Friday, August 7, 2020

E’ davvero questione di “presenza in servizio”?

Avatar By Santo Fabiano on 22 Marzo 2020
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E’ davvero questione di “presenza in servizio”?

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La questione della “PRESENZA IN SERVIZIO”, nonostante l’invito di “restare a casa”, con tanto di hashtag e campagna mediatica, è ormai argomento di scontro, come se non bastassero le preoccupazioni causate dalla diffusione del virus. E lo è perché al tema della presenza si collegano troppi aspetti di natura ancestrale a cui facciamo fatica a sottrarci.

Siamo ancora vicini alla enfatizzazione dei controlli sulla presenza, anche attraverso la rilevazione delle impronte digitali, per non parlare del giudizio negativo che si attribuisce a ogni assenza dal luogo di lavoro, a danno di chi si assenta per ragioni di maternità o di malattia che ha generato una sorta di “pregiudizio positivo” nei confronti di chi è presente in servizio, indipendentemente da ciò che faccia.

Ricordo un dirigente che aveva rivestito il mio ruolo in precedenza, che si vantava di fare tardi. E quando gli dimostrai che ero riuscito a portare a termine le stesse attività in un tempo minore, grazie a una diversa organizzazione, mi guardò come uno sfaticato che denotava uno “scarso attaccamento ai luoghi di lavoro”. (per la cronaca, qualche tempo dopo, lo stesso collega, venne condannato per peculato, a conferma che il suo “attaccamento” non si limitava ai “luoghi” di lavoro, ma anche ai “beni”).

Ho avuto anche il privilegio di sperimentare il part time (posso affermare di essere stato il primo prefettizio ad averlo richiesto) quando non era ancora certo che si potesse estendere alla dirigenza. E in quella circostanza mi accorsi che il mio tempo era considerato prezioso, da me, ma soprattutto dagli altri. Era lo stesso Direttore generale che organizzava le riunioni in funzione della mia presenza, sia interne all’Amministrazione, sia con altre istituzioni autorevoli.

Fu in quella circostanza che ebbi la sensazione del valore del mio tempo e di quello degli altri. Essendo in part time, pianificavo le mie azioni, non andavo più a prendere il caffè, non mi attardavo in conversazioni o lo facevo soltanto dopo avere ultimato ciò che dovevo fare.

Debbo riconoscere che il mio capo, in quel tempo, era un prefetto di grande valore umano e professionale che sapeva come incontrarmi sempre, senza limiti di orario, comprese le piacevoli conversazioni a pranzo.

La questione del rapporto tra il “tempo in servizio” e il “tempo di lavoro” è comunque, da diverso “tempo” irrisolta. Ricordo quando, al tempo i cui la rilevazione non era automatica, venni contestato perché consideravo “in orario” la signora che arrivava con un lieve ritardo, rispetto ai colleghi che erano mattinieri. In quella circostanza feci osservare che la signora ritardava perché abitava lontano e si era presa cura di figli e marito e, una volta in servizio, era già operativa; loro erano puntuali, ma dopo la timbratura avevano trascorso al bar tutto il tempo e ancora non avevano iniziato a rendersi utili.

Dunque? Se è vero che la presenza non equivale, in modo matematico, alla produttività, è necessario ricercare in “qualcosa d’altro” ciò che caratterizza la qualità del lavoro o la semplice prestazione.

Mi viene in mente un alto funzionario che mi confessava di trascorrere il suo tempo in ufficio perchè era lì che riconosceva il senso della sua esperienza di vita, della sua carriera, del suo mondo delle relazioni. Infatti era in quella stanza che riceveva gli amici.

Perchè, non nascondiamolo, qualcuno (soprattutto gli uomini) ha bisogno di essere riconosciuto in relazione al ruolo che riveste. E niente può dare ciò meglio del luogo che rappresenta la funzione rivestita.

E adesso, in tempi di emergenza, in presenza di provvedimenti che esprimono, in modo sempre più forte, la necessità di limitare gli spostamenti, tutte queste situazioni vengono a galla.

Certamente ci sono lavori per i quali presenza è necessaria: basti pensare all’assistenza sanitaria o al presidio territoriale. Poi ce ne sono altri, per i quali la presenza è necessaria, come riferimento, laddove richiesto e dunque, come reperibilità o come contatto, anche a distanza. E ci sono, inoltre, altre attività che si caratterizzano per l’esame, l’istruttoria, l’elaborazione, ecc., che certamente richiedono la presenza, ma non necessariamente in un luogo specifico.

La questione, infatti, è proprio questa: non si tratta di negare l’esigenza della “presenza in servizio”, ma che ciò debba essere inteso come “presenza sul luogo di lavoro”.

È una rivoluzione, soprattutto culturale. Ed è un cambio di prospettiva che richiede la capacità, innanzitutto, di sapere organizzare il lavoro degli altri, ai quali non si deve richiedere la presenza in servizio se possono svolgere le stesse azioni in un posto diverso.

Per me, da quando sono un libero professionista è facile: lavoro in treno, in albergo, in autogrill, e considero questa situazione una fortuna che mi consente di sentirmi presente (mi auguro che possa affermarlo chi si serve della mia opera) senza la necessità di esserlo sempre fisicamente.

Certamente ci sono attività che richiedono la presenza in ufficio. Ed è bene che su queste non vi siano defezioni. Ma si tratta di individuarle “onestamente”, cioè chiedendosi, soprattutto in questi giorni in cui le persone non possono circolare, le imprese sono chiuse, le scadenze sono state prorogate e non si passa davanti all’Ente, nemmeno per fare jogging, se davvero il nostro bisogno di andare in ufficio risponde alla necessità di esercitare le funzioni necessarie in quel luogo o se (nessuno me ne voglia) non risponda all’ansia di doverci essere o peggio, alla paura di non esserci.

Se mi permetto di dire ciò, con tutto il rispetto per chi esercita una professione pubblica, è perchè, come tutti, spero che questa emergenza finisca e perchè ciò accada, è necessario che tutti, sappiamo rinunciare a qualcosa.

Anche perché, dispiace doverlo dire, ma non sarà più come prima.

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