, ma…le comprava, non le piantava e non le cercava sotto terra. Una grigia tristezza lasciò campo libero ad una profonda depressione. Il grigio della tristezza di Tord diventò così intenso che una mattina si svegliò al buio.

Il medico non sapeva spiegare quella improvvisa cecità, consigliò quindi un periodo di vacanza.

Marit con i figli decise di prendere il treno da Flåm e ripercorrere quel bellissimo ripido tratto che di villaggio in villaggio li avrebbe riportati a Grodas.

L’aria tiepida ed i profumi dell’estate scaldarono gli occhi di Tord, adesso vedeva con il cuore e sapeva dove stavano andando.

Finite le vacanze, tutta la famiglia ritornò a Flåm, e a far compagnia a Tord c’erano di nuovo solo le grida dei gabbiani ed i motori delle barche.

Marit fu irremovibile come il silenzio di Tord, loro due sarebbero ritornati a Grodas. La loro casa vicino al grande capanno abbandonato, sarebbe stata sufficiente per le loro esigenze. Il primo piano aveva tutto quello che serviva e avrebbe permesso a Tord di muoversi con facilità.

E poi la casa della loro vecchia amica Greta ed i suoi tre cani era dietro la loro, non sarebbero stati soli.

Marit e Tord ritornarono a fare quello che facevano da bambini, quello che avevano sempre fatto.

Per Marit quella era la casa del matrimonio, quindi tutto era ancora al suo posto, e per Tord divenne tutto più facile quando cominciò a memorizzare quanti scalini doveva scendere per andare nel campo, dopo quanti passi si trovava di fronte all’ingresso maggiore del grande capanno.

Si ricordò che la quarta trave a destra del portone aveva l’occhiatura del legno cava…da li poteva vedere se arrivava qualcuno quando si nascondeva per baciare Marit.

Piano piano tutto ritornò al suo posto, Marit e Greta tolsero erbacce e suppellettili rotte.

Sul grande tavolo di lavoro, mollicci e scuri, giacevano ancora legni vari. Decise di buttare tutto. Cadde qualcosa in terra ma non fece troppo rumore, Marit lo raccolse senza vedere.

Rimase immobile a guardare quella strana pietra porosa e leggera di forma triangolare…nelle sue mani di bambina quella pietra, che ricordava essere di color celeste, sembrava grandissima.

Quante volte lei e sua cugina l’avevano usata per pulire la pelle del salmone! Il coltello sarebbe stato troppo pericoloso, ma con quella pietra potevano anche loro preparare il salmone per la cena come vere donnine.

Ora tutto aveva un perché ed uno scopo, tutto aveva un posto preciso e dedicato. L’affumicatore ad una estremità e le caldaie per l’acquavite all’altra, Tord lo ricordava ancora come se lo vedesse. Tutto continuò a rimanere così fino all’estate seguente quando, insieme ai figli, Marit e Tord fecero una festa per inaugurare il grande vecchio capanno come Museo della Vita di Grodas.

Dopo tutto proprio lì dentro si era svolta la vita di tutti gli abitanti del villaggio, quelli prima di Marit e Tord, Marit e Tord, i loro figli e presto il loro primo nipote.

Ognuno aveva costruito, vissuto, cantato, mangiato, ballato, partorito e pianto lì nel grande capanno abbandonato. Ogni generazione poteva dirsi fondatrice del Museo.

Per quelli che non c’erano più o non potevano vedere,Tord era felice di essere lì a dimostrare che il loro passato era ancora un tangibile presente.

Il grande capanno con quel tetto un po’ sbilenco, nasconde ancora gelosamente tutti i loro giorni: il fumo, l’odore di pesce e di alcol non distorcono i ricordi, anzi, essi sono lì alle pareti come quadri appena appesi.

Mantenerlo così è come avere una vecchia fotografia che anche Tord riesce a vedere.

Il tetto del vecchio capanno non è più lucente ed accecante quando splende il sole d’estate, il tetto è ormai quasi tutto rosso e brunito per la ruggine. Anche il vecchio capanno porta i segni del tempo…il vecchio grande capanno è il tempo: ogni anno che passa tramuta un punto di ruggine in righe sempre più fitte, come fitte diventano le nostre rughe, firme orgogliose che la Vita lascia sul nostro volto.

 

Foto-di-Karolina-Grabowska-da-Pixabay-.jpg

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